Perché analfabeti?

Perché analfabeti?

di Claudia Fanti 

MEDITERRANEO

In giorni come questi che vedono il nostro Mediterraneo come un’immensa bara liquida  ancora di più mi dispiace immensamente che abbiano tolto lo studio della Storia fino al ‘900 alle elementari. E’ stata la più grande delusione provata nel silenzio, anzi nel compiacimento di molti, come non si ritenessero i bambini in grado di ragionare e di riflettere…Tra l’altro andando in visita a un museo della Resistenza, la nostra guida mi ha confermato che i bambini di 10 anni sono sempre stati quelli più attenti e profondamente interessati. Il fatto é che ci stanno togliendo un pezzo di libertà e di democrazia alla volta, negli anni, piano piano. E’ una strategia che risulta efficace quando il popolo è in tutt’altre faccende affaccendato o alza le spalle indifferente al suo destino…adesso il tempo si è accelerato…il precipizio è sotto gli occhi di tutti…ma parliamo pure di…

 

DIRITTI…

dell’ infanzia e dell’adolescenza anche qui all’interno delle nostre frontiere. Essi sono calpestati per prima cosa quando uno Stato non si occupa della loro istruzione: ce lo ha insegnato anche il piccolo Iqbal pakistano. L’istruzione è il primo bene, quello che consente a un essere umano di affrontare il facile e il difficile della propria e dell’altrui vita. Eppure ora si parla molto di Indicazioni, curricoli, conoscenze, competenze, cittadinanza, comunità educante, ecc…ma di contro non vedo e non sento parlare pragmaticamente di una mossa sensata per ricostruire e per ridare il maltolto in termini di tempi, spazi fisici, numero adeguato di alunni e insegnanti. In Italia ancora una volta si perderà l’occasione di riannodare i fili della memoria storica- pedagogica a quelli del presente che sta lì sotto i nostri nasi con tutte le sue macerie prodotte da politiche scolastiche senza un senso. Nelle preoccupazione della politica la scuola è un’appendice, un allegato, un settore in cui sperimentare (ogni legislatura) come togliere, tagliare, ridurre; un settore da subissare di documenti e circolari. Dove stanno i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in tutto ciò? Ognuno di noi si arrangia a tappare le falle aggiornando e aggiornandosi, studiando modi per tamponare, lavorando con quello che ha e inventandosi quello che non ha, così, come capita sovente in questo Paese: i singoli compensano, forse anche troppo, considerato che poi il ritorno è spesso un calcio nei denti dal centro e un ulteriore calo di risorse.

Ora che la scuola ha dato già “abbastanza”, come sostenne il sottosegretario, si inizia una “stagione rifondativa”…ma su quali basi? Sono curiosa di “vedere” investimenti in persone, strutture, strumentazioni, materiali, diminuzione di alunni per classe…oppure dovrò “vedere” ancora aggiornamenti sulle Indicazioni, prove di valutazione, test, quiz…che valutano l’isola che non c’è? Cosa ci faranno “vedere” ancora? Quali fuochi d’artificio? Saranno le citate Indicazioni a rifondare la scuola? E’ stato il mega concorso scaccia precari? Chi crede ancora a un possibile ministero della ragione dopo anni e anni di “arrangiatevi”?

 

L’OCSE

Non ci voleva l’Ocse per capire la direzione volontariamente imboccata dalle politiche scolastiche. Una direzione verso il degrado finale, la soluzione finale delle intelligenze italiane a favore di pochi italiani come pochi sono quelli con portafogli gonfi e ben protetti. La nostra Repubblica è giovanissima così come la nostra unità fatta a prezzo dei sacrifici di tanti giovani combattenti. Ma noi caparbiamente ci vogliamo confrontare con storie diverse e modalità diverse di fare scuola, direi educazione. Noi come sempre vorremmo essere ciò che ancora non possiamo e forse non vorremmo essere, e comunque vorremmo farlo senza gradualità, senza investire, senza tenere conto del tessuto sociale su cui la nostra istruzione dovrebbe creare i presupposti per partire verso una rinascita del Paese che sta arrancando anche in economia e scadendo agli ultimi posti tra le nazioni. Vorremmo chiudere gli occhi, invece di valorizzarla, la tendenza, unica portatrice di qualche riconoscimento estero, verso l’artigianato, verso la ribellione agli schemi e alle griglie di norme capestro e alti traguardi da raggiungere in modo prescrittivo.

