La valutazione è imperfetta

La valutazione è imperfetta

di Ivana Summa

Parafasandro il titolo del famoso romanzo di Joseph Conrad, oggi la valutazione può diventare la linea d’ombra della scuola italiana: può diventare un non definito, personalissimo e al contempo universale, momento e processo di presa d’atto dell’impossibilità della perfezione e, insieme, del proprio essere soli quando si valuta. Chiavi di questo passaggio epocale sono il superamento della propria limitatezza e dell’apparentemente opposto sentimento di onnipotenza; superamento che avviene assieme all’accettazione piena della responsabilità professionale di essere soggetti che valutano, si valutano, vengono valutati.

E’ questa la prima riflessione che abbiamo fatto dopo aver letto attentamente lo “Schema di regolamento sul sistema nazionale di valutazione in materia di istruzione e formazione“, la cui prima lettura è stata avviata nella riunione del Consiglio dei Ministri del 10 agosto: data molto significativa, perché ci impressiona il fatto che, tra tante questioni urgenti, la valutazione scolastica abbia trovato uno spazio. Certo, in altri tempi – e precisamente il 4 agosto 1977 – veniva addirittura approvata dal Parlamento la legge n. 517 riguardante, tra l’altro, la valutazione degli alunni del ciclo di base.Altri tempi, connotati da un ricco dibattito culturale e scientifico – ma anche politico e sociale – partecipato anche dalla “scuola militante” sulla questione valutativa proprio nella fase di passaggio dalla scuola di élite alla scuola di massa, tanto che la legge altro non era che la formalizzazione giuridica di una cultura valutativa che, con gli apporti di tanti studiosi e testimonial eccellenti (ci perdoni Don Milani!), si stava diffondendo nella scuole del nostro paese.

Non possiamo fare la ricca storia normativa che ha segnato in modo contraddittorio e perfino confuso i destini della valutazione del e nel sistema scolastico, ma non possiamo prescindere dal fatto che sono passati ben 15 anni dalle disposizioni normative contenute nell’articolo 21 della Legge delega n. 59 del 15 marzo 1997 che già prevedeva “l’obbligo di adottare procedure e strumenti di verifica e valutazione della produttività scolastica e del raggiungimento degli obiettivi”. Per non parlare del dpr n. 275/1999 che dispone che la scuola individui “le modalità e i criteri di valutazione degli alunni” e, nell’ambito dell’autonomia di ricerca, sperimentazione e sviluppo, eserciti la “ricerca valutativa”, mentre al ministro spettano l’individuazione degli “standard della qualità del servizio”, l’istituzione “di un apposito organismo autonomo di valutazione”, “le rilevazioni per la verifica degli apprendimenti … finalizzate a sostenere le scuole per l’efficace raggiungimento degli obiettivi” . Inoltre, l’art. 25 del D.Legvo n. 165/2001 afferma che ” i dirigenti scolastici rispondono in ordine ai risultati…sulla base delle verifiche effettuate da un nucleo di valutazione…”. Nè possiamo tacere che in questi anni si sono fatti tanti passi soprattutto per mettere in piedi l’istituto di valutazione, INVALSI, mentre sugli altri versanti non sono mancate le sperimentazioni dalle sigle accattivanti – SIVADIS, VALES, VSQ, VALORIZZA – ma dagli esiti discutibili.

L’apparizione di uno schema di regolamento sulla valutazione, previsto dalla legge n. 35/2012 e dalla legge n.11/2011, non può essere vista, dunque, come un’inaspettata accelerazione estiva per realizzare un colpo di mano su un tema che chiama in causa tante sensibilità, tante culture ed anche tanti interessi. Certo, l’ istituzione di un Servizio Nazionale di Valutazione obbliga tutti a fare i conti in modo profondo con noi stessi e con la nostra cultura professionale, per poter rimuovere inerzie intellettuali, fumi ideologici, routine didattiche ed organizzative che, come è noto, rappresentano i fondamenti dell’autoreferenzialità.

