Scuola e mutamenti antropologici

Scuola e mutamenti antropologici

di Agostina Melucci

 

Sintesi   

La domanda “chi è l’uomo” va ulteriormente riformulata per effetto della globalizzazione, dell’informatizzazione e degli sviluppi delle scienze e delle tecnologie: non “chi è l’uomo?”, ma chi o che stia diventando, come si evolvano le sue strutture di pensiero, il modo di sentire e di agire.

Quello dell’Occidente non sarà un tramonto e la scuola italiana, storico nucleo di quella europea, sta operando per trasmettere ai giovani la sua gamma di identità e di luce. Insegna ai giovani a navigare nell’ipercomplessità senza fare naufragio; essi avranno dai loro insegnanti costellazioni di saperi, di miti e di valori a orientarli nel loro tragitto.

 

Superare, ma non solo retoricamente, l’universalizzazione unilaterale

Nei suoi tre millenni di storia, l’Occidente (così pure l’Oriente) ha pensato l’uomo principalmente all’interno dei propri confini ideali o politici. Fuori di questi stavano al tempo dell’impero romano i “barbari”, poi, nei successivi quindici secoli, si diffusero idee di uomo in cui si attribuivano valori graduati sulla somiglianza al modello occidentale.   Si trattava e ancora in parte si tratta di una universalizzazione unilaterale che oggi -nel tempo della pluralità, della complessità, della cibernetica e della biologia del DNA- non rende più ragione dell’uomo, della donna e del loro posto nel mondo. Nella mutazione del mondo un nuovo reale antropico si sta formando e attende pertanto una nuova antropologia che interpreti l’essenza (struttura trasformazionale) dell’uomo negli scenari di questo inizio di millennio.

La tradizionale “coperta occidentale” non copre più il tutto: basti pensare a culture nobili e antichissime, più antiche dell’occidente stesso, come quella cinese e indiana. Inoltre la scrittura su carta, spazio di  addensamento e di stabilizzazione dell’antropologia occidentale, è in misura sempre maggiore sostituita  da immagini o scritture che vengono agitate negli scenari sempre più dinamici e spesso contratti e convulsi dell’universo informatico e elettronico in genere, una realtà sempre meno virtuale.

Il che porta a riconsiderare la fondazionalità teleologica: comporta, per portare un solo esempio, l’inversione della priorità tra democrazia e centri di potere economico globale e i suoi effetti sull’umano.

 

Chi/che stiamo diventando

La vexata quaestio filosofico-pedagogica “chi è l’uomo?” deve dunque oggi essere riformulata tenendo conto della globalizzazione e delle tecnologie invasive dell’umano, nel mondo delle cose come di quello delle idee; nozioni come quelle di identità, territorio, autorità, diritti umani vanno ripensate. La stessa coscienza dell’esistente umano deve necessariamente essere articolata entro un tessuto relazionale assai più esteso e dai tempi di comunicazione molto più veloci ma, forse, dall’arco intenzionale assai più ristretto nel tempo e troppo ravvicinatamente connesso alle contingenze immediate del pensare e dell’operare.   Singoli e collettività diventano quel che diventano a seconda di quel che vuole la componente buona del vento attivato dall’insieme di quel che ci sospinge e di quel che attrae.

Ne consegue che la domanda “chi è l’uomo” va ulteriormente riformulata: non “chi è l’uomo”, ma chi o cosa stia diventando, come si evolvano le sue strutture di pensiero, il suo modo  di sentire e di agire.  Nonché quanto sia possibile curare la coerenza nell’indirizzare a un fine che trascenda le singolarità culturali senza svalorizzarle, come invitare a percorrere l’Intero e a soffermarsi con l’anima alle soglie della singolarità delle singolarità: la trascendenza del Mistero, il suo tralucere fra le trasformazioni del mondo.