Infatti l’imboccare una via italiana dell’istruzione è stato tentato nel passato da veri e propri pionieri della pedagogia e a volte i ministri hanno colto i loro insegnamenti e hanno tentato di adottarli su scala nazionale, ma poi sono stati traditi dalla fretta con la quale questa o quella parte politica hanno tentato dei rivolgimenti in direzione di test e griglie dal sapore esterofilo  al contempo mandando un messaggio di assoluto disinteresse tagliando tutto il possibile e l’impossibile.

 

IL PASSATO

Scrivere dei salti in avanti fatti nel passato  non paga perché immediatamente si vien tacciati di non guardare avanti, tuttavia bisogna farlo se si vuole essere onesti con la cosiddetta utenza e con se stessi, e pure con il ministro che mi pare non conoscere la storia importante dell’ordine di scuola che più di ogni altro è stato colpito dalle riforme e dalle modifiche costanti alle stesse riforme in atto: la primaria.

Negli anni ’80 si è assistito a una vera e propria rinascita della istruzione-cultura di base sotto l’allora ministro Falcucci. La spinta dei pionieri che prima di lei avevano letteralmente fatto il tempo pieno e avevano sperimentato liberamente strade per raggiungere la mente di ogni bambino e ragazzo anche in condizione di deprivazione culturale era evidente. Non si poteva non tenerne conto e così l’Italia si dotò di un sistema scolastico che venne studiato persino dai Giapponesi, i quali entrarono nelle nostre aule con tanto di traduttori tecnologici e macchine fotografiche. Il nuovo sistema era costoso? Certamente. Come negarlo. Tempo pieno e moduli presupponevano un esercito di insegnanti e di materiali da far circolare, ma tanti giovani dettero impulso a una scuola ricca di idee, originalità, saperi condivisi dai team. I risultati erano sotto gli occhi di tutti. E dai conflitti tra insegnanti che nel passato erano stati abituati ad essere monadi nacquero stimoli nuovi, aggiustamenti in campo didattico. E se è vero che a volte si rischiava la secondarizzazione, altrettanto vero è che gli insegnanti erano spinti al confronto e alla sana competizione culturale e pedagogica.

Ovvio che ci fossero anche sacche di inefficienza e conflittualità eccessiva, ma nel complesso il sistema era vitale e dinamico.

 

IL TERRENO

Ora ci troviamo con Indicazioni nuove che andranno a innestarsi sul terreno poverissimo di una scuola umiliata e sbeffeggiata in tutto il mondo, la quale giornalmente deve affrontare tagli e riduzioni di organico, assoluta miseria di mezzi e di spazi. Una scuola che non vedrà entrare le nuove leve di insegnanti precari perché gli anziani saranno bloccati per anni dall’ultima legge sui pensionamenti, una scuola che secondo le Indicazioni dovrebbe aprirsi al mondo armata dei codici formali delle discipline in ambienti di apprendimento attenti alle persone e alla crescita individuale ma che non può più contare neppure su compresenze e lavori di piccolo gruppo, una scuola che in molte zone del Paese ha numeri di alunni per classe che superano quello di squadre di calcio a confronto sul campo di gioco più le riserve della panchina! Una scuola che deve fare i conti con situazioni familiari angoscianti ed economicamente distrutte, le quali stanno giustamente pensando a come reggere in attesa di una ripresa che tanti economisti ci dicono essere di là da venire se non impossibile!

 

ATTENZIONE AL TERRENO!

La testa dei decisori politici e di coloro che fra poco ci dovranno formare a nuovi scenari pedagogici dovranno essere molto attente a non illudere e a non prevaricare le coscienze dei bravi insegnanti e delle loro scelte pedagogiche in atto nella situazione contingente, dovranno essere molto aperte a un pragmatico senso di realtà, altrimenti non vedo possibilità di incontro fra la teoria e la prassi sul terreno di una concreta lotta alla dispersione e agli abbandoni.

