La fine dell’Eden?

La fine dell’Eden?

di Ariella Bertossi

In seguito ad una recente conferenza tenuta dal DS prof. Stefanel inerente la tematica dei Bisogni Educativi Speciali, faccio alcune considerazioni.

La categoria dei cosiddetti BES comprende tutti quei soggetti che, per un motivo e per l’altro, necessitano di un piano particolare per essere accompagnati a raggiungere gli stessi traguardi dei compagni. All’interno della “categoria” alcuni di essi si trovano in virtù di una certificazione di disabilità, oppure poiché sono stati riscontrati dei Disturbi Specifici di Apprendimento. Per diversi alunni però, pur non avendo alcuna documentazione che giustifichi una didattica personalizzata, la scuola rappresenta comunque una grossa difficoltà. La normativa pone in mano ai consigli di classe, collegi docenti, alle scuole in generale il potere d’ azione per la loro gestione: dall’individuazione alla strategia didattica. E’ proprio per questa tipologia di discenti che maggiori sono i problemi. Se infatti una struttura rilascia delle certificazioni di qualsivoglia genere, la scuola ne prende atto e giustifica un intervento differenziato, ma di fronte ad alunni che non presentano nessuna motivazione imputabile a disturbi diagnosticabili, l’imbarazzo è grande. Non è semplice infatti stabilire chi e perché possa essere definito un BES, poiché si teme, nella pratica, di agire non in conformità di legge, privando magari di percorsi che l’alunno potrebbe percorrere, ma che invece poi di fatto non segue. Chi mi garantisce in pratica, che Pierino non sia un lazzarone svogliato, ma un bambino in difficoltà per il quale mi devo adoperare creando un percorso particolare? Nessuno. Ma…

Di fronte alle difficoltà che i docenti non si sanno spiegare, la spinta ad indirizzare le famiglie verso le aziende sanitarie a volte è grande. Di fatto però le certificazioni di disabilità o DSA non risolvono didatticamente il problema, ci dicono soltanto in cosa consiste la difficoltà, sono poi i docenti che elaborano il piano di intervento didattico. Ma per gli alunni che comunque non riescono per qualche motivo a lavorare come si spererebbe, che cosa cambia? Chi, se non l’insegnante che ogni giorno segue l’alunno in classe, può essere in grado di valutare o capire se Pierino sia un Bes o no? Nella norma sta la responsabilità, ma anche la professionalità dei docenti. Sono dunque essi a decidere chi debba avere un piano diverso dallo standard che “qualcuno” ha stabilito ci debba essere.

Ora, se la normativa mette in mano questa scelta alle scuole, è bene certamente che le scuole al loro interno abbiano dei criteri comuni di individuazione, poiché altrimenti si rischierebbe di creare delle isole con pratiche didattiche non condivise. In generale, di fronte ad uno scarso rendimento scolastico dovrebbe scattare un campanello d’allarme: sono presenti degli ostacoli esterni all’alunno che gli impediscono una sua completa formazione? Se vengono individuati, allora è bene che l’alunno possa venir messo sullo stesso piano dei compagni, alleggerendo il peso del gap e superare le difficoltà incontrate. Perché un BES potrebbe avere dei problemi socio economici, assistenziali, linguistici che non è detto rimangano tali per sempre, ma che la scuola deve poter considerare. Si parla di bambini dunque che potrebbero essere “bravi”, ma che non lo sono per cause che un consiglio di classe individua come impedimenti al pieno sviluppo delle potenzialità e quindi li accerchia con una metodologia didattica condivisa anche con la famiglia. Tutto qui: creo per te un percorso diverso perché il tuo percorso personale in questo momento è diverso per determinati motivi.

Se però noi prendiamo in mano le Nuove Indicazioni, alla voce CULTURA SCUOLA PERSONA  – La scuola nel nuovo scenario –  si legge:

  • Le trasmissioni standardizzate  e  normative  delle  conoscenze,  che comunicano contenuti invarianti pensati per individui medi, non  sono piu’ adeguate. Al contrario,  la  scuola  e’  chiamata  a  realizzare percorsi  formativi  sempre  piu’   rispondenti   alle   inclinazioni personali  degli  studenti,  nella  prospettiva  di  valorizzare  gli aspetti peculiari della personalita’ di ognuno.

Allora la questione si complica, poiché quanto sopra pone l’accento sul fatto che la scuola, di fronte ad una società “multi” in tutto non può più creare categorie né per origine, né per lingua, per reddito o composizione familiare, data la diversità di ogni gruppo sociale. E’ necessario quindi superare il concetto di lezioni standard poiché lo standard non esiste più. Non esiste lo studente medio su cui tarare la lezione e alla quale tendere perché non esiste il cittadino medio, esiste la persona, unica insostituibile e soprattutto diversa, così come deve essere dunque la nuova didattica. Che dire poi delle eccellenze? Non sono anch’esse diverse, da considerare alla stregua dei BES?

E’ dunque fine dell’Eden di una sicurezza che dettava un’unica prassi per un cittadino medio  per ritrovarsi nell’inferno di classi-somma di mille individui diversi?

