Politiche educative per l’Infanzia

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Le politiche educative per l’Infanzia tra inclusione e sviluppo

di Gian Carlo Sacchi

Le Indicazioni Nazionali per il primo ciclo, una pietra miliare per la costruzione di curricoli nelle scuole così dette di base, hanno avuto (2018) un rilancio in relazione a “nuovi scenari” che si vanno presentando sempre più rapidamente nella nostra società. Le questioni fondamentali che i servizi formativi devono considerare, secondo il documento ministeriale, riguardano la interculturalità, gli interventi a favore dell’infanzia e la continuità educativa.

Una molteplicità di culture e di lingue sono entrate in tempi recenti nella nostra scuola, mutando la fisionomia delle classi, all’interno di strutture didattiche e organizzative piuttosto tradizionali. E’ un’occasione da cogliere affinchè i bambini possano crescere e maturare una propria identità nel riconoscimento reciproco. Valorizzare le diversità alla ricerca del successo scolastico per tutti è il presupposto per l’inclusione sociale e la partecipazione democratica.

Nella scuola dell’infanzia, ma l’obiettivo, sostenuto con vigore dall’UE, può essere esteso ai servizi educativi da 0 a 3 anni, si deve ampliare l’esperienza dei bambini favorendo il loro incontro con contesti culturali e pratici per costruire le loro competenze finalizzate all’autonomia, ma anche alla cittadinanza: il primo esercizio del dialogo. Il tutto attraverso un’organizzazione centrata sulla continuità: dai poli per l’infanzia (0-3) agli istituti comprensivi (3-14), in modo unitario.

Il suddetto documento offre un quadro teorico di sicuro affidamento, ma la situazione sociale con la quale si confronta presenta non poche criticità e soprattutto quali scelte politiche e investimenti sono in campo per offrire al nostro sistema formativo prospettive di sviluppo nella direzione sopraindicata ?

Save the Children ci presenta un’Italia dove l’incidenza della povertà aumenta al decrescere dell’età. Tra il 2005 e il 2015 è triplicata la percentuale delle famiglie con bambini che vivono in tale situazione. Fin da piccoli patiscono l’esclusione affettiva e sociale, dovendo rinunciare in alcuni casi ad esempio alla mensa scolastica. 

Con famiglie disoccupate o con lavori precari i livelli di povertà minorile nel nostro Paese superano quelli degli altri Paesi europei.C’è un legame stretto tra dette condizioni, il fallimento scolastico ed il disagio sociale presente in determinati territori. La debolezza del contesto dunque richiede un investimento educativo di qualità fin dai primi anni di vita. 

Non può più essere che nel nostro Paese ci siano le stesse risorse per le realtà con popolazioni disagiate che per quelle più favorite. Poiché l’apprendimento è un processo cumulativo le disparità iniziali condizionano le possibilità di riuscita dei bambini di modesta estrazione sociale. E’ compito dei servizi educativiesercitare un’azione di presidio anche verso gli adulti, i genitori in particolare, soprattutto quelli meno istruiti, per cercare di alimentare il dialogo con i propri figli e più in generale innalzare il livello di partecipazione e di cittadinanza.

L’Italia è un paese a demografia debole,  i livelli di competenza in lettura, matematica e scienze (PISA) sono tra i più bassi dei paesi OCSE, un’intera generazione rischia di essere marginalizzata perché non studia e non lavora (NEET); l’unico elemento dinamico della società italiana è la presenza degli stranieri. Il 22,4% dei minorenni residenti nel nostro Paese è figlio di immigrati, di cui il 50% è nato qui anche se non ha la cittadinanza. Più di ottomila nel 2015 erano i minori non accompagnati. 

La quota della spesa sociale destinata a famiglie e minori è 1,3%, ma sono aumentate le spese d’iniziativa dei comuni. L’accesso ad un mensa di qualità nelle scuole è uno strumento fondamentale di contrasto alla povertà minorile ed ha anche ricadute economiche nel settore sanitario. Investire nell’infanzia, raccomanda l’UE, serve a spezzare il circolo vizioso dello svantaggio sociale. Ed è proprio nella fascia 0-6 che si avvia la costruzione delle pari opportunità nello sviluppo delle persone, con l’integrazione tra sistemi formativi e territoriali. I centri per le famiglie inoltre possono svolgere un’azione di inclusione sociale e di promozione delle competenze genitoriali.

