Il corso obbligatorio sulla sicurezza ed il Vesuvio

Il corso obbligatorio sulla sicurezza ed il Vesuvio che Nakada Setsuya indica come pronto ad esplodere
Rischi e pericoli nelle scuole italiane

Siamo lì, seduti nelle nostre sedie nell’aula preposta, per la “formazione sulla sicurezza”. Bene. Sappiamo, difatti, che il d.lgs. n. 81/2008 (tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro), ha introdotto una novità rispetto al d.lgs. 626/94: la partecipazione obbligatoria da parte dei lavoratori alla formazione sulla “Sicurezza” organizzata dal datore di lavoro. Sia mai volessimo mancare! D’altra parte sappiamo che “Il Dirigente Scolastico, nel caso specifico, che non abbia ottemperato alla predetta disposizione è punito: -“e) con l’arresto da quattro a otto mesi o con l’ammenda da 2.000 a 4.000 euro”(art. 55, c. 4, lett. e).”- Intanto nelle scuole italiane, specialmente al Sud, serpeggia lo scontento giacchè, per quanto si parli di rischi e di sicurezza, per adesso, oltre al parlare, è stato fatto poco o nulla. Vero è che: -“… Tra le diverse misure inserite all’interno del Decreto del Fare, vi è quella che mira alla riqualificazione e al rilancio del settore infrastrutture. Il titolo dell’articolo 18 del suddetto decreto è difatti nominato “Sblocca cantieri, manutenzione reti e territorio e fondo piccoli Comuni”.[1] Al comma 8-ter, gli scopi del provvedimento si concretano in questi termini: “attuare misure urgenti in materia di riqualificazione e di messa in sicurezza delle istituzioni scolastiche statali, con particolare riferimento a quelle in cui è stata censita la presenza di amianto”.[2]

Malgrado ciò non ci sentiamo poi tanto tranquilli sulla possibilità che tali misure possano considerarsi risolutive, visto che (Dati Miur), il 75% degli edifici scolastici ha più di 50 anni ed ogni anno l’INAIL registra oltre 85mila infortuni tra le aule. [3] – Basteranno gli stanziamenti?

Stupirci delle scuole a “rischio chiusura”? Non possiamo: io, ad esempio, ho lavorato in un Edificio scolastico in cui, il primo anno, non sapevamo dove mettere i nuovi allievi. Poi si sono viepiù evidenziate le solite dolenti note: aule dissestate, macchie d’acqua, soffitti con gli intonaci sempre più fradici. Alla fine “ci si sono messi anche gli alberi attorno alla scuola”: uno è caduto sull’edificio della palestra (fuori orario scolastico, per fortuna), e ci hanno sloggiati. Recuperato un edificio posto in zona vicina, sono nati altri problemi per l’uscita di sicurezza sulla strada principale, per il posto (che non piaceva ai genitori), per mancati accomodamenti tra Provincia e Comune. Voce ripetuta in questi casi: la mancanza di fondi, e su questo la Provincia non fa mistero. Lentamente “la mia scuola è andata a morire” e l’ho lasciata, perché il terreno mi franava sotto i piedi. Attualmente “si è fusa” con un Liceo più fortunato e ne è divenuta una sede staccata. Insomma: è morta.  Ma, a conti fatti: una scuola in meno oggi, non preoccupa nessuno: Meno spese.

Con questi pensieri nell’animo (i miei sono di un tipo, quelli dei colleghi non mancano, per altre storie vissute o timore di viverle). Sappiamo che il corso per la sicurezza è obbligatorio, ma, dentro di noi, non possiamo non pensare che sia anche aleatorio.

Edilizia scolastica: La nostra Italia presenta il 43% delle scuole del Sud e il 48% di quelle delle Isole con la necessità di interventi di manutenzione urgente, mentre la percentuale scende al 29% nelle regioni settentrionali e al 25% al Centro. Il meridione, il solito meridione accusato di essere “sonnolento ed incapace”, con una storia di emigrazione feroce e brigantaggio per fame, oggi anche pieno di povera gente affamata che vi cerca pane, provenendo da “altrove”. Altri giovani, di cui alcuni nati qui, che hanno bisogno di scuole, con la S maiuscola. Dobbiamo sperare nel governo con il suo “Decreto del fare bis”, per la sicurezza nelle scuole? Strano, forse, che visto i precedenti, si possa essere poco fiduciosi? Ed intanto il collega ci fa lezione sui nostri doveri e diritti, in merito “alla sicurezza”. Qualcuno forse teme (scuola per scuola), che a parlar troppo delle “insicurezze” presenti, si faccia la fine di quelle scuole chiuse eternamente per manutenzione, i cui professori (in quest’Italia dove la professione insegnante è divenuta sempre più ambigua e difficile), si ritrovino poi dispersi al vento come foglie, assieme agli allievi. Io, a 64 anni, mi ritrovo a lavorare su due scuole.