Partiranno i corsi di formazione sulle Indicazioni, scuola media e scuola primaria, una cosa tipo quella che fu fatta nel 1985 per i Nuovi Programmi: esperti, commissioni di studio, nuovi referenti di commissioni…Il miur ha già parlato di cifre da investire su reti di scuole: sembra una cifra piuttosto considerevole, alcune migliaia di euro da suddividere tra singole scuole, tuttavia per ognuna di esse il budget si ridurrà a poco: forse sempre troppo. Sicuri che  i soldi non sarebbero serviti per ben altro? In ogni modo, la situazione delle scuole è molto diversa da quella del 1985: i tagli ci hanno massacrato, gli stipendi sono bloccati, il precariato è aumentato, gli insegnanti anziani aumentano e aumenteranno vista la recente riforma sulle pensioni, alle elementari c’è il maestro unico, il tempo pieno è stato snaturato e in buona parte del territorio non c’è, le poche compresenze sono impiegate in supplenze: se anche le Indicazioni fossero splendide, mi chiedo come potrebbero i dirigenti pretendere il grande entusiasmo che c’era tra i giovani nel 1985 per la “rivoluzione” dei programmi e per l’ organizzazione che si trasformava: dal maestro unico alla nascita dei moduli e al consolidamento del tempo pieno che si sarebbe dovuto estendere. Chi vivrà vedrà, ma credo che in pratica tutta la partita sarà durissima: impegnare e motivare ulteriormente le persone, già alla canna del gas, non sarà impresa facile, anche se spesso ci viene detto che l’insegnamento è efficace se ci si mette il cuore, e vorrei aggiungere fisico, fiato e ascolto del cuore degli altri, colleghi compresi. Poi ci si chiede: ma chi decide per noi ci mette il cuore per capire che ci vuole cuore per pretendere il cuore degli altri? Ecco, ho l’impressione netta che questo cuore negli anni si sia sempre più inaridito e che abbia preso la forma di forbici e righello.

 

IL DOVERE DI ESEGUIRE

I dirigenti ci ripetono che essere insegnanti significa impegnarsi al rispetto delle regole. Con la conseguenza che se le regole non si rispettano si viene sanzionati, ma quando le regole sono dannose e vanno contro la coscienza professionale?

Norme o non norme, noi insegnanti in scienza e coscienza dobbiamo affrontare i problemi contingenti di ogni alunno e classe e risolverli nella realtà senza attendere circolari e decreti. Mi permetto di dire che in Italia esperienze di valore non proprio a norma esistono da anni, ma sono costrette alla clandestinità dai dirigenti che pur apprezzando e condividendo, ci dicono di fare senza dare pubblicità alla cosa, oppure dirigenti, che pur condividendo, cercano di bloccarci o ci bloccano in corso d’opera per via delle norme. Invece sarebbe proprio utile far sapere ciò che di buono si fa di “anormale”, altrimenti non si cambia: se ci sono risultati ottimi e evidenti per tutti, anche per gli alunni che partivano in condizioni di difficoltà, perché non avere il coraggio di provare o di dire alla luce del sole che ci sono  ottimi risultati proprio contrari alla “norma”? Omologarsi senza tentare è il male della scuola attuale. Se è vero che fondi e progetti piovuti dall’alto potrebbero aiutare economicamente, è altrettanto vero che la scuola dal basso deve avere l’aria per respirare e per poter illustrare pubblicamente nuove strade già intraprese con successo anche se non propriamente a norma! L’asfissia, il nascondimento, la clandestinità a chi giovano? Spero che qualcosa cambi davvero nel futuro, ma vorrei che fossero le scuole a poter dire la loro, a sperimentare (le sperimentazioni sono state bloccate dalla Gelmini), e non i governi per mezzo del ministro di turno e dei suoi sottosegretari che invece di lanciare direttive o fare annunci o continuare a parlare di lotta alla dispersione, dovrebbero ascoltare le “normali” aule vive e presenti, verificare e, infine, dare fuoco alle polveri.

E’ assolutamente prioritario ragionare su ciò tutti insieme senza preconcetti e pregiudizi. Spesso il ministero ha dato l’impressione alla scuola “normale” di non essere tenuta in considerazione, spesso si ha l’impressione che essa sia tenuta in un cantuccio per il suo essere “normale” e poca cosa. In realtà scuole “normali” non esistono, esistono scuole e scuole e di tutte si dovrebbe tener conto perché in esse abitano i figli di tutti con problemi diversi e diversi gradi di rischio dispersione e abbandono. In queste scuole gli insegnanti motivati tentano strade e soluzioni che andrebbero “lette”, “analizzate” con il dovuto rispetto verso chi ci lavora.

