B. Pezzella, Il sapere tra incertezza e coraggio

Il sapere tra incertezza e coraggio. 1Bruno Pezzella, Il sapere tra incertezza e coraggio
La conoscenza mobile -Prima Edizione: Marzo 2011. CUZZOLIN S.R.L. Stampa: ANDERSEN – Borgomanero (No)

BRUNO PEZZELLA: un insegnante scrittore o uno scrittore insegnante?

Inserendomi nel lavoro di Bruno Pezzella, “poeta” dell’insegnamento, vien fatto innanzi tutto di chiedersi chi sia quella “Roberta, soffio di vita”, cui il lavoro è dedicato e, in fondo, di invidiarla un po’ per avere assunto un ruolo tanto importante nell’opera da precedere qualsiasi altro inserto di altri autori.

Fa un po’ sorridere l’idea che l’autore si è fatto della sua opera, laddove pensa che sia tanto semplice:-

Perciò si può leggere in una notte o comunque in un tempo breve.”

Non è così e non dispiace non lo sia. Vero è che per citare Derrida[1], il nostro “interlocutore muto”, ossia il libro, “muta” continuamente con il mutare di noi stessi, nel tempo e nello spazio, nei momenti differenti in cui lo leggiamo, per questo motivo il testo di Bruno assume per ciascuno un aspetto differente e capace di mutazioni.

Bruno Pezzella passa per i locali della scuola dove insegna, proprio come uno di quei personaggi di cui egli stesso parla:-

Gente comune veramente colta, spina dorsale e coscienza di tutte le società progredite; per fortuna ancora la incontriamo nei bar, nella metropolitana, nei luoghi dove il sapere si fa per davvero, che per inciso, non sono soltanto e necessariamente le università e gli istituti di ricerca. Molta di questa gente non la vediamo quasi mai in televisione. È una condizione personale, intima, spirituale che tuttavia è sociale, porta reali e silenziosi benefici alle comunità.”

Chiaramente occorre essere in grado di riconoscerla, questa “gente comune”, con scienza e coscienza. Ha ben ragione il nostro letterato dalla folta ed intrigante chioma bianca, quando dice:-“Nell’era delle incertezze il sapere non ha punti di riferimento.” Essendo insegnanti, giornalisti o scrittori (ammesso che ci sia ancora consentito esserlo):

 

-“La conoscenza e il sapere cambiano, scompaiono molti mestieri, molte professioni: quella di insegnante, per esempio, e anche quella di notaio sono a rischio, il giornalismo non si fa più come una volta, e nelle tipografie il proto, il linotipista, il correttore di bozze non ci sono più; la chirurgia è completamente cambiata”-

 

vorremmo tanto poterli trovare ancora nella “società dell’incertezza”, questi punti di riferimento, anche per regalarli, con parole scritte, espresse o celate nelle azioni, ai giovani, in primis. Fatichiamo a trovarli. In tal senso mi collego a quanto dice Pezzella:

“Dunque, parafrasando l’aforisma di Benjamin, potremmo affermare di “non aver molto da dire ma solo da dimostrare”.

Ossia vorremmo potere “dimostrare” con le azioni di essere stati comunque capaci di conservare, come cimeli preziosi, alcuni “punti di riferimento” del sapere e rappresentare in tal senso un sia pur minino “punto di riferimento” per quanti li cercano, senza per questo sentirci presuntuosamente ammalati di “sindrome solonica”.

Fermo restando che non ci possiamo sentire certi in nessun modo di “possedere” qualsiasi forma di sapere in una “percentuale” tale da definirci “sapienti”, anche perché, non possiamo che sentirci in accordo con il nostro autore:-

“Dunque, se non si può definire con precisione l’ignoranza, ugualmente nessuno può avere una idea precisa di che cosa sia il sapere. Se ne può discutere, certo, in senso semantico, storico, antropologico, scientifico; idem, se si vuole capire come lo si intenda oggi, come sia cambiato il concetto nella considerazione comune, come venga trasmesso e ricevuto, chi lo domina e comanda; insomma, in tutte le salse che si vuole.“-

