La condizione docente

“La condizione docente” *  

Angela Angrisani e Rita Villani

E che cos’è invece lei? (….) Lei non è del castello,

lei non è del paese, lei non è nulla. Eppure anche lei è qualcosa

sventuratamente, è un forestiero, uno che è

sempre di troppo e sempre fra i piedi, uno

che vi procura un mucchio di grattacapi

(….) che non si sa quali intenzioni

abbia. (…)

(Kafka. Il castello)                                                                    

Antefatto

Ci troviamo all’interno di una comunità scolastica, così come ce ne sono tante, dove il termine comunità indica soltanto spazi e confini comuni,  il resto: rapporti sociali, linguistici, interessi e obiettivi … , rivela un contesto disgregato e disgregante.

Ci troviamo in uno di quei tanti Collegi dei Docenti dove si è ognuno per proprio conto e non si aspetta altro che la conclusione di quella farsa democratica nella quale è richiesto di approvare progetti e attività, di convalidare incarichi, ruoli e attestazioni, di sostenere bandi e dare il proprio assenso a varie iniziative. Funzioni queste che hanno bisogno solo del falso esercizio “comunitario” della ratifica e non di una discussione collegiale o di un’approvazione partecipata.

In un ambiente così de-strutturato chiunque prende la parola è avvertito dal “potere” come minaccioso, se poi sono sempre le solite persone a chiedere chiarimenti, a sollevare interrogativi allora tutto è bollato come inutile perdita di tempo, tanto si sa già ciò che sarà detto e per quale motivo ma, soprattutto, si conoscono in anticipo le risposte alle domande ancora non formulate, non tollerando neppure la loro enunciazione.

L’istituzione, per mantenersi in vita, ha la necessità di controllare il linguaggio, di dominare la domanda, di braccare il discorso epurando gli elementi sospetti o indesiderati e riducendo la comunicazione ad un mercato di messaggi funzionali alla riproduzione delle medesime dinamiche sociali, alle relazioni simmetriche, al riconoscimento in un gruppo e in una fede.

      E così comincia, nella scuola, la parabola del silenzio perché in fondo è meglio non esporsi “tanto le cose non cambieranno mai”, perché ci sarà sempre quella piccola “cricca” di furbetti impegnata a far man bassa del FIS, dei PON, POR e quant’altro che mantiene saldi i propri privilegi a scapito del buon funzionamento dell’Istituzione e soprattutto a danno dell’Offerta Formativa destinata ai nostri alunni.

“In certe parti del Sud le persone sono circondate da una cappa di cinismo pigro”[1]

La riproposizione maniacale di tali dinamiche frustra inesorabilmente i docenti che si trasformano pian piano da professionisti entusiasti e creativi a persone tristi che della scuola non ne vogliono più sapere.

 

Metafore

L’obiettivo (del “potere”) non è quello di risvegliare le intelligenze, quanto di soffocare i reali conflitti, di addormentare la comprensione della complessità dei problemi”. 

                       (Simone Weil)                                                                                   

Quando la parola è percepita come minacciosa e le osservazioni o le domande sono liquidate come polemica e le proposte, se va bene, sono inascoltate e quando, dopo anni, molti anni, di tutto ciò non si vede la fine non rimane altro che tacere!

Silenzio, bisogna fare silenzio. Dove? In pubblico, perché è lì che la parola rivela tutto il suo carattere dirompente, è lì che bisogna tacere, è lì che il “potere” si sente attaccato e reagisce violentemente accusando, deridendo, denigrando, minacciando, delegittimando, insomma è lì che la parola una volta assoggettata è asservita al silenzio.

Ma tacere è piegarsi, significa subire “un durissimo scacco e sperimentare proprio l’impossibilità di sopravvivere intellettualmente” e così si depongono le armi della riflessione e del confronto determinando, di fatto, un “silenzio pubblico”.

