Dieci anni… di solitudine!

Dieci anni… di solitudine!
ovvero il concorso della vergogna

di Maurizio Tiriticco

Ho già avuto modo di elevare fiere critiche nei confronti del concorso con cui la nostra amministrazione si è voluta divertire ad umiliare e offendere circa trecentomila insegnanti che, invece, avrebbe dovuto in qualche modo incoraggiare e premiare per i sacrifici che da anni sono costretti ad affrontare e sopportare!

Non sarebbe stato meglio spendere soldi per cominciare ad assumere per via breve e straordinaria, anche cadenzata nel tempo, cittadini che da anni accumulano punteggi sperando in una di quelle tante sanatorie che ogni tanto caratterizzano il nostro strano e pressappochista assetto legislativo? Per anni l’amministrazione li ha costretti ad accedere a graduatorie che di volta in volta si sono venute sempre più impinguando fino ad allargare a dismisura la platea della precarietà. Per anni li ha illusi che “andavano bene” per coprire cattedre a tempo! E a un certo momento ha detto no! “Ora faccio sul serio e vi voglio mettere alla prova, giovani e vecchi, precari storici e precari novelli! Verifichiamo se siete all’altezza del vostro compito!” Ma come! Prima li avete spremuti come limoni con il miraggio della sanatoria finale e poi… Quale governo amministra così i suoi cittadini? Ma siamo veramente cittadini di una Repubblica che è fondata sul lavoro? O sul precariato? Questo è veramente il concorso della vergogna!

Ma non è finita qui! E questa è la beffa più… beffarda! “Vi sottopongo a un test di logica, perché a monte di qualsiasi attività lavorativa ci deve sempre essere un cervello capace di ragionare! E a un test di comprensione della lettura perché anche l’interpretazione di un testo è garanzia di una competenza professionale”. Tutto in nome del nuovo che avanza! Ed ecco affacciarsi i dieci anni di… silenziosa solitudine! E ne spiego il perché.

Negli anni Sessanta, in seguito alle prime sonore bocciature in atto nella rinnovata scuola dell’obbligo (legge 1849/62) e alle accalorate rimostranze di Don Milani che nella sua Lettera del ’67 denunciava l’incapacità degli insegnanti e la diretta responsabilità delle istituzioni, fummo in molti a interrogarci per capire in che cosa stavamo sbagliando! E scoprimmo che avevamo avviato una scuola obbligatoria ottonnale con una semplice operazione ordinamentale: avevamo unificato la scuola media con l’avviamento ma avevamo lasciato che il diaframma di sempre tra il quinquennio della scuola elementare e il triennio della media unificata rimanesse tale e quale. Per di più la scuola elementare “dei maestri” continuava a concludersi con l’esame di rito che fino al 2005 è stato pienamente in vigore. E quella “dei professori” costituiva pur sempre il primo grado della scuola secondaria! E fu una circostanza che non valutammo come avremmo dovuto. In effetti, nessuno di noi negli anni Cinquanta, nel lungo dibattito che precedette l’istituzione dell’obbligo ottonnale, si era mai preoccupato di un’altra cosa, cioè di come costruire, sotto il profilo metodologico-didattico la rinnovata scuola dell’obbligo. Solo le bocciature ci costrinsero a ripensare all’operazione che avevamo attivato.

E così tutto lo scorcio degli anni Sessanta e l’intero decennio successivo fu completamente dedicato al “come” rendere veramente promozionale sotto il profilo civile-educativo, istruttivo e formativo, la nuova scuola che avevamo istituito “per legge”. E imparammo tante cose, anche dagli Americani – se si può dir così – comunque da quei tanti studiosi d’oltralpe che da decenni si misuravano con scuole che si prefiggevano non tanto di bocciare o promuovere quanto di promuovere veramente sotto il profilo culturale, sociale, professionale. Fu così che la nostra tradizione pedagogica dei Lombardo Radice, della Montessori, delle sorelle Agazzi, di Ernesto Codignola e di tanti altri, a cui l’idealismo gentiliano e poi il fascismo avevano tarpato fortemente le ali (conoscemmo Dewey in traduzione italiana soltanto nel 1949, con Democrazia e Educazione, tradotto da Enriques Agnoletti e Paolo Paduano per i tipi della Nuova Italia), venne riassunta e con forza come motivo di ricerca e di studio. E in quegli anni conoscemmo Bruner, i De Landsheere, Bernstein. Flanders, Gagné, Bloom, Husén, Nicholls, Skinner, Stenhouse e tanti tanti altri. E dovemmo ai nostri Laporta, Visalberghi, Gattullo, Calonghi, Pippo Codignola, Lydia Tormatore, Clotilde Pontecorvo e tanti tanti altri il rilancio della nostra ricerca pedagogica con cui la nostra migliore tradizione veniva implementata da ciò che le altre scuole ci offrivano.

