7, 14, 21 e 28, questa è la storia di paperotto…

“7, 14, 21 e 28, questa è la storia di paperotto…”
Non parliamo di organizzazione, parliamo di un progetto scuola all’interno di un progetto Paese

 di Cosimo De Nitto

Sette, quattordici, ventuno e ventotto, questa è la storia di paperotto… una bella conta molto nota e usata dalle insegnanti di scuola dell’infanzia. Lasciamola lì, la conta, ancorché simpatica, così come dobbiamo lasciare lì Profumo, il maestro di strada Rossi Doria &C. e quanti in questi anni hanno coniugato un attacco frontale alla scuola pubblica con colpi tremendi portati agli insegnanti e al personale tutto sul piano del discredito sociale, del peggioramento delle condizioni di lavoro, dell’immiserimento economico condiviso con tutta la cosiddetta classe media. Hanno colpito le risorse con tagli lineari, e siccome la principale risorsa della scuola è quella umana data dal dal suo patrimonio che sono gli insegnanti, hanno colpito questi ultimi in tutti i modi. Li hanno colpiti nei livelli occupazionali prima, in modo virulento, la Gelmini ne sa qualcosa con i suoi 8 miliardi tagliati e con la soppressione di 150.000 posti di lavoro. Una manovra spietata che non ha pregiudicato solo le quantità, ma, come è naturale che accada in un settore come quello della istruzione e formazione, ha compromesso e pregiudicato gravemente la qualità dell’insegnamento-apprendimento con l’aumento progressivo degli alunni per classe, con gli accorpamenti/ammucchiamenti selvaggi di scuole, con l’eliminazione del tempo pieno e del modulo nella primaria, con la cosiddetta “razionalizzazione” degli insegnamenti nella secondaria, con la riduzione degli insegnanti di sostegno. Ma non hanno colpito tutto e tutti  in una volta. Hanno cominciato con la manovra finanziaria, quella di cui andava orgogliosamente fiero Tremonti perché approvata in otto minuti. Poi hanno attaccato la scuola primaria abbattendo il tempo pieno, il modulo, restaurando il cosiddetto maestro unico (chi non ricorda le trasmissioni di Porta a porta della Gelmini con l’untuoso Fede?), restaurando il voto numerico, lasciamo stare la storia del grembiulino amarcord ridicolo e patetico, la soppressione dell’insegnante specialistico di Inglese (l’Inglese tornano ad insegnarlo i maestri curricolari dopo qualche ora di formazione(?) poco in presenza e molto on line). Poi hanno attaccato la scuola secondaria attraverso la cosiddetta “essenzializzazione” che, tradotta in italiano, vuol dire elimininazione di discipline pur importanti e accorpamenti improbabili di materie tutto all’insegna del tagliare. Ogni attacco è stato sempre parziale, all’apparenza scollegato da un contesto, da una filosofia, che invece c’era e non l’ha fornita quella poveretta, ancorché incompetente, della Gelmini, ma Tremonti (“Dio, Patria e Famiglia”, “la cultura non si mangia”). Ogni attacco è stato preparato e accompagnato con campagne di regime, non saprei meglio definirle, su organi di informazione e media compiacenti, a cui hanno allegramente partecipato e sostenuto molti pennivendoli, pseudo-columnist, esperti improbabili, testimoni non attendibili. I resistenti, di volta in volta e sempre divisi, ora gli insegnanti della primaria, poi un pochino anche quelli della secondaria, insieme a genitori coscienti del massacro che si perpetrava ai danni della scuola pubblica, poi anche qualche “cattivo maestro” “ex sessantottino”, qualche minoranza sindacale qua e là come “un volgo disperso che nome non ha”, tutti i resistenti si sono opposti alla specificità dei provvedimenti. Di tanta parte dell’intellighenzia parte è rimasta muta, parte ha cercato un abboccamento iniziale con la Gelmini salutandola persino come una possibile novità e proponendosi per la collaborazione e come consiglieri, parte è rientrata nei ranghi istituzionali (sul posto di lavoro non si fa politica, non si può criticare il ministero, ognuno faccia il proprio mestiere nei suoi ranghi). Le forze politiche? Meglio stendere un velo pietoso, parlo delle principali. Hanno sostenuto a spada tratta, ovviamente, quelle della maggioranza. L’opposizione non ha mai scelto lo scontro frontale, piuttosto la linea del “si, ma”, che è quella della ricerca del contentino sotto forma di aggiustamento, della piccola e insignificante modifica e attenuazione degli effetti più perversi delle decisioni di (mal)governo, forse anche per coprirsi un po’ verso quella parte della società che aveva ben capito la portata della linea del governo e i suoi effetti e ricadute drammatici sulla scuola pubblica, oltre che sugli insegnanti.

Archiviata la Gelmini, non gli effetti delle sue perverse decisioni, si è arrivati a Profumo, e a Rossi Doria. Anche qui speranze, proposte e auto-proposizioni non sono mancate in quella parte di intellighenzia che ha salutato il fatto che finalmente a capo del dicastero fosse arrivato qualcuno che si distingueva dalla Gelmini per stile e per competenza. Purtroppo le speranze, le attese sono ben presto andate deluse. A bruciare le speranze ci ha pesato subito Monti con le sue prime dichiarazioni sulla scuola. Il suo governo applicava e continuava la linea Gelmini, di lì a poco anche Profumo avrebbe dichiarato le stesse cose, affermava che avrebbe “oliato” quanto già fatto dal governo precedente; non solo, quindi, avrebbe continuato, ma avrebbe reso più efficace e funzionante quanto (dis)fatto dalla Gelmini.