 

I LABORATORI

Sovente ci viene ripetuto che la scuola deve essere laboratoriale, ma cosa dovrebbero essere i laboratori? Attenzione, bisogna cominciare a riflettere, perché se per laboratori si intendono i mega progetti di circolo o di istituto che costringono docenti e studenti a prendervi parte anche non condividendoli, non ci siamo proprio e purtroppo sono alquanto diffusi per una mal interpretata visione di cosa sia una comunità educante che deve favorire lo sviluppo di capacità critiche e metodo di studio autonomo. Bisogna cominciare a intendersi su cosa sia una didattica laboratoriale su ogni più piccolo segmento dell’educazione-istruzione. Si nota invece spesso una dispersione di energie e una tendenza a non tirare le fila dei progetti unitamente a una frettolosità nell’insegnamento di strumentalità di base con l’utilizzo di accumulo di compiti a casa, fotocopie, test. Ai dirigenti e al ministero piacciono i mega progetti, anche costosi, perché danno visibilità e attirano le simpatie dell’utenza e non si interessano del lavoro faticoso, silenzioso e meno appariscente che produce risultati sia sul piano delle relazioni sia su quello degli apprendimenti e recupera alunni in difficoltà valorizzando anche chi tali difficoltà non ha.

 

LIBERTA’

La libertà degli insegnanti di scegliere percorsi e strategie, metodi di valutazione è fondamentale affinché si possa insegnare al di fuori di schemini e griglie che imbrigliano l’entusiasmo e la volontà di ricercare e aggiornarsi anche individualmente. A coloro che formeranno gli insegnanti prossimamente sulle Indicazioni andrà consigliato di stare con i piedi per terra e di rifuggire dall’esaltazione di mega progetti con laboratori, all’interno dei quali tanti si sentono sicuri e protetti: nella massa si può anche sopravvivere, ma gli alunni, specialmente quelli da recuperare, si perdono e non arrivano mai a consolidare apprendimenti.

Ma perché dirigenti e insegnanti, interi Collegi, a periodi ciclici si fissano su alcuni must del momento come fossero oro colato? Cos’è questa mania che fagocita ogni libera facoltà di pensiero critico e indipendente? Ma vogliamo ricordare che siamo tutti esseri abili a leggere la realtà, a trovare soluzioni, a trovare rimedi e strade originali anche in base alle realtà che viviamo senza per forza fare riferimento alle parole in voga e ai voleri del ministero e dei tecnici del momento. Veramente non è possibile confrontarsi sempre con gli stessi vocaboli: allora, vediamo, nell’epoca contemporanea il tempo maggiore è impiegato a destreggiarsi con curricoli, verticalità, autovalutazione e valutazione, test Invalsi, stesura di verifiche a crocette, griglie di ogni tipologia di giudizio per sostenere il voto per descriverlo (che è una contraddizione in termini), valutazione di istituto, pof, bes ecc…Fra qualche anno tutto sbollirà come sempre e ci faremo un po’ pena dopo esserci resi conto per l’ennesima volta che abbiamo perso tempo e che per ottenere i risultati sperati dovremo tornare a pensare e a proporre ricerche e sperimentazioni legate ai bisogni degli studenti, gli unici di cui praticamente non si parla mai nella scuola che invece dovrebbe nominarli continuamente anche come singoli… parliamo di loro soltanto all’uscita da scuola con i colleghi, quasi di nascosto: di questo abbiamo bisogno, di trovare soluzioni possibili e ci vogliono ore e ore, scambi di vedute continue…ore e ore aggiunte a quelle quasi inutili!

Tutto il nostro futuro, se non cambierà qualcosa a breve, sarà condizionato da alcuni termini che ne faranno inorridire altri: meritocrazia, efficienza, produttività, valutazione-giudizio-punteggi-voti, individualismo, differenziazione, prescrittività di traguardi, test, velocità dei tempi di reazione (Profumo docet), giovanilismo…insomma mors tua vita mea….tutto ciò che appartiene all’area semantica della selezione tornerà a trionfare con un balzo indietro di un’intera epoca e si opporrà ad altri termini che molti di noi amano e cioè solidarietà, condivisione, comprensione, valorizzazione delle differenze, lavoro di equipe, relazione, interdipendenza, concordia, start up delle originalità e della creatività…sarà dura resistere negli ambienti di lavoro e praticare ciò in cui crediamo, ma dovremo opporci ai termini prima citati sperimentando una caparbia obiezione di coscienza a tutto ciò che vorrà condurci lontano dalle nostre radici di umanità.

