Nulla è scontato

Nulla è scontato

 di Claudia Fanti

Quando si fanno leggi, decreti…che pretendono di decidere tempi, programmi, prove di valutazione, bisogna sapere di cosa si parla e  cosa si desidera raggiungere nel rispetto della situazione reale in cui si opera.

Quando il dirigente e alcuni docenti prescelti dallo stesso presentano ai genitori, nelle mega assemblee di istituto, i magnifici progetti collettivi di una scuola, diventano come i governi e i loro ministri: fanno vetrina, fanno a gara con altre scuole così come li ha indotti a fare la male interpretata e utilizzata legge sull’autonomia che ormai conta numerosi anni. Essi dimenticano il cuore dell’insegnamento/apprendimento e cioè i bambini, le bambine e tutti gli insegnanti “normali”, i quali dovrebbero essere sostenuti unicamente da aggiornamenti frequenti a scelta degli stessi e sostenuti da un clima di fiducia delle loro diversità, delle loro decisioni mirate per risolvere i problemi di ogni alunno/a, per condurre le loro classi, per scegliere strategie di accompagnamento, potenziamento in un clima di libertà e in una atmosfera gioiosa di ricerca dentro la comunità. Purtroppo da tempo così non avviene: si creano vere e proprie cordate, ci sono silenzi imbarazzati su assurdità di pubblico dominio. Peccato. La scuola non dovrebbe essere il luogo dei domini di alcuni “pensieri” ai quali gli altri pensieri pedagogici devono assoggettarsi, bensì dovrebbe essere il luogo della libertà di espressione e insegnamento con una verifica dei risultati in itinere fra adulti.

Se l’istruzione e l’educazione stessero a cuore a chi governa, gli annunci e gli investimenti sarebbero tarati su ogni ordine di scuola e non farebbero di tutta l’erba un fascio a cominciare dal cianciare di registri elettronici, informatica, Invalsi, ecc.

Ad esempio, consideriamo la primaria all’inizio: si sa che anche soltanto “lo stare a segno” leggendo forme e ritmi non è per nulla scontato?

“Stare a segno” non è per niente facile. Si apprende in giorni di lente attività che avviano all’uso differenziato delle dita della mano, alla lateralizzazione consapevole, all’impadronirsi dello spazio-pagina di un libro, di un quaderno, di uno spartito musicale, di una sequenza di immagini, ecc…

Ma non è soltanto questo: lo “stare a segno” ha un valore simbolico, affettivo, emotivo. Significa che il sé deve comprendere che è parte di un tutto, della classe, dei ritmi di un altro compagno/a. Significa che il sé deve pazientare, tornare indietro se l’altro si inceppa o procedere più svelto se l’altro è veloce.

Lo “stare a segno”, magnifica particella infinitesimale della fatica di apprendimento/insegnamento, presuppone che un bambino/a venga educato all’attesa, al rispetto, alla comprensione che il tempo di esecuzione non è identico per tutti.

Perfino il comprendere cosa significa voltar pagina, iniziare una facciata, conoscerne il margine, “stare dentro” agli spazi predisposti per un disegno o per la scrittura sono imprese di non poco conto! Ci vogliono giorni e giorni per capirsi, per fare esempi, per dare sicurezza: capita sovente che qualcuno pianga disperato perché è arrivato in fondo alla facciata e che gridi “non ci sto più!” allagando la carta, il cartoncino, il banco! E la maestra deve impegnarsi in una miriade di spiegazioni, metafore e trovate per comunicare con serenità rassicurante che non accade nulla di grave, che il posto per “andare avanti” esisterà sempre, che nulla finisce, che nulla é perduto!

Altro esempio: se la classica fila dell’evacuazione con capofila, chiudi fila e relativi supplenti non si compone per giorni, cosa dovrebbe fare la maestra?

Ebbene, la maestra deve studiare strategie fantasiose per trasmettere il senso dello “stare in fila” con posti assegnati: per nulla facile, per nulla scontato!

Forse per due bambini su 25-26, potrebbe essere semplice, ma per la maggioranza di essi assolutamente no.

E allora occorrono giorni e giorni di prove e riprove, di invenzioni di fiabe e di racconti, di giochi di parole, canzoncine…fino a che la fila si compone!

Altro esempio: se le matite non vengono “acchiappate” per il verso giusto, vengono tenute come martelli, zappe, cucchiaini…cosa fa la maestra?

Ebbene, per ogni bambino/a la maestra comincia lavori di motricità accompagnati da storielle, poesie, filastrocche riguardanti le tre dita coinvolte, l’avambraccio e i gomiti, ma la presa cambia a rilento e non bastano i classici “gommini” che avvolgono la matita, gli elastici arrotolati vicino alla punta, le matite triangolari, non basta  perché le “cattive” abitudini sono amatissime dai bambini come noi amiamo le nostre! Allora ogni mano va guidata e tenuta con pazienza e determinazione: la mano del bambino nella mano della maestra.

E il colorare dentro i contorni dei disegni stessi dei bambini? Terribile e difficile: è causa di veri e propri scombussolamenti interiori!

Eppure anche questo lavoro faticoso va imparato nel tempo e allora la maestra guida, incoraggia con mille prove e attività che individualmente conducono il giovane apprendista disegnatore a porre un freno all’ansia del concludere, del far presto, del “far vedere” il proprio “capolavoro” alla classe.

E la lingua orale? Quelle conversazioni bellissime che si attivano in classe fra tutti? Ecco,sono importantissime se tutti vi prendono parte, se nessuno rimane escluso… invece tanti, all’inizio, si intimidiscono davanti ai pari, si bloccano, rifiutano di esprimersi…e questo ancor più degli altri è un terreno minato: ci sono bambini che non conoscono l’italiano, altri che già non amano la propria voce, altri ancora che, timidissimi, la perdono, altri che inventano qualsiasi intervento pur di parlare, così suscitano l’ilarità generale, poi ci rimangono malissimo…

Si sa che ci sono bambini, soprattutto gli anticipatari, che piangono per giorni e giorni per il distacco dalla famiglia e la maestra deve scovare motivazioni di ogni tipologia per conquistarsi la fiducia? Ogni maestra ha una “valigetta di segrete formule” per “vincere” la disperazione dell’alunno/a, ma spesso deve tranquillizzare la classe che si preoccupa e a volte reagisce spaventandosi nel vero senso della parola!

L’elenco di abilità, che per gli adulti sono scontate e semplicissime, non finirebbe mai e mi ripropongo di scriverne una volta in pensione (e cioè mai!), ma ora mi interessa affermare che quando si parla con superficialità di “nativi digitali”, di “fenomeni”, di “generazioni di bambini non ancora codificabili”, si fa uno sbaglio e tale sbaglio è pericoloso e irrispettoso della crescita umana degli alunni di questo Paese che spesso rincorre mode e fa annunci incomprensibili a chi fa il mio lavoro! I bambini e le bambine sono sempre bambini con le fragilità e i punti di forza di sempre; sono gli adulti che proiettano su di loro ambasce, preoccupazioni, aspettative legate al  modus vivendi di un’ epoca determinata. Ciò è male, molto male per gli sviluppi dell’istruzione in Italia, per l’aggressione alla dispersione, agli abbandoni, all’analfabetismo di ritorno che tanti danni fa a un intero Paese e al suo sviluppo che dovrebbe invece nascere da solide basi di sicurezza create da una pedagogia riflessiva, accogliente, lenta, meticolosa, attenta a non misurare con i voti e i punteggi anzi tempo.

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