Fu allora che cominciammo a parlare di curricolo verticale, unitario e progressivo, di programmazione educativa e didattica, di misurazione e valutazione, di prove di verifica, di prove oggettive, strutturate e semistrutturate, di questionari, test, reattivi e via dicendo! Le ricerche, le sperimentazioni le pubblicazioni furono molteplici. Quando nel ’77 abolimmo voti e pagelle nella scuola dell’obbligo sostituendoli con giudizi e schede di valutazione, potemmo farlo proprio perché a monte avevamo ormai un ricco corredo di ricerca che giustificava tale scelta. E non solo! I nuovi programmi del ’79 e dell’85 delle scuole medie ed elementari ospitarono largamente l’esito di questi contributi. Gli stessi Programmi Brocca, le sperimentazioni assistite che riguardavano l’istruzione di secondo grado avevano a monte tutti i suggerimenti che questa ventennale copiosa attività di ricerca era andata producendo. E gli insegnanti non furono lasciati soli! Attività di aggiornamento e di formazione in servizio furono molteplici e intense. Ma poi?

Poi il diluvio! Con l’amministrazione Moratti, dal giugno 2001 – l’inizio del decennio nero – tutto il patrimonio che con tanta fatica avevamo costruito negli anni precedenti fu letteralmente polverizzato. La Moratti sosteneva con grande convinzione che le difficoltà della nostra scuola dipendevano tutte dal curricolo. Secondo lei, con il curricolo la scuola imponeva agli alunni obiettivi che di fatto non potevano raggiungere. Occorreva quindi rovesciare il sistema: “non più alunni a servizio della scuola ma una scuola a servizio degli alunni”! E le Indicazioni nazionali, di cui alla legge 53/03 e ai successivi decreti legislativi, proponevano Piani di studio personalizzati. Il che significava che agli insegnanti venivano proposti, disciplina per disciplina, una miriade di obiettivi, tra i quali avrebbero dovuto scegliere quelli più adatti per ciascuno dei loro alunni: una scuola ad personam! La scuola azienda! La scuola del “mercato”: dove un alunno “compra” ciò che vuole! Addio alla scuola nazionale! Non solo si gettava a mare la didattica curricolare, ma si scardinava la ragione stessa della scuola pubblica: il fatto cioè che, dalle Alpi al Lilibeo ai nostri studenti della scuola obbligatoria, devono essere proposti gli stessi obiettivi, ovviamente con tutte le curvature del caso, in grado di garantire non solo l’unitarietà del sistema, ma anche l’unitarietà di una cultura essenziale di base per tutti i nostri cittadini.

Con la parentesi di Fioroni, in effetti troppo breve per riparare ai danni inferti dalla Moratti, un ritorno netto alla didattica curricolare non ebbe luogo e le sue Indicazioni per il curricolo della scuola di base per altro avevano anche un carattere sperimentale. Con la Gelmini, com’è noto, le cose sono andate solo di male in peggio. Se poi si aggiunge che il vero ministro dell’istruzione era Tremonti, il cui compito era solo quello di tagliare, non c’era nessuno spazio perché il problema di una didattica curricolare venisse riproposto. In parallelo però partivano le iniziative Invalsi a gettare su una scuola assolutamente impreparata prove di verifica – per altro scientificamente non sempre ineccepibili – che invece avrebbero richiesto a monte una solida cultura della misurazione e della valutazione (peraltro, concetti e pratiche ben diversi), cultura che in un decennio era stata letteralmente gettata a mare!

Che cosa è successo ora con Profumo? Dopo oltre un decennio di silenzio assoluto sull’uso dei test nella didattica e di silenzio più che assoluto sulle prove di logica, si è avuto il coraggio di proporre a trecentomila insegnanti prove su cui non si è mai avviata alcuna sollecitazione, alcuna riflessione, alcuna esperienza!!!

Non ho nulla per principio – e l’ho scritto più volte – contro le prove oggettive! Anzi, credo di esserne uno studioso e un fautore. Non ho nulla neanche contro le prove di logica! Ma sono assolutamente contrario alla scelta che è stata effettuata, perché “inventata” a tavolino non si sa da chi e perché, solo per un vago ed ingiustificato sentito dire che queste cose si fanno in altri Paesi più avanzati del nostro! O meglio, per buttare a mare il maggior numero possibile di candidati! Ma che giustificazioni sono? Quanti saranno scivolati sulle prove di logica pur essendo ottimi insegnanti? E tu ministero, non solo non vai incontro ai “tuoi dipendenti”, ma addirittura ti inventi un sistema per gettarli a mare e per sempre! Quando mai i duecentomila che “non sanno ragionare” potranno riprovarci a raggiungere un contratto a tempo indeterminato? Tra altri dieci anni! O venti! Per loro suona amaro l’adagio che bisogna apprendere sempre, “dalla culla alla tomba”! E il prossimo ministro che cosa si inventerà per umiliare e offendere chi vuole soltanto insegnare?

I trecentomila avrebbero dovuto far saltare ministro e ministero! Come avvenne per il concorsone di Berlinguer! Se non lo hanno fatto è solo perché, quando si è alla fame, anche il sapore di una briciola sembra contare qualcosa! Purtroppo!

 

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