 

LENTEZZA

Oggi più che mai una scuola lenta, paziente, determinata a dare strumenti meditati ed efficaci, non è una moda di qualche pedagogista originale, è un’ assoluta necessità che riguarda la tenuta dell’intero sistema: mai più di ora, in un momento in cui mancano punti di riferimento, i genitori sono drammaticamente coinvolti nella crisi economica che coinvolge anche l’affettività e l’emotività, la tenuta psicologica, le modalità del vivere, i rapporti difficili della coppia genitoriale, i nonni che lavorano ancora e mantengono i figli…mai più di ora si è percepito quanto sia fondamentale prestare attenzione alle difficoltà di apprendimento, ai conflitti cognitivi, al nervosismo che trasuda dalle azioni dei piccoli, e quanto sia necessario incalzare il ministero per le sue responsabilità immense e per le sue scelte.

Avete presente lo scandalo che ha suscitato l’annuncio di un anno in meno alle superiori? Ebbene qualcuno pensa sia giusto (comincia a leggersi tale ipotesi in rete) toglierne uno nel primo ciclo, primarie e medie! Ebbene, se ciò dovesse prendere forma, alcuni di noi faranno le barricate  contro chi lo propone così come ora le si fa convintamente per le superiori. E non ci importerà il giudizio di nessuno, sia ben chiaro, proprio perché sono ben presenti sia la situazione di apprendimento/insegnamento del primo ciclo sia i bisogni dei bambini e delle bambine in carne e ossa. E non ci importerà da chi verrà l’ultimo attacco, destra, sinistra, centro, proprio sarà per noi assolutamente ininfluente. E’ questione di consapevolezza professionale qui e adesso e cioè in Italia (gli altri Paesi facciano ciò che preferiscono) e nella situazione in cui ci troviamo, soprattutto dal punto di vista linguistico (v.De Mauro), ma non soltanto per ciò. Chi ha un’idea di pedagogia e didattica, oltre che di psicologia dell’età evolutiva, so che converrà.

 

VALUTAZIONE

Oggi più che mai, inoltre, come scrive anche Maurizio Tiriticco nel suo “Signoriii… in Carrozza!!!” “la valutazione degli apprendimenti non può prescindere dal superamento del sistema della valutazione decimale. Il ritorno ai voti nel primo ciclo di istruzione ha significato soltanto sferrare un duro colpo a decenni di ricerca valutativa. Si tratta di condizioni che il ministro non ha affrontato, ma che a mio avviso sono ineludibili se si vuole andare – come lo stesso ministro auspica – verso “un miglioramento complessivo del sistema scuola, anche mediante un approfondimento concreto del rapporto tra qualità degli apprendimenti e sviluppo della qualità dell’insegnamento”.

Vorrei una campagna contro i voti nella scuola di base. Insieme voti e prove Invalsi, strettamente intrecciati in un abbraccio asfissiante, sono l’assurdità pedagogica più evidente. Non c’è un insegnante che non lo sappia e non lo affermi più o meno esplicitamente. Sono la gramigna che infesta ogni possibile ragionamento sulla valutazione e su una didattica diretta alla crescita umana e culturale di tutti. Eppure credo che, considerata la testardaggine con la quale si insiste sulle prove accompagnate dai voti dei singoli alunni da inviare all’Invalsi, non si profili all’orizzonte una loro sensata eliminazione. Il giorno in cui giustizia pedagogica sarà fatta, la scuola di base tornerà a respirare l’aria pulita della razionalità e della collaborazione in apprendimento e educazione fra alunni e alunni, fra alunni e adulti, fra adulti e adulti, insegnanti e famiglie.