Come si può fare nella pratica per sopravvivere, non affogare e soprattutto riuscire ad essere efficienti ed efficaci?

 

Guardiamo come si lavora all’infanzia. Spesso le classi sono eterogenee per età e la diversificazione didattica è costante. La maestra non ha una postazione dalla quale parlare o fare lezione. Ci sono le posizioni dei banchi e delle zone delle sezioni organizzate in modo che i bambini possano ruotare e fare attività diverse all’interno della stessa ora, così ognuno viene rispettato nei propri tempi. Il passaggio alla primaria è troppo violento, certo la pressione è maggiore perché ci sono delle tabelle di marcia da mantenere: ci si aspetta infatti che i bambini imparino a scrivere, a leggere, a contare, ad orientarsi, ad usare il pc e molto altro ancora.

Se i contenuti devono essere diversi, dobbiamo pensare che anche la classe tipo non esista più, che i nostri bambini  multietnici, multiproblematici, diversamente abili, DSA e BES siano ognuno un tesoro da scoprire, non un problema da risolvere, ognuno di essi.

Il lavoro è impegnativo perché certamente prevede una plasticità e flessibilità mentale in linea con la velocità della conoscenza odierna, un lavoro di preparazione non indifferente e costante. A tal fine si conviene che la collaborazione e la creazione di banche dati, piattaforme sia un valido aiuto, ma non necessariamente deve essere incrementato il numero degli insegnanti, di pc, o LIM: la personalizzazione è questione di metodo, non di risorse. Vedo nella collegialità costante e vera il mezzo migliore, anzi l’unico per un’impostazione didattica di questo tipo.

 

Ritengo che l’insegnamento non sia da considerare un lavoro, ma un’esperienza. L’orario di servizio è inferiore rispetto a quello di qualunque altra categoria, si presuppone infatti che oltre il lavoro in classe sia necessario molto altro tempo per completare la preparazione dei materiali: certamente c’è da tirarsi su le maniche. Oggi come non mai sempre più la lezione va preparata tenendo conto dei mille imprevisti che ci si presentano e soprattutto delle persone che compongono le nostre classi, tutte diverse, come devono essere i nostri lavori da proporre. Lo so che la maggior parte dei docenti dedica già molto tempo alla predisposizione delle lezioni, ma ora le variabili sono aumentate ed è necessario prenderle in considerazione. Non c’è più una lezione da preparare, ma una serie di stimoli differenziati, vari e diversi, una sorta di “serbatoio” da cui riuscire ad attingere in continuazione per stare dietro ai ritmi dei nuovi alunni. Non si lavora solo in classe e lo si deve far capire anche alla società: solo allora la dignità della professione potrà finalmente riprendere vigore e la valenza dell’azione educativa sarà di nuovo riconosciuta e rispettata.

Quindi? Tutto ciò che non è proibito della legge si può fare: creiamo sperimentazioni, confrontiamoci, proviamo a mescolare gli alunni in gruppi trasversali e vedere se in modi di lavorare diversi le situazioni vengono sanate…

 

“In Germania alla fine degli anni settanta troviamo tra le innovazioni scolastiche il movimento cosiddetto dei laboratori didattici. Coloro che sostenevano questa innovazione consideravano l’apprendimento non come il prodotto di un processo di insegnamento, bensì come un processo in cui l’apprendente si attiva facendo direttamente delle esperienze. Per predisporre un laboratorio servono di solito due ambienti, di dimensioni identiche a due classi e un corridoio. Gli “attrezzi”, costituiti da materiali di lavoro e materiali per l’apprendimento, sono disposti su scaffali o su dei tavoli. Le schede sono varie e differenziate come tipologia. Ne fanno parte sia materiali didattici più tradizionali quali libri, cassette per fare esperimenti, carte, CD, oggetti vari, sia giochi didattici sotto forma di schede, puzzle, carte da gioco, raccoglitori di schede o memory didattici, sia infine materiali per il “fai da te” con colori, colla, carta, cartone, giornali, legno, metallo, chiodi, filo di ferro ecc. Come si vede sono materiali di apprendimento e di lavoro che invitando ad agire attivamente. Esistono, per esempio, l’angolo della lettura, l’angolo del computer, l’angolo dei materiali sensoriali, l’angolo per dipingere o modellare, quello per la musica e per la recitazione, un angolo per la matematica e uno per le lingue, infine l’angolo per fare costruzioni e lavori manuali nonché quello per gli esperimenti di scienze naturali. Il laboratorio didattico tiene conto dei più recenti sviluppi della ricerca sull’apprendimento/insegnamento, che sottolineano la differenza tra l’insegnamento come attività del docente e l’apprendimento quale attività dell’alunno.

In base a ciò l’insegnamento non porta automaticamente e in modo lineare all’apprendimento, la ricezione dell’insegnamento si deve distinguere dal processo di assimilazione di un determinato contenuto disciplinare. Tutto l’apprendimento è un processo di costruzione individuale. La persona apprende in modo attivo, coinvolgendo tutti i sensi, in base ad offerte e stimoli didattici che gli vengono messi a disposizione o che sono presenti nel suo ambiente di apprendimento. Il successo dell’apprendimento dipende dalla disponibilità e dalla capacità dell’alunno di rapportarsi ai compiti didattici in modo attivo e responsabile.

