Il Sud si è trasferito, a noi il freddo del Polo Nord

Il Sud si è trasferito, a noi il freddo del Polo Nord

di Claudia Fanti 

Ciò che mi ha sempre stupito è come sia possibile che quando si fanno riforme, tagli, si emanano disposizioni, non si tenga conto del substrato in cui precipitano. Substrato che è la tipologia di cultura scolastica diffusa tra gli insegnanti, le loro competenze in materia di curricoli, le loro tradizioni, le loro modalità di esistere dentro gli orari, le programmazioni, le progettazioni, i loro rapporti fra ordini di scuola.

Si procede a colpi di spugna, la storia dell’Italia scolastica, dei suoi Programmi, delle sue tradizioni in ogni ordine di scuola, università compresa…via tutto! Ho visto spazzar via intere esperienze preziose…via!

Non ho mai capito, e qualcuno in gamba prima o poi dovrà pur spiegarmelo, come mai invece di fare ristrutturazioni epocali per mezzo di Indicazioni Nazionali, verticalizzazioni sulla carta e curricoli in verticale, concorsi epocali, aumento di ore frontali, Sistemi nazionali di valutazione…non si pensi a piccole cose che vivificherebbero il sistema nella sua globalità.

Ad esempio come si fa a non pensare a un’organizzazione che non preveda incontri continuativi e stretti fra vari ordini, fra persone che dovrebbero per forza di cose conoscersi! Basta leggere i programmi dell’ordine che segue o precede per definire cosa, come, quando insegnare un segmento qualsiasi del sapere?

Ad esempio come si fa a creare i Comprensivi basandosi solo sui numeri per gli accorpamenti senza aver prima creato le condizioni affinché i docenti professionalmente si frequentino e si conoscano da vicino? Non sarebbe stata indispensabile una lenta introduzione di obblighi istituzionali di consigli di classe uniti (in alcune realtà avviene, ma certo non basta) per non incorrere nelle allergie reciproche.

Ma così non è.

Anzi, ogni anno ormai si operano chirurgicamente “riforme” su un corpo in coma, così, contestualmente, nella scuola di appartenenza, si ripete lo stanco rito della compilazione di documenti interni scrivendo piani di studio, verifiche,  competenze da attivare: ognuno nel proprio ambito e nelle proprie ore.

Può ciò bastare a una scuola che voglia opporsi alla dispersione e dare il giusto peso alla continuità?

Gli insegnanti vanno considerati impiegati o lavoratori della conoscenza?

Se si propende per la prima definizione, ok, tutto resterà come sempre, ma se, come credo, essi sono ritenuti professionisti in istruzione e formazione per tutti, non sarebbe meglio prevedere per legge  momenti di interscambio ben al di là dei soliti incontri di giugno per adempiere burocraticamente al rito della continuità? Rapporti settimanali o mensili, nei quali fare il punto dello stato dei lavori e delle problematiche insite nei diversi contesti.

Francamente è deludente notare come la mano destra non sappia cosa fa la sinistra. Altro che curricoli in verticale. Se di curricolo in verticale dobbiamo parlare che se ne parli sul serio e per tutti gli ordini di scuola e venga decisa con leggi serie la modalità degli incontri fra essi e la loro legittimazione giuridica su scala contrattuale e nazionale. Se i gradi “bassi” dell’istruzione lottano con problemi di integrazione, inclusione, numero di alunni per sezione e classe, certo la definizione degli obiettivi degli ordini di scuola dovrà tenere conto delle condizioni, del “paesaggio” circostante e interno e, su questa base di verità, di quotidianità, si potranno costruire percorsi possibili di competenze base, che mi scuso con gli estensori delle Indicazioni, non potranno essere soltanto “visionarie”, perché se è vero che il sogno fa da stimolo, è altrettanto vero che la realtà preme e soprattutto quella di ogni singola piccola persona con la quale veniamo in contatto, ognuna inserita in contesti alquanto complessi: spazi carenti, compresenze inesistenti o quasi, classi numerose, regole rispettate a corrente alternata da parte di famiglie in serie difficoltà anche di economie in diminuzione.

Il lavoro di coloro che sanno quanto siano fragili gli equilibri di studenti e famiglie soprattutto nel contingente periodo di crisi, è a dir poco difficile, risulta quasi impossibile. Infatti, gli insegnanti di tutti gli ordini di scuola sono sempre più impegnati nel tamponare le falle del sistema…

E poi c’è tutto il versante dell’organizzazione degli istituti: segreterie oberate, collaboratori sempre in corsa fra le esigenze del territorio e quelle interne di Dirigenti e colleghi, e poi ci sono gli incontri con le unità sanitarie locali, e quelli per la dislessia ormai in costante aumento (sarà proprio così?) e altri per corsi d’aggiornamento sulle novità ministeriali…Il tempo della didattica, delle metodologie, delle discipline, della conduzione della classe manca sempre e manca anche a chi vorrebbe entrare nella scuola ed è precario da una vita…siamo tutti presi a chiudere le falle del sistema, a fare ciò che possiamo (è la frase più pronunciata nei corridoi e nei Collegi: “faremo ciò che possiamo”). La scuola verticalizzata o meno dovrebbe essere messa nelle condizioni di fare più di ciò che richiedono ministri e loro collaboratori. La scuola dovrebbe poter lavorare in serenità coi tappeti rossi stesi sotto i suoi piedi. Al contrario, viene continuamente scossa da annunci e da smentite, da riforme e riformicchie al tempo della velocità della luce.