 

Singolarità culturali e pluralità

L’idea di uomo è tendenzialmente universale; di fatto non sempre lo è. E più spesso non è “versus unum”; è “e pluribus versus plura”. La coscienza e la scienza dell’Intero non sono facili come la frammentazione disciplinare. Ma proprio per questo, forse, sono in crisi le scienze europee e l’idea ebraico-cristiana di Dio, del punto onde si originano e ove –attraversati tutti gli spazi e i tempi- convergono tutte le direzioni di senso. Ma con due parole (DEUS TRINITAS) la teoria della Trinità, assai presente nel pensiero ortodosso, ci soccorre nel richiamare l’unità nella pluralità. Un ceppo teologico occidentale ma vicino all’Oriente fa sì che la singolarità conviva con la pluralità, lo splendore policromatico (il Figlio) con la sorgente di ogni luce (il Padre).

Come non viene dall’uno, tale idea di uomo ad unum non è nemmeno di per sè diretta, ove non intervenissero forme di pensiero trascendentali come la religione, il diritto, la pedagogia e le stesse scienze del mondo fisico. Le stesse scienze che riteniamo universali sono comunque pensate nel quadro della cultura occidentale, pensate nelle sue lingue, generate nel grembo dell’intera sua storia, intenzionate a ulteriorità secondo il suo spettro intenzionale.

Come l’astrofisica si accorge in questi anni che il nostro universo è probabilmente solo uno dei tanti, e l’uomo solo una (probabilità vicina alla certezza) delle tante specie intelligenti che abitano l’universo degli universi, l’intero della nostra tradizione culturale scopre in questi anni di non essere più l’Intero ma la parte pur luminosissima di un campo di interi più grande.

 

Pluralità di sintagmi ed esigenza di unitarietà

Il pensiero egemone si  è finora prodotto secondo  le sintassi delle lingue neolatine o anglosassoni, sintassi che,  pur differenti, erano comunque  compatibilizzate e in parte raccordate da due millenni di convivenza. Anche se ancora (ma siamo appena agli inizi del processo di globalizzazione e di informatizzazione del pensare) la struttura occidentale appare prevalente; sempre più entreranno nelle linee fondazionali del pensiero le sintassi di lingue che sono state parlate e soprattutto scritte da un tempo maggiore delle nostre, spesso in una pluralità di sintagmi che, non controllati, potrebbero accendere conflitti non solo teorici.

Queste interazioni, comprendenti anche sintassi “aliene” e “processate” secondo tecnologie sempre più potenti, trasformeranno le visioni religiose, scientifiche, etiche, estetiche, pedagogiche dell’uomo d’Occidente, trans-formeranno l’uomo, verso un uber-mensh probabilmente non nietzchiano in quanto innestato anche fuori dai riferimenti e della platea di quella profezia di fine Ottocento.  Anche se dobbiamo all’autore di Così parlò Zarathustra  la ripresa della pulsione profetica della soggettualità occidentale.

La forza economica dell’impero cinese o della galassia indiana e del mondo arabo e il numero dei loro abitanti, unite alla progressiva decorporeizzazione dell’agire intenzionale dell’uomo trans-formeranno la faccia, il volto, la visione e l’anima dell’uomo. E con esse l’antropologia che tenta di conoscerli, la pedagogia che –in quanto scienza e scienza eminentemente filosofica- è intesa ad educarli, la letteratura che cerca di raccontarne l’avventura.

 

Estendere il raggio dello sguardo

Chi scrive non conosce in modo approfondito le strutture linguistiche, etiche ed estetiche degli universi culturali che stanno per emanciparsi, forse per fuoriuscire dall’egemonia occidentale; debole anche la sua conoscenza delle scienze che intervengono nella trans-umanizzazione (cibernetica, neuroscienze…) e forse daranno fra qualche decennio origine a qualcosa che oggi indichiamo come “post-umano”. Pertanto non conosce il loro agire sulle direzioni di senso che l’idea di uomo potrà assumere, cosa peraltro assai difficile anche per una vera esperta di altre culture e delle scienze del mondo fisico. La cosa certa è che questa idea antropologica che abbiamo coltivato in tremila anni sta per mutare radicalmente in quanto dovrà riposizionarsi su una pluralità di fenomeni e di radici, ovvero di tradizioni e intenzionalità culturali; dovrà seguire percorsi incerti attivati da campi, gravitazionali e antigravitazionali, di storie tanto nostre quanto altre-da-noi per origine e/o destinazione .