Un altro punto del lavoro che ci spinge alla riflessione è quello “dell’accesso al sapere”. Problematica molto sentita a livello scolastico, laddove, ad esempio da insegnanti, ci ritroviamo a correggere temi o ricerche tratte dalle nuove enciclopedie virtuali, divenute “fonti del sapere”. Se guardiamo ad un passato molto lontano da noi, pensando al medioevo e assimilando “il sapere” alla “cultura”, a sostegno del sapere troveremo la Bibbia ed i teologi cui era affidato lo studio della scienza ritenuta quella da cui erano dipendenti tutte le altre discipline: la teologia, appunto. Concetto che ha reso la vita difficile a molti scienziati qualche tempo più avanti, quando, con i loro principi nuovi, contro di questa si trovavano a scontrarsi. Abbiamo, dunque, per ogni tempo un differente concetto di “sapere”, da cui in qualche modo dipendiamo? L’’insegnamento ha presupposto per secoli la lettura, quindi i libri. Nel medioevo questi si trovavano nei monasteri, ritenuti in tal senso veri e propri laboratori di produzione di libri ed all’interno di questi vi erano monaci che si dedicavano alla produzione dei testi copiandoli a mano, e che per questo venivano detti amanuensi.  In tal senso, ritornando alla più volte riconosciuta dal nostro autore similitudine tra ricchezza e sapere, Bruno ci dice:-                                                                                  “Bisogna impedire che il sapere si accumuli, come la ricchezza, nelle mani di pochi soltanto. Un fenomeno ancora attuale e delicato forse più dell’ignoranza stessa ma che con l’ignoranza ha molto a che fare. E allora, a forza di essere (potenzialmente) democratico, il sapere diventa piuttosto uno strumento di oppressione.”-

Dobbiamo dunque accettare che i nostri giovani la cerchino nello scibile divenuto virtuale?

Possiamo ritenere che questa distribuzione globalizzata (pur tuttavia non accessibile a tutti ugualmente), sia da ritenersi fonte di sapere democratico?

In realtà sono tante le riflessioni, a volte concordanti, a volte inconciliabili cui ci conduce la lettura del lavoro di Bruno Pezzella. Non certamente opera da leggere come un libro atto a farci compagnia spensierata in ore dedicate all’ozio. Piuttosto un testo cui riferirsi per cercare in noi e nel testo stesso attenti spunti di riflessione che ci aiutino a meglio definire, nel mondo attuale, questo “incerto” concetto del sapere, ma anche a distinguere nel mare dei vaneggiamenti che, parafrasando Lucrezio ed il suo validissimo “De rerum natura”-

(…)  in molte combinazioni si mischiano in quella lista di luce e come in una guerra perpetua appiccano zuffe, battaglie, si affrontano, schiera con schiera e non si danno mai tregua (…)”-

ci circondano da ogni parte, piovendoci addosso dal mondo della politica, dal sociale, dalle pubblicità, dai programmi televisivi, dai film e da tanti altri spazi mediatici, confondendoci e facendoci perdere incautamente la via del sapere.

Dovremmo forse rifarci davvero ad Erasmo da Rotterdam[2], secondo cui l’unica via di salvezza per l’uomo è quella dell’abbandono:-

“L’occhio di un uomo, per quanto sano, non vede nelle tenebre; ma l’occhio di un uomo cieco non vede neanche alla luce”[3]

Siamo ciechi? Destinati comunque a non vedere? Anche il nostro autore si rifà ad Erasmo, riferendosi però al concetto di diversità in lui ampiamente riportato ed insiste:-

“Ha scritto Albert Jacquard: “L’altro, come individuo o come gruppo, è prezioso nella misura in cui è dissimile”.

Offrendoci così un altro spazio di manovra. Dicevamo, dunque, non libro da leggere come compagnia serale, assieme ad una camomilla che, che in qualche modo ci concili il sonno. Piuttosto lavoro da intendere “se si ha orecchie per intendere” ed anche una sia pur minima conoscenza della filosofia e di altre e differenziate forme di “sapere”. Interessante, in ogni caso, da scoprire, dedicandovi tutto il tempo che occorre.

 

Bianca Fasano



[1] Jacques Derrida, nato Jackie Derrida (Algeri, 15 luglio 1930 – Parigi, 9 ottobre 2004), è stato un filosofo francese. È stato fino alla morte direttore di ricerca presso l’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi.

[2] Elogio della follia” I classici Universale economica Feltrinelli.

[3] Erasmo 2004. Pag. 424.

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