La scuola ha il compito di avviare le generazioni future alla cultura tradizionale e di attivare in loro processi di sviluppo e di adattamento alle nuove sfide che la società pone. A tale scopo gli alunni devono condividere le proprie esperienze con altri, ma devono anche sviluppare percorsi autonomi con attività personali. L’offerta formativa è rivolta quindi verso l’imparare ad imparare, la produzione di idee personali, la ricerca di diverse soluzioni ad un quesito  e lo sviluppo del pensiero creativo. Per questa ragione le modalità didattiche ottimali sono quelle dell’insegnamento aperto,  in contrasto con l’insegnamento chiuso, diretto costantemente dall’insegnante. Per insegnamento aperto si intende una concezione didattica che dal nuovo concetto di apprendimento trae quattro importanti deduzioni:

  1. i contenuti dell’insegnamento si devono orientare alle esperienze, alle tematiche e ai problemi dell’ambiente immediatamente vicino all’alunno;
  2. il metodo si deve aprire alle forme di insegnamento aperto, al lavoro per progettazione settimanale, al lavoro con gli esperti, al lavoro orientato ai materiali, al circuito di apprendimento/al training per tappe o stazioni, ai progetti, alle escursioni o visite guidate ecc. Si deve tener conto dell’eterogeneità degli alunni. La proposta di attività si orienta quindi al problem solving, all’autonomia dell’apprendente, all’autoriflessione e alla cooperazione;
  3. l’insegnamento si deve aprire dal punto di vista organizzativo e superare il rigido schema orario dei 45/50 minuti a favore di un insegnamento “epocale”, di un insegnamento interdisciplinare che superi la scansione rigida della mattinata scolastica; inoltre è necessaria un’apertura organizzativa dell’insegnamento e della scuola in genere verso l’ambiente sociale e verso altre istituzioni comunali e pedagogiche;
  4. l’insegnamento deve diventare più aperto sotto l’aspetto personale, cosa che richiede un cambiamento del ruolo dell’insegnante (insegnante come risorsa).”

[estratto da LABORATORI DIDATTICI (laboratori pedagogici per un insegnamento innovativo) Univ. Prof. Dr. Dr. Werner Wiater]

Se penso che si parla degli anni ’70….. Potrebbe essere un’idea!

 

Quando i docenti vengono da me, spesso mi raccontano della situazione delle loro classi facendo l’elenco delle loro composizioni: due H, cinque DSA, tre BES, 5 con genitori separati e concludono osservando che invece la docente è ormai praticamente unica. Questo generalmente è l’esordio. A volte non comprendo però perché si lamentano anche i docenti che hanno classi di 15 bambini. Deduco ancora una volta che quindi non sia questione di numeri, ma di metodo.

Convengo che non è facile insegnare in classi numerose e con bambini problematici, ma questa è la società odierna e prima ne prenderemo atto, più facile sarà il lavoro da fare. La consapevolezza della necessità di una personalizzazione costante ci porterà ad una sorte di rassegnazione metodologica: non c’è via d’uscita se non nel personalizzare, solo così il logorio dovuto allo scostamento palpabile di quanto avremmo voluto fare ci porterà un po’ di serenità.

Ma come si farà a personalizzare e a portare poi ai traguardi comuni? In questo sta la professionalità docente, che solo nella collegialità riuscirà a sopravvivere, nella condivisione, nella sperimentazione, nelle classi aperte, nel sostegno e recupero costante, nella sfida metodologica della ricerca continua di nuove pratiche, nell’auto-formazione e auto-aggiornamento sul campo. Finché si continuerà ad avere in mente che una lezione frontale e una classe di bambini silenti sia la condizione ideale per l’apprendimento, la stanchezza avrà sempre il sopravvento.

Cito in conclusione quanto detto nell’ultima intervista dal maestro Manzi, il maestro d’Italia riportato alla ribalta da una recente fiction della RAI:

“I bambini di una volta avevano dei problemi, ma quelli di oggi ne hanno ancora di più, per cui o eravamo stupidi noi che non li vedevamo oppure è la scuola che crea problemi ai bambini.”

Ecco: certamente i tempi sono cambiati e la scuola con essi. Sono cambiate le metodologie, alla scuola sono stati affidati mille compiti, moltiplicati i contenuti, ammassati gli alunni. Tutto ciò ha perso di vista il bambino in sé e tutti i suoi problemi, creando maggiori difficoltà dovute alla pressione del raggiungere a tutti i costi degli obiettivi precostituiti e soprattutto all’idea che sia il bambino a doversi adattare alla scuola e non viceversa.

Le Nuove Indicazioni si riappropriano del concetto di persona, di centralità nell’essere e di fuga da ogni tipo di standardizzazione.

Questa è la mission della nuova scuola italiana: ora sta a noi nel ritrovare nei nostri alunni la persona che rappresentano.

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