Solidarietà ai Dirigenti Scolastici

Solidarietà ai Dirigenti Scolastici

di Beatrice Mezzina

Tra novembre e dicembre, ogni anno, con puntualità e con qualsiasi governo o politica scolastica, appare la malattia esantematica degli studenti, l’autogestione e l’occupazione, meglio con due k: ai ragazzini delle scuole medie brillano gli occhi quando visitano le scuole superiori e chiedono ai loro compagni più grandi se faranno l’okkupazione l’anno successivo, gli studenti sono eletti negli organi collegiali se nel loro programma c’è l’esplicito riferimento a queste manifestazioni, insomma un rito, con punte di minore o maggiore virulenza in rapporto alla situazione politica e sociale.

Tanto che alcuni anni fa ho proposto che l’autogestione si formalizzasse, insomma si prevedesse uno spazio e un tempo per gli studenti, autogestito, destinato a quello che gli studenti chiedono con forza, di parlare tra loro, di approfondire alcuni temi, di sottrarsi almeno semel in anno alla cappa di una scuola che sentono stretta, vecchia, anch’essa con immutabili riti e incombenze.

Che poi gli studenti non abbiano molte consapevolezze, che siano pochi quelli che effettivamente sappiano quello di cui parlano, che i migliori si stanchino e abbiano cocenti disillusioni nel guidare la massa, fa parte delle cose, non inficia questa aspirazione all’essere, alla consapevolezza, all’aggregazione, di cui è necessario tener conto.

Passato il momento cruciale, l’esantema nella fase acuta finisce con l’avvicinarsi del Natale, tutto come prima, si riprendono le vecchie regole della scuola, anzi peggio perché incombono le valutazioni trimestrali o quadrimestrali, insomma si deve tornare all’ordine. Gli studenti abbandonano i temi della protesta e insieme con gli insegnanti più sensibili non proseguono in un lavoro metodico e critico nella propositiva affermazione di alcuni mutamenti da tutti sentiti ineludibili, nel costringere chi si occupa di scuola e soprattutto i decisori politici a riprendere globalmente le questioni, a fare passi seri di trasformazione.

Del resto i partiti sono in altre faccende affaccendati, i luoghi di discussione e di proposta sono sempre più ristretti. Dove trovano gli studenti i luoghi di formazione politica e di confronto?

Quest’anno la situazione è apparsa subito molto più complessa del solito. Le proteste degli insegnanti contro il Ministro Profumo, sospese dalla maggior parte dei sindacati dopo l’eliminazione della proposta infausta di aumentare unilateralmente l’orario degli insegnanti, il clima di ribellione nelle scuole, i Collegi che deliberavano impropriamente su argomenti non deliberabili, hanno posto molte micce, tra cui anche la speranza di un patto tra studenti e insegnanti per porre all’opinione pubblica le questioni della scuola.

Tutto questo in un clima generale di sfiducia, non solo per gli scarsi finanziamenti alle scuole, per la situazione edilizia sempre pesante, per l’ ostilità alla proposta di riforma degli Organi Collegiali; c’è altro credo, e di più, una consapevolezza di fondo e ribollente della crisi generale che tocca i giovani, il lavoro, le famiglie stesse, di cui gli studenti fortemente e giustamente risentono, di cui sono spesso portatori.

Il figlio quindicenne di una brava signora che si occupa di un anziano di famiglia ha chiesto il permesso alla madre di allontanarsi di notte per occupare la scuola ponendo questa motivazione: se non facciamo sentire la nostra voce, il prossimo anno pagherai tante tasse per la frequenza. Non sai che c’è un attacco alla scuola pubblica? La madre mi domandava se fosse veramente così.

Ragazzino intelligente, indigente ma con telefonino alla moda, che poneva una questione nodale e che avrebbe bisogno di risposte.

In questo clima, anche quando sono state ritirate le proteste degli insegnanti, è stato tardi per riprendere gli studenti, ormai in fibrillazione, e per ridurli a più miti consigli.