Poiché non si ha modo di esprimere il proprio pensiero ci si piega su se stessi, un grandissimo pudore inoltre impedisce le lamentele”.[2]

Il silenzio viene squarciato solo nel piccolo gruppo, solo negli “spazi interstiziali” ma non ha la forza dirompente della parola espressa pubblicamente.

Il silenzio è però sofferenza per chi non si è lasciato  corrompere da “piccoli” privilegi, per chi in questi anni ha avuto solo l’intenzione di esprimersi nel lavoro e non ha svenduto tale intenzione partecipando alla corsa all’accaparramento di guadagni.

“Non sono fiera di confessarlo. E’ quel genere di sofferenza di cui non parla nessuno; fa troppo male solo a pensarci”[3]

Nel silenzio ci si trova “prigionieri come su un’isola”, forzati in una dimensione extra-territoriale, deportati in una zona di confino, in una parola condannati all’isolamento e il dolore rimane spesso allo stato di “gemito sordo e interrotto”.

Questa condizione “impedisce al singolo il mutamento della sofferenza in progetto di vita, in potenza d’espressione, in capacità di modificare o rendere agibili le condizioni microsociali circostanti”.[4]

     L’esclusione, condizione satura di sofferenza e limitazione, è strettamente connessa all’umiliazione, infatti “parlare significa andare in cerca di un’umiliazione” perché quando si riesce a prendere la parola questa subito viene tacciata di essere superflua o interpretata come attacco. 

La forza di certi poteri è stata sempre quella di godere del silenzio”[5]

    Il “potere” che vuole distruggere deve umiliare, mantenendo in vita e, temendo un’imboscata, spezzetta in sostanza la collegialità in frammenti isolati gli uni dagli altri e “quando tutto nel sistema diventa brutale e indifferente non si avverte più la presenza accanto a sé di altri esseri umani”. Attraversare quest’assenza significa trovarsi improvvisamente in un vuoto di contenuti, dove nessun sapere rassicura più.

Al dubbio legato alla problematicità si sostituisce la sicurezza di chi “appartiene”, di chi “aderisce” alla visione dell’altro non più “in–quietante” poiché l’altro è diventato lo sfondo dove scorgervi la propria immagine speculare.

Le singolarità, ridotte al silenzio, restringono a poco a poco la propria sfera di interessi costringendo il pensiero in un “angusto ambito”, caratterizzato dalla ripetizione di atteggiamenti sempre identici a se stessi, sottomessi ad una quotidianità mortificante dove ogni gesto è convogliato in canali innocui al servizio della stabilità del gruppo.

 Questo è il momento, grande e pericoloso, dell’angoscia da repressione, dell’accettazione del Diktat della mediocrità, delle suggestioni del quieto vivere e della normalità”[6]

 La tanto sognata tranquillità può essere conquistata solo al prezzo del disimpegno e dello scioglimento di qualsiasi legame attraverso

una complicità che non ha bisogno neanche di compromissione, basta non agire e tutto è a posto[7]

In pratica ci si ritira pian piano in quel mondo innocente in cui si è sempre “con le carte in regola”, senza “colpa” perché in fondo non ci siamo sporcati le mani.

Questi sono gli alibi che costruiamo per rimanere sicuri e tutelati nella nostra “buona coscienza”, trincerati dietro le convinzioni dei ruoli e dei “contratti”.

In questa condizione l’unico “diritto” che si rivendica è quello alla partecipazione egualitaria ai piccoli privilegi ma è impossibile rappresentarsi un avvenire, protendersi verso un futuro che è la conditio sine qua non di qualsiasi pensiero “trasformativo” e di qualsiasi tentativo di cambiare lo stato attuale delle cose.

 E così si rimane incollati lì a guardarsi attraverso la lente deformata della rinuncia ma, ciò che si vede non è uno spettacolo bello, ci si scopre “docili e rassegnati” nel tentativo di salvaguardare quel briciolo di umanità residua.

“Quando il silenzio esploderà questa Terra sarà già deserto”[8]

 

Concretamente

“ Quando mi chiedono perchè racconto,  

rispondo semplicemente:   

… e perché tu non racconti?” 