Intanto, però, c’è il “Decreto del Fare”, che “mira alla riqualificazione e al rilancio del settore infrastrutture. Sblocca cantieri, manutenzione reti e territorio e fondo piccoli Comuni”. Si parla di: messa in sicurezza; ristrutturazione; manutenzione straordinaria degli edifici scolastici.

Ma noi non chiederemmo molto: sappiamo che, in molti casi, è stata la cattiva manutenzione a causare, anno dopo anno, un deterioramento degli ambienti fino a farli diventare pericolosi per insegnanti e studenti. Insomma, vorremmo soltanto che fossero finanziati (alla svelta) interventi di riqualificazione. Auspicheremmo, in breve (ad esempio), che i pavimenti, laddove si sono “alzati” ed impediscono l’apertura delle porte di sicurezza, fossero “aggiustati”. Vorremmo che i bagni dei nostri studenti avessero le porte sane, le chiusure che funzionano. Vorremmo, in qualche caso, che si provvedesse ad evitare l’accesso, sulle scale di sicurezza, di piccioni e gabbiani, capaci di renderle sporche, pericolose biologicamente (le deiezioni) e fisicamente (si scivola).  Sappiamo che per dar voce alle tante indicazioni che arrivano ai Comuni ed alle Province servono molti fondi. Il rapporto di Legambiente “Ecostistema Scuole 2012” asserisce che il 60% degli edifici scolastici è stato costruito prima del 1974, mentre solo il 7% ha meno di 20 anni (e comunque non rispettano tecniche di costruzione sostenibile). Soltanto l’8,22% è costruito con criteri antisismici, mentre oltre il 90% “è in regola con le certificazioni” grazie a porte antipanico, prove di evacuazioni e impianti elettrici a norma. Non indaghiamo su questo. Ma, sì: seguiamo il corso: è obbligatorio sapere “come” dovrebbero essere le nostre scuole. “Come” forse saranno (?), le scuole del futuro. Come sono quelle in cui lavoriamo, oggi? E’ un altro fatto.

La condizione è proprio grave. Lo dicono i dati del ministero della Pubblica Istruzione: il 44% degli edifici è stato costruito tra il 1961 e il 1980, quando non esistevano le norme antisismiche di oggi. E sappiamo che il nostro caro Vesuvio, prima o poi, si farà sentire. Lo ha asserito uno dei massimi esperti di vulcanologia e di terremoti al mondo, il giapponese Nakada Setsuya, durante i lavori della XII conferenza mondiale dei geoparchi ad Ascea.

Forse ci tocca davvero apprendere, noi ed i nostri studenti “il piano di evacuazione”. Forse converrebbe farlo con più determinazione, giacché non è detto che prima o dopo non ci venga utile sapere come comportarci in caso di terremoto. I bambini Cinesi sono di gran lunga migliori allievi se si tratta di preparazione terremoto, di molti altri paesi del mondo e forse dovremmo cominciare a preparare anche i nostri, che vivono al cospetto di un vulcano attivo o proprio sotto di esso.  Per quanto riguarda le frane e gli smottamenti, soprattutto in alcune aree del Sud, dovremmo ricordarci che molte scuole sono costruite in zone a forte rischio idrogeologico e con standard ormai superati, per cui è inutile intervenire con una ristrutturazione, mentre appare più efficace ed economico costruire nuove scuole.

Ma noi insegnanti seguiamo il corso sulla sicurezza, obbligatorio. Permetteteci di essere scettici.

Bianca Fasano

 



[1] Comma 8-bis  “al fine di predisporre il piano di messa in sicurezza degli edifici scolastici, è autorizzata la spesa di 3,5 milioni di euro per ciascuno degli anni 2014, 2015 e 2016, in relazione all’art.2, c. 329, della L244/2007, per l’individuazione di un modello unico di rilevamento e potenziamento della rete di monitoraggio e di prevenzione del rischio sismico”.

[2] Con un totale di risorse paria circa 450 mln di euro, da ripartire a livello regionale, i sindaci e i presidenti delle province interessati opereranno, fino al 31 dicembre 2014:
“in qualità di commissari governativi, con poteri derogatori rispetto alla normativa vigente, che saranno definiti con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri”.

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