Ancora una volta il calvario dei Presidi da far tremare le vene e i polsi: trattative estenuanti con gli studenti per cercare di scongiurare le occupazioni, sempre pericolose e al limite della legalità; appostamenti di notte nelle scuole di qualche preside coraggioso con qualche insegnante e ATA di buona volontà, avuto sentore dell’assalto notturno degli studenti; tentativi di saltare qualche cancello già chiuso da parte di qualche preside più atletico; contrattazione con gli studenti asserragliati per consentire l’ingresso nelle scuole del personale di segreteria che ha bisogno di mantenere gli impegni di lavoro a fine anno; discussioni con i genitori, preoccupati dell’incidenza delle assenze sulla validità dell’anno scolastico; il rapportarsi con la stampa e con un’opinione pubblica che parla di scuola e ne giudica il comportamento in questi momenti di difficoltà. Il tutto cercando di non perdere l’autorevolezza e di non compromettere un rapporto con gli studenti spesso ben costruito, che è importante per il resto dell’anno e che comunque è necessario conservare.

In questi momenti difficili, con insegnanti tra il preoccupato, il defilato e la speranza di palingenesi affidata agli studenti, con crisi di emulazione tra gli studenti (ormai con i cellulari comunicano in tempo reale) e sentimenti di inferiorità se non si procede al’occupazione, i Presidi sono soli ancora una volta: non si è visto nessuna tra le Istituzioni che si occupano di scuola che discutesse con gli studenti. Non si sono viste le Province cui gli studenti chiedono strutture e manutenzioni decenti, silenti gli USR se non per chiedere notizie ai presidi sulle ragioni delle proteste, lontani partiti e sindacati.

I giornalisti invece in prima fila, puntuali nel diffondere bollettini di guerra, interviste agli studenti, genitori tra il preoccupato e il compenetrato sostegno, qualche vecchio sessantottino ormai con l’età da nonno cui brillano ancora gli occhi per la “crescita” dei giovani, qualche signora con furtive vettovaglie, anche una bella parmigiana agli occupanti, cuore di mamma.

Insomma un calvario.

I Presidi sono sotto giudizio, “minacciosi” se ricordano agli studenti le proprie responsabilità, “deboli” se non riescono a fermare le occupazioni e se qualche volta perdono le staffe, e succede ai presidi più valorosi e impegnati, sono anche passibili di indagini e denunce tra deliqui di studentesse e recriminazioni di genitori.

Cosa si svolge dentro le scuole durante le occupazioni perde progressivamente di interesse di fronte alla cronaca del rituale.

Molte scuole dove presidi e docenti si sono sempre dichiarati disponibili con i loro ragazzi a un dialogo costruttivo, alla ricerca di nuove forme di protesta che si trasformino in occasioni propositive e che non ledano gli interessi di nessuno, non fanno più testo.

Poi si sente qualche proposta interessante – al di là del greve testo dovuto al momento – come quella degli studenti della Rete della conoscenza, insomma quelli più consapevoli e “politicizzati”: oltre all’auspicio di costruire una scuola e una società differenti, chiedono di “scardinare dal basso una didattica frontale e autoritaria nel merito e nel metodo, una valutazione utilizzata come strumento di repressione per un modo diverso di stare a scuola”.

Insomma squilli di tromba di fortissimo clangore che toccano nodi tremendi per la riflessione sulla scuola, da discutere con argomenti di nervi e sangue.

Come risponderanno le campane della scuola tutta dopo che l’imminenza delle feste farà regredire la malattia esantematica? Risponderanno le Istituzioni, si penserà a una politica scolastica seria che tenga conto di quanto se pur confusamente e arrogantemente emerge dalle contestazioni? Si rifletterà sulle regole di partecipazione degli studenti in un percorso di seria riflessione?

Ho paura che proseguirà tutto come prima.

Ci rivedremo quindi il prossimo anno. In autunno.

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