L’ultimo rapporto di Cittadinanza Attiva (2019) ci dice che non sono stati fatti i necessari passi avanti nella riduzione delle disuguaglianze. La legge finanziaria del 2007 prevedeva un piano straordinario di sviluppo dei servizi per l’infanzia con un finanziamento statale e regionale triennale. Il decreto 65/2017 ha istituito un fondo nazionale per il sistema integrato di educazione e istruzione. Nonostante questi provvedimenti le famiglie italiane sono in forte difficoltà economica e organizzativa. Ed anche se la legge di bilancio 2019 proporne la gratuità dei nidi per redditi sotto una certa soglia, l’offerta rimane insufficiente, lontana dalla copertura europea (33%) con forte differenze tra le regioni.

Tra il 2002 e il 2012, precisa ancora il rapporto, le risorse statali sono aumentate, ma nei due anni successivi c’è stata una contrazione, così per i comuni è diventato sempre più difficile far fronte alle richieste e gestire direttamente tali attività e quindi si è fatto ricorso ai contributi delle famiglie ed all’appalto verso i privati.

Il predetto decreto 65 si è posto l’obiettivo di superare definitivamente il versante assistenziale per inserire dette attività nel sistema dell’educazione-istruzione pubblica, ma sia le risorse, sia la diffusione delle strutture sui territori non consentono ancora di raggiungerlo e quindi l’impegno delle famiglie risulta oneroso e talvolta insostenibile, soprattutto in quelle regioni in cui il servizio è poco diffuso.  Anche il bonus erogato dall’INPS e la detrazione fiscale sono interventi a macchia di leopardo e quindi non tali da assicurare una copertura generalizzata del territorio.

Per gettare un ponte tra gli asili nido e le scuole materne sono entrate in funzione le così dette “sezioni primavera” (L.296/2006),esse possono accogliere bambini tra i 24 e i 36 mesi e servono ad ampliare i posti da entrambi i versanti, soprattutto al sud, sia nelle strutture pubbliche che in quelle paritarie o in convenzione. Per queste è previsto un intervento finanziario dello Stato oltre a quellidegli enti territoriali ed ai contributi delle famiglie. Aiutano a rendere più flessibile l’orario prolungandolo anche oltre le nove ore giornaliere, prevalentemente al nord, in base ai contratti con il personale che sono di natura privatistica o legati alla cooperazione. Una realtà dai costi più contenuti anche per l’assenza di servizi complementari come ad esempio la mensa, che proprio per dover fronteggiare situazioni di emergenza restanolegate ad una concezione assistenziale. Anche queste sezioni dovrebbero entrare nel sistema integrato previsto dal  suddetto decreto 65, che però non è pienamente operativo su tutto il territorio nazionale.

I posti nei nidi sono ancora solo 23 ogni 100 bambini contro i 96 della scuola dell’infanzia. I servizi 0-3 sono il 36% pubblici e il 64% privati con una copertura del 22,8%. Solo quattro regioni hanno raggiunto il 33% indicato dall’UE. Se da una parte si registra un’insufficienza di strutture di accoglienza, dall’altra assistiamo ad un calo delle iscrizioni per difficoltà economiche delle famiglie e una diminuzione dei fondi nazionali per le politiche sociali, il che fa ricadere le spese dei comuni nei vincoli del patto di stabilità. Il piano straordinario del 2007 ha ridotto le disuguaglianze territoriali, ma è in crescita il numero dei soggetti privati accreditati alla gestione dei servizi a titolarità pubblica.

L’integrazione in un unico sistema di un universo complesso ed articolato di servizi prevede un modello di governance multilivello e rientra tra le competenze concorrenti tra stato e regioni. Al ministero nazionale il ruolo di indirizzo, monitoraggio e valutazione, alle regioni la programmazione, agli enti locali la gestione diretta o convenzionata (D. Leg.vo 216/2010). Resta la questione dei livelli essenziali delle prestazioni da garantire a tutti i cittadini, sostituiti dagli obiettivi strategici indicati dal più volte citato decreto 65, che porteranno alla definizione dei costi standard sulla base dei quali andrà ripartito il fondo di solidarietà comunale (L.42/2009) con finalità perequative in base alla differente capacità fiscale dei comuni stessi.

L’esclusione dei nidi dai servizi a domanda individuale, già prevista, come si è detto, non è attuata date le limitate risorse dei bilanci comunali in base ai quali è tuttavia possibile decidere esoneri parziali o totali dal pagamento delle rette da parte delle famiglie, nonostante lo stanziamento statale previsto dalla  legge 107/2015.

Le politiche di cura ed educazione nei primi anni di vita dei bambini sono inseparabili, un passo avanti è stato finalmente compiuto nel riconoscere a livello nazionale la piena funzione educativa dei servizi per la prima infanzia. Gli interventi educativi precoci valorizzano le prestazioni degli studenti e le pongono in relazione positiva con lo sviluppo economico del Paese. Ma la costruzione del nostro sistema rimane alquanto incerta.