Fuori binario

Fuori binario
sull’intervento del direttore della Fondazione “Agnelli”

di Cosimo De Nitto

Con il suo intervento su Tuttoscuola ancora una volta il dr. Gavosto dimostra quanto distanti siano le sue posizioni dalla realtà dei processi, delle strutture e dei soggetti che caratterizzano la scuola in Italia. E più in generale non mi pare abbia idee chiare su ciò che significa apprendimento e lavoro docente.

Intanto dire la propria su singoli punti senza dichiarare la visione d’insieme che li sorregge non è una dimostrazione di onestà intellettuale, a meno che non si abbia una visione d’insieme e allora il discorso cambia, tutto diviene piccola cosa assolutamente inadeguata e non all’altezza dei problemi che ci troviamo di fronte. Ben diversamente si potrebbe rendere utile la Fondazione Agnelli, non certamente con qualche ricettina fast food da Mc Donald’s globale come fa in questo caso.

Ma prendiamo pure in considerazione i due punti che mi sembrano come la particella di sodio della famosa pubblicità di un’acqua minerale.

1) “..una scuola aperta al pomeriggio e nei mesi in cui ora è chiusa come strumento in primo luogo (ma non solo) per combattere la dispersione scolastica”

E dove sta scritto, quali riscontri scientifici il dr. Gavosto può portare a dimostrazione del fatto che basta allungare il tempo della permanenza a scuola perché con certezza matematica sia sconfitta la dispersione?

L’approccio è completamente fuori binario perché è “quantitativo”, come se l’aumentato del tempo scuola automaticamente fosse in grado di determinare cambiamenti “qualitativi”, (apprendimento significativo, imparare ad imparare, strategie metacognitive, senso di attribuzione, autostima, colmature delle dissonanze cognitive, recupero di conoscenze pregresse, metodo di studio, clima relazionale, modo di lavorare insieme, metodo di insegnamento ecc.) i soli capaci di prevenire i fattori che spesso determinano la dispersione scolastica.

Non serve allungare il tempo scuola se poi si fanno le stesse cose; il doposcuola, come il dopolavoro, senza progetto che cambi la scuola, o il lavoro, non serve a niente. Puro badantato e luogo di socializzazione più o meno assistita.

La dispersione si annida nel sociale, nelle condizioni socio-economico-culturali, e nella scuola, nel suo modo di funzionare, o, per meglio dire, nel modo in cui è fatta (dis)funzionare dalle politiche sciagurate del governo spesso mal consigliato da lobbies, come le Fondazioni, associazioni ecc. ecc. Il governo e le galassie che lo contornano non fanno niente per rimuovere le condizioni socio-economico-culturali (la crisi, il Sud, disoccupazione, territorio, politiche giovanili, educazione degli adulti ecc.) che tanta responsabilità hanno nell’essere fattori e cause di dispersione. Il governo e i vari consiglieri del Principe con il loro approccio economicistico, quantitativo, di pura spesa, non solo non risolvono ma aggravano le condizioni soggettive ed oggettive che sarebbero fondamentali in un’azione di sana prevenzione e lotta contro la dispersione scolastica.

2) “Gli insegnanti che desiderano impegnarsi di più e guadagnare di più devono poter scegliere … l’opzione del tempo pieno, fino alle normali 40 ore… (oppure ndr.)

chi lo vuole – ecco il secondo binario – potrà mantenere l’orario attuale, sapendo che, in cambio del maggior tempo libero, lo stipendio rimarrà basso e non ci saranno prospettive di avanzamento.”

Ancora una volta un approccio da fuori binario, o da binario morto. Ciò che contraddistingue questo mantra che Fondazione “Agnelli” (e non solo) ci ripete ossessivamente è, anche qui, la corrispondenza automatica tra “quantità” numerica di ore passate a scuola e “qualità” dell’impegno didattico del docente. Un approccio tipicamente aziendalista e fordista che si rivela subito come ideologico e contraddittorio. Anche le pietre sanno ormai che il lavoro intellettuale (ma forse non è tale il lavoro degli insegnanti secondo il dr. Gavosto) non accetta come criterio di valutazione e di retribuzione l’orario segnato sul cartellino che va dal timbro d’entrata a quello d’uscita del dipendente. Sarebbe offensivo enumerare esempi di lavori e lavoratori “intellettuali”, on site o ovunque svolti (anche a casa propria), che si avvicinano di più e possono essere paragonati in qualche modo al lavoro docente.

La specificità del lavoro docente fa a pugni col cartellino da timbrare. Capita spesso che si faccia più lavoro a casa (correzione compiti, preparazione della lezione, programmazione, preparazione di ausili multimediali e tecnologico-informatici ecc.), o a un corso di formazione, che in un’attività di sorveglianza degli alunni mentre svolgono un compito in classe, o quando si ascolta un pistolotto noioso di un dirigente che legge circolari e disposizioni che ognuno potrebbe leggere per conto suo, o quando si ascoltano le relazioni sulla sicurezza in una scuola che di sicuro non ha assolutamente niente ecc.

Il “doppio binario” è scriteriato, cioè non ha criterio valido per essere accettato perché “quantitativo”, basato sul tempo registrato e sorvegliato non sulla “qualità” di ciò che è capace di promuovere il docente. E poi, siccome il docente ha dei compiti che sono imprescindibili dalla sua professione e che non svolge a scuola, ma sono ugualmente dovuti (sopra citati alcuni), con l’orario “corto” non dovrebbe più continuare a svolgerli? La differenza tra orario “lungo” e “corto” quale sarebbe? Che il docente-lungo fa a scuola ciò che il docente-corto fa a casa? La differenza si ridurrebbe allora ad un semplice atto di vigilanza e controllo di attività la cui “qualità” sfugge a questi criteri rozzi e da caporale di giornata.

E poi, chi terrebbe aperte le scuole, chi le pulirebbe? Il personale che viene tagliato da anni? E che dire delle mense che non ci sono per trattenere a scuola gli alunni? O dovrebbero fare rientro a casa con immensa gioia e felicità dei genitori? E chi pagherebbe i condizionatori d’estate e il riscaldamento d’inverno? E chi pagherebbe l’adeguamento strutturale delle scuole? E chi pagherebbe i tanti laboratori che occorrerebbero, le palestre che spesso non ci sono o sono inadeguate? Tutti questi soldi che dovrebbero operare una vera e propria rivoluzione copernicana chi li metterebbe a disposizione? La Fondazione “Agnelli” non credo. Il governo neppure. Allora di che parliamo, di quale scuola di quale paese al mondo?

Forse i soldi li metterebbe Babbo Natale che di binari singoli o doppi non ha bisogno, gli basta un po’ di fantasia e la credulità di coloro che si lasciano incantare da questi racconti.

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