 

IL CAMBIAMENTO

Leggo di cambiamento della scuola per mezzo di classi aperte, tecnologie, strabilianti richieste di mutamento, di curricoli “curvati” a seconda delle priorità di una scuola. Ma mi chiedo, qualcuno di quelli che scrivono di scuola ha mai riflettuto su quali siano le reali esigenze di bambini e bambine? Prima di tutto i piccoli hanno un estremo bisogno di amici (non ne hanno perché non hanno la comunità del cortile, della strada come un tempo) e di una appartenenza (alla classe) che tra l’altro va costruita nei tempi lunghi dei cinque anni della primaria (e a volte non basta), poi hanno necessità di parlare, confrontarsi con i pari insieme con l’insegnante che conduce garbatamente e con discrezione la conversazione, e ancora hanno l’esigenza di sperimentare in concreto attività con i compagni di classe per ciò che riguarda lento pregrafismo, calcoli, riconoscimento di forme e figure, materiali (sovente non hanno mai avuto esperienza diretta e costante di denaro, capacità, peso, misura di alcun tipo, ecc…). Essi il più delle volte a casa non hanno mai visto i genitori leggere un libro o recarsi a un museo, o dedicarsi a un’uscita in campagna con la famiglia. Non sanno cosa sia il loro passato, il loro albero genealogico, cosa sia un atlante, un dizionario…Di contro ci sono bambini che stanno lontani da scuola un mese perché i ricchi genitori li portano con sé in lunghi viaggi, ma poi non sanno dire in quale luogo sono stati…oppure hanno esperienze di tutto tranne che di problem solving contingenti e di lingua parlata…Cerchiamo di ricordarcelo prima di “pensare” a tipologie stravaganti di scuole per il futuro. Ascoltiamo gli insegnanti bravi, profondi, riflessivi e di esperienza prima di esporre la scuola ad altre alchimie modaiole…! Altrimenti la superficialità e il populismo temuti e cacciati dalla porta, rientreranno dalla finestra. Il lavoro dell’insegnante, se si vuole un vero cambiamento, deve essere il lavoro sul piccolo, sull’attesa, sulla lenta costruzione del sapere e delle relazioni in classe, sulla gestione dei conflitti…guai a pensare ai bambini e ai ragazzi come macchine per apprendimenti segmentati e veloci a seconda delle richieste dell’attuale…

 

GIOCO E TECNOLOGIE

Nessuno più riflette ad esempio su come ricada la carenza di gioco e autonomia sulla crescita, sulla personalità, sull’apprendimento significativo, il quale a me pare risentire in modo evidente di un ritardo dello sviluppo emotivo: la fragilità davanti a ogni minima frustrazione blocca il cognitivo. Paradossalmente anche la voglia di leggere è diminuita a causa di ciò, infatti la lettura è anche la ricerca dell’altro, di un pensiero diverso dal proprio, ecc…quindi il calo dei lettori mi pare rivelare un rifiuto del rischio del poter entrare in crisi.

Sempre più ritengo che tanti dei problemi scolastici degli alunni dei diversi gradi di scuola nascano dal fatto che da bambini non si sono mai potuti misurare con i pari in veri e propri momenti liberi in cortile, per la strada, in piazza! Osservando i bambini e le bambine di prima che dopo qualche giorno di scuola, superate le prime timidezze, letteralmente si “eccitano” in modo esponenziale e rivolgono le loro attenzioni soltanto ai compagni in un crescendo di chiacchiere, di scherzi, lotte in giardino e in classe durante le lezioni, calci e pugni, abbracci stritolanti e dichiarano che a scuola si sta benissimo perché si fanno amicizie, non posso che ricevere conferma di ciò che penso. Le maestre organizzano attività splendide, motivanti, strutturate, ma l’interesse dei bambini è verso i bambini, verso i pari con i quali per la prima volta possono entrare in contatto nei momenti liberi in modo autonomo e senza la mediazione dell’adulto…l’apprendimento può attendere, affascinante per loro è il misurarsi in qualsiasi modo con i pari… Quanto tempo riusciamo a dedicare alla relazione, al dialogo, alle conversazioni significative con bambini e bambine? Riusciamo a trovare un equilibrio tra le attività di fare, scrivere, parlare e pensare? I rapporti fra tutte le attività sono pensati ancor prima del programmare, preparare materiali e verifiche? Ci prendiamo il tempo per ascoltarci reciprocamente e lasciare che le pagine dei quaderni siano bianche almeno un giorno? Mi pongo tali domande quando vedo quadernoni stracolmi di fotocopie ed esercizi.

Altro che tecnologie, questo del gioco dimenticato è il problema! Inoltre da un’indagine nazionale del gennaio scorso è venuta finalmente a galla la realtà: solo quattro famiglie su dieci dispongono di una connessione Internet, per non dire di quelle che hanno connessioni a tempo…”nativi digitali”? Ritengo sia un’altra bugia del nostro tempo e la sbugiardiamo ogni giorno nel contatto diretto con l’infanzia!