In questa continuità si iscrive la pratica delle dichiarazioni e degli annunci, l’attacco al valore legale dei titoli di studio, alla diminuzione dell’obbligo scolastico e della durata degli studi, il concorso e l’eliminazione non già del precariato, ma dei precari in quanto persone portatrici di diritti sacrosanti guadagnati con il lavoro e la fatica, le rinunce e lo status di minus habens per anni e anni, i tagli con la legge spending review alle già magre risorse della scuola, infine il colpo mortale dell’aumento delle ore di cattedra nella secondaria da 18 a 24. Il tutto spruzzato col profumo-annuncio del tablet ad ogni studente, che suona come finale presa in giro di una scuola priva ormai dell’essenziale per essere ritenuta degna di un paese avanzato. Che miseria.

Di fronte a tali disastri il movimento dei resistenti ha ogni volta cercato di fronteggiare gli attacchi sul terreno specifico di ciò che si imponeva alla scuola. La barzelletta della eliminazione del valore legale del titolo di studio è stato spazzato via da una consultazione on line, sia pur parziale e lacunosa. Il concorso l’ha voluto portare avanti lo stesso nonostante la ribellione del mondo della scuola, non solo dei precari. L’aumento dell’orario di cattedra ha dovuto ritirarlo per una sollevazione generalizzata persino delle stesse forze politiche che sostengono il governo, ma prima di tutto in base ad un fortissimo movimento di opposizione dal basso che continua e andrà avanti anche dopo, nei prossimi mesi, fino alla scadenza del mandato parlamentare di questo governo. Parlare di riforme con questo governo? Qualche anima bella ha cercato di fare qualcosina in tale direzione, sbagliando di brutto, perché mancano le condizioni minimali per discutere con chi ti tiene la pistola (le forbici) puntata alle tempia. Mi vengono in mente le parole di una vecchissima canzone “Illusione, dolce chimera sei tu…”.

Che fare allora, mi chiedeva una cara collega?

Di scuro mandare a casa prima possibile Monti, Profumo, Rossi Doria e la loro agenda che non è l’agenda né della scuola né del Paese.

Di sicuro far crescere l’opposizione ad una concezione della scuola, e della società, che si è sviluppata lungo l’asse Berlusconi, Tremonti, Gelmini, Monti, Fornero, Profumo, unificando questa opposizione, facendo emergere da essa una concezione strategica e politica che veda ribaltati i paradigmi della educazione, istruzione, formazione.
Dal paradigma “la cultura non si mangia”, al paradigma “ conoscenza e cultura motori dello sviluppo”.
Dal paradigma del “merito” al paradigma “non uno di meno”.
Dal paradigma della “scuola-azienda”, al paradigma della “scuola-valori civili, culturali, sociali”.  Dal paradigma “scuola variabile dipendente dal mercato” al paradigma “mercato influenzato dai valori democratici lievitati in un sistema dell’istruzione e della formazione autonomo, pubblico, rispondente ai principi costituzionali”.
Dal paradigma “scuola=addestramento” al paradigma “scuola=formazione critica del pensiero del cittadino, lavoratore, persona”.

Di sicuro in questi mesi e durante la campagna elettorale bisognerà mettere al centro del dibattito i temi della scuola, università, ricerca, affinché il sistema dell’istruzione e della formazione sia considerato “bene comune” prioritario nell’azione di rilancio, sviluppo e crescita del Paese.

Di sicuro bisognerà dare vita ad una sorta di costituente che porti il paese a ripensare non l’organizzazione della scuola (come recita il titolo del bell’articolo del mio stimato amico Tiriticco su edscuola) , ma la scuola stessa, il suo ruolo, le sue finalità sociali e, all’interno di questi, la funzione degli insegnanti. Una mobilitazione generale come fu il grande e ancorché incompiuto dibattito sulla partecipazione sociale e sugli organi collegiali agli inizi degli anni ‘70. Un’operazione che restituisca la scuola alla mission che le assegna la Costituzione. Un dibattito dal quale far emergere che non c’è cambiamento della scuola se non c’è un cambiamento del modo in cui la società guarda ad essa, così come non c’è cambiamento del Paese se la scuola non lo prepara, non l’accompagna. Se non ri-costruiamo dal basso una visione strategica di ampio respiro che guardi avanti continueranno a prevalere visioni miopi, parziali (merito, valutazione, orario, titolo di studio, continuità, mercato, concorso, maestro unico ecc.), strumentali che non portano da nessuna parte e continuano a trascinare la scuola nella sua involuzione, come il resto del paese, l’economia, la politica ecc. Mi rendo conto che non è facile, ma so che gli insegnanti sono 7-800.000 e ciascuno di essi può muovere famiglie, enti, associazioni, partiti, sindacati. Cosa importante e fondamentale è quella di far crescere nella critica, nella protesta, nella lotta quella visione generale, quella consapevolezza di cui parlavo prima. A cominciare dai prossimi appuntamenti elettorali, dalle prossime lotte sindacali dobbiamo avere la forza di mettere al centro del dibattito del paese non l’agenda Monti, feroce contro la scuola come i suoi predecessori, ma l’agenda SCUOLA ai primi posti  dell’agenda Italia.

 

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