L’altra metà del cielo

L’altra metà del cielo

di Ariella Bertossi

Leggo sempre con piacere gli editoriali di Gramellini su “La stampa” e quello dello scorso 10 aprile rifletteva sui passi avanti compiuti dalle donne anche in capo alla politica. Alla luce della recente sentenza di incostituzionalità della legge di divieto di fecondazione eterologa, concludeva dicendo

“Ecco, considerando tutto questo e molto altro ancora, noi maschi siamo chiamati a compiere un gesto coraggioso e al tempo stesso indifferibile, pena la nostra rapida estinzione per sopraggiunta inutilità. Cambiare sesso (interiormente, s’intende).”

Da donna non posso che sorridere e convenire con il simpatico Gramellini, ma traslando il concetto al mondo della scuola il sorriso spesso mi si spegne sulle labbra. In questo teatro gli attori principali infatti sono perlopiù donne, ma uno spettacolo di sole donne, quasi un opposto alla tragedia greca, difficilmente può stare in piedi.

Bisognerebbe domandarsi come mai questo mestiere continui ad essere prerogativa femminile e, a fronte di tutte le richieste di pari opportunità e in periodo di grave carenza occupativa, gli uomini non rivendichino invece quote azzurre per criteri preferenziali di assunzione.

Pressoché nulli alla scuola dell’infanzia (0,7%), i maestri sono il 4,6% contro il 95,4% alla primaria, in Italia un record mondiale. Infatti le donne maestre sono l’81,2% in Francia, l’82,9 in Germania, l’81,5% in Gran Bretagna, il 62,2% in Grecia, il 69% in Spagna, 80,8 in Svezia, il 75,5% in Finlandia, l’88,6% negli USA, il 65% in Giappone. Nei paesi del terzo mondo e in quelli definiti emergenti (Cina, India, Brasile) invece ci sono più maestri maschi che maestre donne, come da noi fino alla fine degli anni ’50.

La percentuale maschile aumenta con il crescere dell’ordine di scuola, fino a ribaltarsi alle università, dove le docenti universitarie si attestano nel 2011 in percentuali intorno al 35%. Il tutto accade nonostante sia già stato evidenziato ed analizzato esaurientemente (Istat, 2011) che le donne che conseguono i diversi titoli di studio (diploma, laurea e dottorato di ricerca) sono di più dei propri colleghi maschi (58% sono le laureate e 52 % le dottoresse di ricerca) e raggiungono votazioni migliori.

 

 

Al convegno donna del 7 marzo scorso Cristina Messa, rettore Università Bicocca di Milano ha affermato:
“La scienza e la tecnologia sono settori maschili. Provo imbarazzo alle riunioni quando sono l’unica donna. L’istruzione è paritaria, non è così per il mondo del lavoro”. Parole che trovano una conferma nei dati forniti da Mary Merva della John Cabot University: in Italia le docenti ordinarie nelle Università sono solo il 18 per cento”.
In un articolo su Repubblica si sosteneva che questa diminuzione degli uomini nelle professioni legate all’insegnamento è direttamente proporzionale alla diminuzione del prestigio sociale della figura dell’insegnante.
Stipendi da fame, mancata progressione di carriera, posizione bassa nella scala sociale, sembrano far scappare gli uomini da questa professione, per farli ricomparire appunto poi come professori ordinari-associati nelle Università insieme a prestigio e stipendio alto.
In passato il maestro era maschio perché la donna era casalinga, ora però, in un mondo che riconosce anche agli uomini la maternità, è ancora giusto e comprensibile questo mantenimento matriarcale della professione?

In realtà sono gli uomini stessi a non voler accedere a tale occupazione, che se per una donna socialmente può essere compresa, per un uomo soprattutto in Italia viene visto come riduttiva. L’analisi di Repubblica diceva infatti che le donne hanno aspettative lavorative più basse rispetto agli uomini e che le professioni considerate femminili hanno un minor prestigio sociale. La professione inoltre viene considerata ancora solo all’interno delle ore di insegnamento, lasciando quindi sufficiente il tempo libero ad una donna per occuparsi della casa e dei figli.

Ma perché la pari opportunità anche tra il corpo docente potrebbe essere utile?

La pratica didattica delle classi eterogenee inserita intorno agli anni ’60 aveva alla base il fondamento che la collaborazione e la promiscuità tra i sessi fosse da incentivare in una società emancipante che voleva maggiore partecipazione da parte del sesso femminile e soprattutto che vedeva nella scuola il mezzo per promuovere il dialogo tra maschi e femmine. Sebbene negli anni ’90 in alcuni Laender della Germania si sia ritornati indietro rispetto a tali scelte, sostenendo che le classi miste inibivano la formazione scientifica delle ragazze, oggi tutti conveniamo che ragazze e ragazzi debbano essere educati a vivere e crescere insieme, così come avviene poi nella realtà. Il tutto però viene proposto da un corpo docente fortemente femminilizzato, quindi un po’ con un controsenso alla fonte.

Credo siamo tutti d’accordo che entrambe le figure, docenti maschi e femmine, possano contribuire alla formazione dei ragazzi. Gli stili comunicativi, le modalità di approccio, la tonalità di voce e in generale i modi di pensare sono diversi nei due sessi: orientando la classe insegnante solo in una dimensione priviamo i nostri alunni di una parte importante, la metà che manca.

In ogni ambiente di lavoro la parità tra i sessi è una fonte di arricchimento e, per arrivare a tale obiettivo, forse sarebbe bene che si cominciasse una strategia di maschilizzazione della scuola.

Perché nella politica la parità entra per legge e nella scuola invece tale tipo di trattamento non viene contemplato?

C’è da cambiare mentalità e forse da ridare dignità ad una professione che deve essere riabilitata e in questo il sesso forte potrà dare una mano. Quando la scuola sarà di nuovo credibile e professionalizzante, gli uomini vi torneranno e finalmente la formazione umana dei nostri ragazzi potrà essere più equilibrata. Altrimenti, parafrasando Gramellini, non ci sarà altra soluzione: saranno le donne a dover cambiare sesso!

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