E veniamo alle  Indicazioni Nazionali che hanno visto la luce il 4 settembre 2012, ma prima voglio dire che mi ha impressionato il sostanziale silenzio dei soliti esperti della scuola e della stampa! Ma come? Si dà alla luce il documento più importante per il futuro di schiere di cittadini e non si dice nulla? Ma cosa ha preso a tutti? Va bene, gli annunci ministeriali fanno colpo. Più che altro fanno venire infarti a tutta la categoria magistrale di ruolo e non, ma i Programmi, ops le sedicenti Indicazioni Nazionali, non attirano più? non interessa più a nessuno cosa viene prescrittivamente imposto da Traguardi e Obiettivi? Nessuno li legge più fino in fondo?

Vero è che nelle scuole si va avanti sempre e comunque, ma non accorgersi neanche che c’è un documento a cui dovremo tutti far riferimento, Invalsi compreso, mi pare davvero troppo. Ecco a cosa hanno portato le politiche cieche e sorde dei ministeri chiacchieroni.

Non sta a me uno sproloquio sull’introduzione delle predette Indicazioni, anche perché se avessi potuto scriverla io sarebbe stata brevissima: V. Costituzione e v. una formazione integrale della persona e del cittadino. Un/una cittadino/a-persona, una persona-cittadino/a libero di pensare, esprimersi, creare e ricreare, libero di scegliere, di credere o non credere in Dio. Libero.

E avrei praticamente finito.

E per raggiungere lo scopo avrei aperto un confronto in ogni scuola, un confronto a cui avrei chiamato oltre al personale della scuola stessa, famiglie interessate a intervenire, studenti maggiorenni… un confronto aperto e che durasse un anno e anche più, sui tempi, le discipline e gli obiettivi, l’organizzazione del lavoro, lo studio e le difficoltà insite in esso. Avrei reso possibile alle scuole l’apertura di tavoli verso l’esterno affinchè si  potesse parlare di temi inerenti la vita dentro e fuori. Avrei scelto la via dell’ascolto dei tanti soggetti che popolano la scuola, lasciando gli strumenti del dibattito nelle mani degli insegnanti, per porli nelle condizioni di poter informare ed essere informati sui temi che riguardano le problematiche dell’esistenza oggi e sul come affrontarli senza la disperazione, l’angoscia della solitudine, perché se è vero che i bambini, le bambine, un’infinità di studenti si sentono soli, nulla di più utile e spiazzante sarebbe il coinvolgimento della comunità tutta a una presa di responsabilità civile prima ancora della stesura di qualsiasi “Programma” o “Indicazione”.

Può sembrare un’utopia avviare un percorso di dibattiti a tutto campo, eppure nulla è più efficace dell’aprire le porte a chi ci sta. Chiaramente la cosa implicherebbe una spesa, ma la scuola e chi ci lavora con passione civile devono costare. I loro studi, le loro competenze devono pur valere qualcosa. Il fatto che siano gli esperti delle specifiche discipline a scegliere gli obiettivi per un intero popolo e non chi lavora per il popolo degli studenti è una consuetudine che non ha più alcun senso, perché induce gli esperti a strafare, a rubarsi la scena gli uni con gli altri, a razionalizzare gli apprendimenti, a elencarne gli obiettivi come fossero la lista di una spesa per acquistare un sapere e poi metterlo da parte per chi sa quale futuro. No, non va bene, non ha senso. Semmai l’esperto disciplinarista potrebbe “raffinare” un prodotto, renderlo più elegante, epistemologicamente corretto, ma l’anima dei programmi di un’intera popolazione di persone, deve avere la preminenza su diktat freddi e lontani dalla realtà delle classi, dei corridoi, delle palestre, dei territori più o meno “fortunati”.

E poi avrei copiato dalla scuola finlandese quella consuetudine alla “valutazione della fiducia” verso docenti e studenti. I primi rispettati per gli studi fatti e per gli “esami” superati e voluti dallo Stato (sì, perché è proprio lo Stato che in Italia non si fida di se stesso che li ha formati ed esaminati); i secondi rispettati nella loro necessità di procedere per prove ed errori, nella loro esigenza di poter porre domande, di potersi esprimere su tutto con quella libertà propria di un sistema che contempla tempi lunghi, spazi adeguati, una valutazione narrata e condivisa, rispettati nei loro processi di apprendimento, nelle loro “salite” e “discese”. Altro che voti, test, standard, obiettivi e traguardi prescrittivi spesso poco rispettosi delle fasce dell’età evolutiva per le quali sono previsti…

Ma certo, la mia è una pretesa ardita: in un Paese che non sa confrontarsi al suo interno, che non sa neppure rispettare la propria storia, i propri punti di forza (si pensi soltanto all’accanimento terapeutico distruttivo di ogni ministero verso la ex scuola elementare, sempre più ex , che era ai primi posti nel mondo. Qualcuno ha salvato qualcosa di essa?), io vorrei pretendere il confronto con un Paese così nordico come la Finlandia che investe tutto nella scuola statale e non fa “correre”, anticipare i tempi dell’apprendimento al fine di non disperdere nessuno?

In realtà il freddo del Polo Nord ci ha pervaso e il Sud si è trasferito al Nord. Un vero pasticcio!

 

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