L’Occidente, l’uomo occidentale non sono un’astrazione: io appartengo alla storia dell’Occidente e del relativo sentire e pensare noi stessi e il mondo; io, come ciascuno dei nati e cresciuti in questa terra posta fra l’Atlantico e gli Urali, fra il Mediterraneo e il Polo Nord, sono l’Occidente. Non credo che quello dell’Occidente sarà un tramonto e faccio il possibile per trasmettere ai giovani il suo spettro di identità e di luce, in quella particolare cromaticità che la scienza, la religione e la pedagogia d’Occidente hanno proiettato sull’essere e sull’esistere dell’uomo. Che abbiano fiducia -se non proprio fede- nell’uomo, in quel che è e in quel che sta diventando! Che il nostro mondo, a partire da noi persone di scuola, abbia fede nei giovani, anche nel loro fuoriuscire dal nostro pensare e dai nostri progetti!

 

Contingenza e costellazioni perenni (o quasi)

Non facciamoci zittire dal chiasso. Il rumore del mondo globalizzato è forte ma i nostri giovani diverranno uomini o donne essenzialmente (generativamente, trasformazionalmente) secondo le indicazioni che provengono dalla tradizione e dell’intenzionalità di cultura che loro sapremo porgere.

Ne avranno bisogno. Servono identità culturali agili e aperte alla relazione, non chiuse in difesa di presunte certezze ma rese dai loro studi sicure di sé e su questa base aperte a un pensare nuovo. E forti di animo, coraggiosi poiché i nostri giovani dovranno attraversare campi di conflitto di dimensioni e intensità imprevedibili, essere capaci di negoziazioni che potrebbero eccedere la loro capacità di sostenerle. Per questo cerco, la scuola italiana ed europea cerca, di comunicare loro la forza e l’orgoglio della eredità occidentale e adeguati strumenti, anche informatici, per navigare nell’ipercomplessità senza fare naufragio. La loro navigazione, criticamente connessa a quella dell’epoca, probabilmente non sarà tranquilla, ma essi avranno dai loro genitori e insegnanti costellazioni di saperi, di miti e di valori a orientarli nel loro tragitto. Non costellazioni di stelle fisse (nemmeno Dio è più immobile), ma configurazioni relativamente stabili operate dalle scienze a partire dell’osservare da lontano i veloci movimenti del contesto. Visti da lontano i movimenti anche velocissimi sono componibili in riferimenti dall’evoluzione tanto lenta da farli sembrare stabili. O comunque affidabili.

Il far cenno degli insegnanti e dei loro dirigenti, ispettori e persino provveditori che detengano la statura umana e la scienza dei veri Maestri (e sono tanti!) trascende la contingenza temporale e i documenti ufficiali dell’epoca, essendo il presupposto dell’accennare una serrata critica del presente; l’indicazione autentica non ha obiettivi determinati, orienta all’impensato, al venturo. I Maestri possono farlo, checché ne dicano ricerche commissionate dagli oligopoli o dalle loro organizzzazioni, poichè hanno contemplato le costellazioni del conoscere. Poiché possiedono le strutture evolutive delle scienze e hanno ascoltato, narrato e reinventato i miti fondazionali dell’Occidente, studiato quelli dell’Oriente rivolgendo i primi insieme ai secondi in nuclei ermeneutici di quel che ci attende. Per ciò li versano in cenni magistrali, ovvero costruttivi del mondo venturo.

 

Bibliografia essenziale

G. Gentile Teoria generale dello spirito come atto puro (1916), letto in Opere filosofiche, Garzanti, 1991

E. Husserl La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale (1938), ed. Il Saggiatore, Milano 1987

I. Mancini L’Ethos dell’Occidente, Marietti,  1990

S. Sassen Territorio, autorità, diritti. Assemblaggi dal Medioevo all’età globale, B. Mondadori, 2008

Le riviste su carta Encyclopaideia (BUP, Bologna) e Antropologica e la rivista digitale Paedagogica

 

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