Prima di dire se il regolamento vale un clic su “mi piace”, le scuole, anzi i docenti, dovrebbero provare a dare risposte alle seguenti domande, facendo i conti con le proprie pulsioni ed emozioni oltre che con gli schemi mentali che hanno solide radici nelle pratiche valutative strutturate su solidi “artefatti” come i registri, le pagelle, gli scrutini:

  • Siamo pronti a mettere in discussione la mai scalfita cultura valutativa che si polarizza o su posizioni di balcanizzazione (ogni docente, quando valuta i suoi alunni ha i suoi criteri taciti che non sempre coincidono con quelli espressi nel POF), oppure di burocratizzazione, fino a pensare di poter davvero utilizzare prove “oggettive”,criteri valutativi standardizzati cui far corrispondere voti numerici?
  • Tra la valutazione tecnocratica e quella formativa c’è una via di mezzo che ci può consentire di intrecciare virtuosamente le opportunità dell’una e dell’altra ?
  • Siamo pronti – dopo un lungo decennio durante il quale abbiamo fatto finta di farla – a fare autovalutazione d’istituto autenticamente finalizzata al miglioramento dei risultati conseguiti dall’insegnamento rispetto agli obiettivi di apprendimento prefissati?
  • Siamo pronti a far valutare le nostre scuole (e, quindi, a far valutare “dall’esterno” noi stessi,docenti e dirigenti) sulla base degli esiti di apprendimento degli alunni verificati con prove nazionali?

Le altre domande le lasciamo ai lettori, perché noi ne vorremmo fare qualcuna al Ministro:

  • Che idea di scuola c’è alla base del sistema nazionale di valutazione? Scelga tra le seguenti risposte: selettiva o inclusiva?
  • Che idea di merito è sottesa alla valutazione degli apprendimenti? Scelga tra: il merito rispetto ai risultati o rispetto al punto di partenza?
  • Una volta accertato che una scuola ha avuto un basso indice di valore aggiunto, come intende intervenire? Scelga tra:sanzioni o sostegno?
  • Pensa davvero che la qualità degli apprendimenti dei nostri studenti dipenda prevalentemente dalla qualità espressa da una scuola? Risponda semplicemente: sì o no.

 

A conclusione di questo discorso noi siamo disposti a cliccare “mi piace” sullo schema di regolamento per i alcuni semplici motivi, che possono suonare banali e pressapochisti a coloro che, dichiarandosi i veri ed unici esperti di valutazione, pensano che bisogna prima aggiornare i docenti su come si valuta e perchè, per poi passare all’azione. Questi i motivi a sostegno del “mi piace”:

  • non esiste al mondo un sistema di valutazione perfetto, ma non per questo un paese deve rinunciare a valutare il proprio sistema scolastico;
  • la valutazione degli apprendimenti (e non solo), nonostante tutto si baserà sempre sulla discrezionalità dei valutatori;
  • i docenti non vogliono rinunciare alla loro discrezionalità valutativa che resta l’unico strumento di potere professionale;
  • le famiglie e gli studenti contrattano con la scuola e i docenti le valutazioni perchè sono più interessati ai voti che agli apprendimenti;
  • la legittima paura di essere valutati può essere superata dalle scuole soltanto se, mentre si valuta e si viene valutati, si fa ricerca valutativa;
  • il miglioramento del nostro sistema scolastico passa attraverso l’intreccio di processi valutativi diversificati;
  • un sistema di valutazione può essere il primo passo affinchè le scuole mettano davvero in discussione quelle pratiche didattiche che, pur fallimentari quanto agli esiti di apprendimento, vengono reiterate quasi fossero assiomi irrinunciabili.

La valutazione è scomoda, lo sappiamo; ma non ci possiamo più permettere di adagiarci sulla free evalutation!

 

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