Maometto a scuola

Maometto a scuola
L’immagine della cultura araba e del mondo islamico nei manuali di storia per gli Istituti Professionali

Abstract

Questa ricerca ha lo scopo di analizzare l’immagine del mondo islamico e della cultura araba nei manuali di storia adottati nella scuola italiana (con particolare attenzione agli Istituti Professionali), per verificare se i nostri ragazzi hanno strumenti adeguati per conoscere questa realtà che i fenomeni migratori rendono molto attuale. E’ vero che gli studenti hanno a disposizione anche altri strumenti di conoscenza (ad es. i media o gli stessi compagni stranieri), ma il libro risulta rivestito di un’autorevolezza che i ragazzi non mettono in discussione e spesso si tratta dell’unico testo storico che gli studenti hanno a disposizione.

Sono stati presi in considerazione sette manuali per il triennio degli Istituti Professionali che rappresentano oltre l’84% delle adozioni; questi sono stati poi confrontati con il manuale più adottato nel biennio e quello più adottato nel triennio dei Licei e degli Istituti Tecnici.

A una prima ricognizione delle pagine in cui si parla del mondo islamico e della cultura araba nei manuali emerge che l’argomento è un fiume carsico che appare in alcuni punti (la nascita dell’Islam, Poitiers, le crociate, Lepanto, Napoleone in Egitto, l’indipendenza greca, l’imperialismo, la decolonizzazione etc); si osserva inoltre una certa omogeneità dei contenuti: tutti i testi parlano più o meno delle stesse cose. Si è reso dunque necessario uno sguardo più ravvicinato; sono stati scelti tre argomenti campione: la nascita dell’Islam, Poitiers e le crociate.

Le ragioni per cui ho selezionato questi temi sono presto dette: l’età moderna nei manuali è trattata di solito da un punto di vista molto eurocentrico, dunque c’è pochissimo materiale sull’argomento studiato (per. es. si trovano riferimenti ai Turchi solo negli incisi: “Costantinopoli, che nel frattempo era stata conquistata dai Turchi, divenne…”); la parte dell’età contemporanea che offre più materiale (dal secondo dopoguerra: la decolonizzazione, i conflitti israelo-palestinesi, l’emergere del radicalismo) non è di solito svolta in classe quindi non ha ricadute sugli studenti; infine i capitoli in cui viene presentato l’Islam sono fondamentali perché forniscono i concetti e le interpretazioni che verranno poi utilizzati nei capitoli successivi (col risultato che l’Islam appare monolitico e senza evoluzione).

A questo punto ho elaborato una griglia di analisi per raccogliere e quantificare dati oggettivi precisi e confrontabili per verificare la fondatezza delle generiche accuse di inaffidabilità rivolte ai nostri manuali dai pochissimi autori che si sono occupati del tema. Ho analizzato il libro in tutti gli aspetti: il testo, gli approfondimenti, l’apparato iconografico e gli esercizi, osservando anche le interazioni tra testo principale e paratesto, ad es. il ruolo delle immagini e i fraintendimenti a cui queste sono spesso soggette. E’ la parte più sostanziosa dello studio e – per quanto riguarda la scarna bibliografia italiana sul tema – la più innovativa; è presentata nell’Appendice 1, ma costituisce il cuore della tesi: si può dire che i tre capitoli dello studio descrivono e traducono in parole quanto vi si trova[1].

Quali conclusioni permette di trarre questa ricerca? In primo luogo si nota che i manuali non sono affetti (per ora) da quell’islamofobia alla Fallaci che invece si riscontra spesso in altri settori della società civile italiana.

Tuttavia ci sono alcuni aspetti critici presenti in proporzione diversa nei vari manuali: accanto a veri e propri errori (ad esempio Allah considerato nome proprio e non semplicemente la parola araba per dire Dio: anche gli arabi cristiani pregano Allah; d’altra parte non diciamo che gli anglicani credono in “God”) si notano omissioni (ad esempio si parla della pietra nera ma non si spiegano le ragioni di tale devozione: col risultato paradossale che i musulmani sembrano idolatri). Inoltre la semplificazione eccessiva porta a una ricostruzione che non rende ragione della complessità e molteplicità del mondo musulmano; dal momento che della visione islamica del mondo si parla solo quando si affronta la nascita dell’Islam, la rappresentazione che ne deriva è in un certo senso “fossile”, come se nei suoi quattordici secoli di storia nulla fosse cambiato; e se si parla del presente, i fenomeni del radicalismo diventano l’unico volto dell’Islam contemporaneo. Sono poi frequenti i casi di “closed views” (come un rapporto britannico sull’islamofobia nella scuola definisce lo sguardo prevenuto o carico di pregiudizi[2]), ad es. la relazione con l’Islam è descritta in termini per lo più militari, mentre non si mostra l’eredità comune; la conseguenza è che emerge un’immagine violenta dell’Islam, anche perché si insiste molto sul concetto di jihad (che nella maggioranza dei casi spiegato erroneamente come “guerra santa”). A questo proposito è molto istruttivo osservare i fraintendimenti delle immagini che vengono utilizzate per illustrare i volumi: ad esempio una miniatura che rappresenta una processione festante per la fine del Ramadan viene stravolta da una didascalia che recita «la “guerra santa” (jihad) aveva come finalità di convertire i popoli all’Islam e ingrandire i territori arabi»[3]. Insomma, anche se il mondo arabo-islamico non è presentato come il Nemico, è comunque “l’altro” per definizione, e la sua descrizione è funzionale – per contrasto – alla costruzione dell’identità europea. Come si è notato, la narrazione dell’Islam è da un lato frammentaria (non si parla quasi mai di ciò che avviene tra il XIII e il XIX secolo), dall’altra il punto di vista eurocentrico dominante nei manuali deforma i fatti: si parla di Islam solo quando ha a che fare con l’Europa, quindi l’espansione araba sembra solo verso (per non dire contro) l’Europa. Tra le righe si osserva pure un punto di vista “cristianocentrico” (peraltro anche lo sguardo sul Cristianesimo non è esente da grossolanità): per spiegare il senso del pellegrinaggio si instaura un paragone tra La Mecca e Lourdes, mentre altrove si parla di “prete islamico”, categoria che proprio non si può applicare al mondo musulmano dove non esiste un clero; anche il venerdì viene assimilato alla domenica cristiana come giorno del riposo, mentre nel contesto islamico è semplicemente il giorno della preghiera comune, ma non c’è il precetto del riposo in memoria del settimo giorno come nella tradizione giudaico-cristiana.

Stefano Bigi

 


[1]   Ad esempio a p. 193 si può vedere a colpo d’occhio la quantità di spazio dedicato all’argomento, mentre a p. 195 si osserva che un solo manuale parla di “maomettano” (quindi per fortuna non è atteggiamento generalizzato come si legge in alcuni studi critici sull’argomento), ma 5 su 6 traducono erroneamente jihad come “guerra santa”.

[2]   Confronting Islamophobia in educational practice, a c. di Barry Van Driel, Trentham Books, Stoke on Trent-Sterling, 2004, pp. 26-29.

[3]   Ada Ruata Piazza e Mario Paschetto, Storia dossier, Petrini, Torino, 2003, p. 208.

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