Il bisogno educativo e la virtuosa omologazione

Il bisogno educativo e la virtuosa omologazione

di Stefano Stefanel

         Dopo aver letto le interessantissime considerazioni di Raffaele Iosa, Franco De Anna, Maurizio Tiriticco e Dario Missaglia ritengo di spendere due parole pubbliche sull’argomento BES perché dal mio punto di vista si rischia di perdere una vera occasione d’oro. Non sarebbe la prima e non sarà l’ultima, ma questa occasione potrebbe permettere di riequilibrare un sistema scolastico che sta facendo acqua da tutte le parti. Mi scuso ma sarò sintetico e un po’ autobiografico.

Ho fatto per vent’anni l’insegnante di italiano nella scuola media: dal 1984 (anno dell’entrata in ruolo) ho sempre personalizzato l’insegnamento, perché mi è stato chiaro fin da subito che individualizzando i programmi avrei al massimo ottenuto qualche obiettivo minimo con valore sociale bassissimo (porta il materiale, viene a scuola regolarmente, non disturba in classe, ecc.). Quindi sono un fautore assoluto della personalizzazione. Io però penso che la personalizzazione vada fatta dal docente e non attraverso staff, aiuti vari e certificati medici. Ma questa è storia vecchia.

Storia più recente è il dibattito che ho avuto sui DSA e i gestori di educazioneduepuntozero (diretto da Luigi Berlinguer), che non mi hanno  pubblicato un articolo in cui dicevo (quattro o cinque anni fa) che la scuola doveva agire sui DSA anche se non erano certificati (l’articolo è poi apparso su altri siti). Perché anch’io ritengo che una medicalizzazione del bisogno educativo sia nociva.

Il problema è che le scuole vogliono la certificazione, mentre dovrebbero agire sulla propria osservazione. Anche perché un italiano di ceto medio o medio alto il certificato DSA se lo fa rilasciare facilmente, mentre l’albanese, il ghanese, il periferico disagiato non sa neppure da chi andare e come farsi diagnosticare. C’è poi il disagio sociale e il disagio in generale. C’erano nel 1984. Ci sono anche oggi.

La circolare sui BES di questo parla: di personalizzazione, osservazione, scuola. Non di medicina e ulteriori certificati. E soprattutto invita a guardare il bisogno non il certificato. Solo che l’Italia pedagogica non vuole personalizzare: la Riforma Moratti proponeva alcune personalizzazioni forti, ma la scuola le ha respinte per richiamarsi alla virtuosa omologazione. Adesso che ci si sta accorgendo che l’omologazione non è virtuosa e non è neppure omologata si assiste al braccio di ferro tra un Ministero che va a scuola all’estero e dall’estero trae i suoi indirizzi e una scuola che dei modelli diversi dal suo non vuole sentir parlare.  Per intervenire sul disturbo o il bisogno non serve il certificato medico, ma l’osservazione del docente, che sa comprendere benissimo dove sta il problema e come intervenire. Ma si ferma spesso davanti a quel programma (che non c’è più) e che deve terminare.

Stiamo producendo disoccupazione intellettuale come pochi, abbiamo una dispersione scolastica altissima, ci sono due milioni di ragazzi dai 18 ai 25 anni che non studiano e non  lavorano, le retribuzioni dei laureati sono diminuite sia in assoluto sia nel benchmark, si sono persi 60.000 studenti universitari e continuiamo sulla strada della ricerca dell’omologazione egualitaria. Tutti devono avere le stesse possibilità e opportunità e dunque anche le stesse materie, gli stessi agghiaccianti manuali, gli stessi orribili flautini, la stessa idea selettiva di una scuola che boccia gli italiani con la speranza che ripetendo due volte le stesse cose migliorino. E che boccia gli stranieri perché non si integrano in un sistema scolastico che trasmette un’italianità desueta.

In questo quadro forse eccessivo troviamo le eccellenze che stanno già personalizzando in modo molto selettivo senza saperlo. Sono dirigente di un Liceo Scientifico con percentuali Ocse nordiche, in livello intorno al 78 in matematica nelle prove Invalsi e circa 700 studenti con la media sopra l’8. La personalizzazione in alto determina negli altri 700 studenti alcune difficoltà che altrove non avrebbero. In alcuni casi ne traggono giovamento, in altri si trascinano debiti per un eccesso di rigore. Una personalizzazione non di fatto ma pensata entrerebbe proprio nella sfera dei bisogni educativi e devo dire che su questo versante tutto il Liceo sta lavorando molto.

Ma sono anche reggente di un Istituto comprensivo con 8 scuole e 1500 alunni e una percentuale di stranieri che in alcune delle otto scuole supera il 50%. Anche qui la personalizzazione agisce in forma non diretta e produce fatica, dispersione, aggravio di lavoro. Io sono certo che una personalizzazione diretta e percepita e gestita solo dalla comunità scolastica risolverebbe molti problemi.

I Bes parlano di scuola e personalizzazione. Non di certificati medici o di carta scritta per non essere letta. Almeno questo fatemelo dire.

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