R. Saviano, La parola contro la camorra.        

 

Noi possiamo capire, noi siamo gli addetti.

I ragazzi sono di fronte a noi, ci scrutano e ci osservano attentamente e percepiscono immediatamente in noi passione, slancio e attaccamento per il proprio lavoro o scoramento, stanchezza e rinuncia.

Che possiamo fare? Volendo possiamo sempre tralasciare, delegare, rimuovere, dilazionare e infine tacere. In fondo se rinunciamo a dire e ci lasciamo fagocitare dal torpore generale andremo incontro ad un annichilimento delle nostre facoltà e ci asterremo “solo” da quella lotta che Eraclito riteneva fosse la condizione della vita.

 

Infine                                                                                          

“…un atto di linguaggio per vincere

la serenità dell’inazione

per aver paura d’aver paura e

 vergogna d’aver vergogna

(P. Fabbri in Saviano,

 La Parola contro la camorra)

 

Ma cos’è il pensiero? Legittimazione di ciò che già si sa o è, forse, un esercizio brancolante per dar voce a ciò che si pensa silenziosamente di quella  dimensione interattiva, di reciproca esposizione, che è la relazione scolastica?

Il balbettio si confonde tra le lingue e scava passaggi nella mura che ancora si ergono a difesa di ciò che non è più difendibile. La lingua si fa pesante, incespica di continuo  in quei territori dove il passo è quasi impossibile e tra le labbra rimane una smorfia amara.

Ma

“ciò che non può essere detto deve comunque farsi sentire… e farsi desiderio nella parola”.[9]

Pensare è un inventare che scaturisce dalla molteplicità degli incontri e dal fluire incessante dei segni che narrano del nostro divenire e dei nostri mutamenti in una silenziosa lotta per strapparci ai lugubri paesaggi della stupidità, avviluppati come siamo oggi nella scuola nelle spire di una conoscenza immobile, incapaci di cercare e di “pensare” un altro divenire.

L’indignazione e il desiderio umano non appartengono all’inazione ma tendono “alla realizzazione del possibile, al darsi da fare nel vuoto”[10] e solo laddove c’è il senso del possibile siamo in grado di vedere “strade” e non muri.

Così siamo in grado di porci sulla strada, sulla nostra strada.

 

* liberamente tratto da “La condizione operaia” di Simone Weil

 

Bibliografia:

  • Bachmann Ingebord:  La sventura e l’amore di Dio. Il cammino di Simone Weil,  in “Il dicibile e l’indicibile”, Adelphi Edizioni, 1998
  • Blanchot Maurice: “Lo spazio letterario”, Einaudi, 1975
  • Kafka Franz: “Il Castello”, Feltrinelli, 1994.
  • Saviano Roberto: “La parola contro la camorra”, Einaudi, 2010
  • Piro Sergio: “Esclusione sofferenza guerra”, Città del Sole, 2002
  • Turci Paola: Rwanda tratto dall’album 17×60 Fondazione Amnesty International
  • Weil Simone: “La condizione operaia”, SE, 1994

 


[1] Roberto Saviano: “La parola contro la camorra”, Einaudi, Torino, 2010, p15

[2] Simone Weil: “La condizione operaia”, SE, Milano, 1994, p. 182

[3] Simone Weil,  idem, p. 127

[4] Sergio Piro, “Esclusione sofferenza guerra”, Città del Sole, 2002,  p. 9

[5] Roberto Saviano: idem, p.6

[6] Sergio Piro, idem, p 441

[7] Roberto Saviano, idem, p.25

[8] Paola Turci: Rwanda, tratto dall’album 17×60. Fondazione Amnesty International

[9] M. Blanchot: “Lo spazio letterario” p. 161, Einaudi, 1975

[10] Ingebord Bachmann:  “La sventura e l’amore di Dio. Il cammino di Simone Weil”,  in “Il dicibile e l’indicibile”, Adelphi Edizioni, 1998, p.81-118.

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