F. O’Connor, Il cielo è dei violenti

Oltre la vita

di Antonio Stanca

oconnorSoltanto trentanove anni aveva la scrittrice statunitense Flannery O’Connor quando morì nel 1964 perché malata della malattia che aveva fatto morire il padre nel 1941. Era nata nel 1925 a Savannah, Georgia, dopo alcuni anni s’era trasferita con la famiglia a Milledgeville, Georgia. Aveva studiato e si era laureata in Sociologia nel 1945. Dopo una breve sosta nel Connecticut, presso gli amici coniugi Fitzgerald, nel 1951, quando le era stata diagnosticata la malattia, era tornata nella fattoria di famiglia a Milledgeville dedicandosi all’attività di scrittura e all’allevamento di volatili. Qui sarebbe morta dopo essere vissuta oltre il tempo previsto, dopo aver prodotto romanzi, racconti, prose d’occasione e recensioni e dopo aver viaggiato per conferenze di carattere religioso o letterario.

Sarebbe stata una convinta cattolica, avrebbe difeso la sua fede dal protestantesimo proprio degli stati americani del Sud dove era nata e viveva, ne avrebbe fatto uno dei motivi ricorrenti nelle sue opere letterarie. Come scrittrice esordì nel 1952, quando aveva ventisette anni e scrisse il romanzo La saggezza nel sangue, seguì nel 1955 la prima parte della raccolta di racconti intitolata La vita che salvi può essere la tua e nel 1960 venne il romanzo Il cielo è dei violenti che sarebbe risultato il suo lavoro migliore. Non ci sarebbero stati altri romanzi ma soltanto racconti e scritti di diverso genere alcuni dei quali sarebbero stati pubblicati postumi.

A Il cielo è dei violenti è stato dedicato il numero 7 della serie “Coast to Coast” (Autori americani contemporanei) curata da “Il Sole 24 ORE”. La traduttrice è stata Ida Omboni.

Non un’opera di formazione ma semplicemente d’iniziazione può essere definita dal momento che il vero protagonista è un ragazzo di quattordici anni, Frank Tarwater, che vive da tempo nella casa di campagna di un prozio e che rimane solo quando questi muore a ottantaquattro anni. Si reca, quindi, in città e viene accolto da uno zio. Il prozio era stato un cattolico fervente, un cristiano fondamentalista che aveva cercato di educare Frank secondo i principi di un rigido cristianesimo e lo aveva tenuto lontano da ogni altra forma di conoscenza perché era convinto che l’unica dovesse essere quella religiosa. Gli aveva detto che si sentiva di essere un profeta, che la sua funzione era quella di predicatore, che aveva dei doni, delle qualità soprannaturali che gli provenivano direttamente da Dio, che stava sospeso tra la dimensione umana e quella divina, tra la terra e il cielo, che aveva continue visioni, rivelazioni. Di tutto questo parlava a Frank per insegnargli, per convincerlo che nient’altro vale oltre il divino poiché infinito, eterno, che nessuno può più di Cristo poiché figlio di Dio, che un’altra vita esiste dopo la morte ed è diversa, non è limitata. Non molto attento era stato Frank ai discorsi, alle profezie del prozio. Per questo allo zio presso il quale ora si trovava sembrava facile poterlo riportare alle proprie convinzioni che erano completamente diverse da quelle dell’altro maestro. Lo zio negava ogni verità, ogni valore che non provenisse direttamente dall’uomo, che non fosse frutto del suo impegno, del suo interesse, del suo lavoro. Non c’era, per lo zio, nessuna condizione diversa da quella umana, non c’era mezzo migliore della ragione, non c’era vita superiore a quella reale. Era questa l’unica vita, non ci sarebbe stata nessun’altra dopo la morte ed in questa, in quanto la formava in ogni suo aspetto, da quello comune, quotidiano a quello culturale, artistico, scientifico, bisognava fare e dare il meglio di se stessi, dei propri pensieri, delle proprie azioni.

Neanche di quanto pensava e diceva lo zio Frank si mostrava molto partecipe e tra gli estremi dei due maestri era rimasto incerto per molto tempo. Succederà, però, che alla fine, dopo tante situazioni pensate e vissute, egli mostri che il cattolicesimo, il cristianesimo del prozio lo hanno attirato e maggiormente influenzato, hanno inciso di più nella sua maturazione. Anche lui dirà di sentirsi chiamato a predicare, a battezzare, ad essere profeta, ad iniziare un’opera di evangelizzazione, di redenzione.

Pur se in maniera non molto evidente era avvenuta l’iniziazione di quel Frank che sempre distante era rimasto da quanto gli proveniva da entrambi i familiari. Ad emergere, a vincere dopo un percorso così poco chiaro era stata la fede cattolica del prozio e della O’Connor. Al bisogno di confermare, fissare il valore, la funzione di questa aveva ubbidito la scrittrice concependo e producendo un romanzo così ampio, dai contenuti così complicati, dal linguaggio così ricco. Sembra non debba mai concludersi, non possa mai avere fine tante sono le vicende che si susseguono, si collegano, si richiamano, tanti i tempi, i luoghi che si alternano quasi in continuazione, tanti i percorsi intrapresi dallo spirito.

La linea nella quale la O’Connor si muove con quest’opera è quella compresa tra la letteratura fantastica, gotica di derivazione faulkneriana, la letteratura popolata da predicatori ambulanti, da personaggi “folli” propria dell’America del Sud e la letteratura, pure tipica del Meridione americano, delle campagne desolate, delle famiglie contadine, povere, diseredate, del difficile rapporto tra bianchi e negri, di quanti vivono di sogni, di ciò che non si vede e s’immagina soltanto. C’è tanto che alla scrittrice proviene dai suoi ambienti, dalla cultura, dalla letteratura che ne sono l’espressione ma c’è pure tanto che proviene solo da lei, dalla sua infaticabile ricerca di significati superiori a quelli della semplice condizione umana, di valori diversi da quelli terreni, di spazi più ampi di quelli assegnati alla vita. C’è la religione cattolica della O’Connor che a tutto questo dà una risposta.

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