Già noi insegnanti portiamo la tecnologia da casa. Ora anche gli studenti dovrebbero portarla?!  Nella mia classe alquanto numerosa dell’anno scorso, soltanto tre alunni avevano un pc di proprietà (e i genitori giustamente non concedevano loro di stare davanti allo schermo per ore). Forse quando il ministro in giro per le scuole chiese ai bambini se possedessero il pc, loro risposero sì perché lo confondono con quegli aggeggi dei videogiochi! Ma in ogni caso restiamo con i piedi per terra, questa terra! E lasciamo perdere la fola dei nativi digitali. Facciamo giocare i bambini a scuola affinché imparino facendo e all’uscita stimoliamo i genitori che possono a  farli incontrare ancora nelle reciproche case. Lasciamo che mettano a soqquadro le stanze e sgridiamoli se esagerano, così piano piano impareranno a relazionarsi, a vivere veramente…ricominciamo a parlare di vita vera. Chiaramente non ce l’ho coi tablet e i pc in sé, intendiamoci, ma ciò che ormai è insostenibile è la retorica delle tecnologie. Essa camuffa il vuoto di idee e di vita! Se al ministero si amano i tablet che si lotti per farli avere alle scuole. Altrimenti si lascino respirare e arrangiarsi docenti e studenti: la scuola funzionerebbe meglio e sarebbe libera come l’aria. Ogni volta che un ministro apre bocca con l’intenzione di farci salire più in alto, scendiamo mille gradini più in basso…in ogni ambito.

 

CONCLUSIONE

In conclusione, temo il tempo che perderanno nel futuro le scuole. Ormai la questione del tempo è diventata importante come l’aria che manca in fondo al mare. Vedo già commissioni e commissioni all’orizzonte per fare “valutazione” di sistema secondo indicatori, questionari, documenti vari da redigere, dirigenti tesi e preoccupati, docenti sempre in corsa per qualcosa che non c’è e che non è…burocrazia, progetti megagalattici! Altro che Socrate! Che bell’Europa entrerà nella scuola, proprio la più bella e sognata. W l’Europa “unita” totalmente privata di ciò che è il Mediterraneo e della sua cultura ormai incapace di mostrare le sue peculiarità più solari e umane, cultura ripiegata su se stessa, vergognosa di esistere e di esprimersi, piegata ai miti teutonici dell’efficienza, della monetizzazione di ogni umana espressione, del grigio rigore… e tutte le sue strategie comunque rivelatesi perdenti di controllo e controllori ovunque e sempre.

Sapete fare lo slalom speciale senza cadere? Ebbene, se no, nella scuola siete fuori gioco: è tutto un correre fra gli ostacoli di circolari e decreti, regolamenti, impegni e correzioni…poi se resta il tempo provate a insegnare con serenità… forse arriverete alla fine dell’anno scolastico in piedi. Diversamente ci arriverete ruzzolando lungo un pendio segnato da tutte le tipologie dei malanni che non avete avuto il tempo di curare in itinere…Io mi faccio gli auguri e li faccio ai colleghi e alle colleghe slalomisti di professione…

 

E…UN CONSIGLIO…

Facciamoci sentire: penso che noi insegnanti dovremmo essere più consapevoli della nostra stanchezza, più sereni nell’affrontare le critiche che a volte ci descrivono come una categoria di privilegiati…sono infinite le ore nelle quali dedichiamo energie psichiche totali e totalizzanti di tutta la nostra persona, perfino nel sogno…la responsabilità, la tensione giorno e notte per questo e quell’altro bambino, per questo e quell’altro genitore, nonno, parente…sono in ogni pensiero e dopo, molto dopo, viene il resto della vita quotidiana. Non c’è notte che non si lavori e non c’è un momento della giornata, anche di festa, in cui ogni cosa che vediamo non ci solleciti a trovare una parola, un atteggiamento, un gesto, un’idea nuova… che possa risolvere un problema delle persone (e sono tante e diverse) con cui veniamo in contatto nella scuola…La stanchezza nostra va rispettata e riconosciuta prima di tutto da noi stessi, strana categoria sempre alquanto autocritica, alla ricerca di legittimazione da parte della società e per ciò stesso spesso disposta alla sottomissione, all’esecuzione anche di ciò che non condivide e non le spetterebbe…

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