A. Einstein – M. Marič, Cara Mileva

Einstein, la dimensione umana

di Antonio Stanca

 fotoA Luglio di quest’anno è iniziata la serie di volumi “Lettere d’amore” divulgata dal “Corriere della Sera” e dedicata a scambi epistolari avvenuti tra personaggi noti del passato anche più prossimo. Al numero sei è comparsa l’opera Albert Einstein- Mileva Marič (Cara Mileva), che raccoglieva le lettere scambiate tra i due innamorati dal 1897 al 1903, dagli anni dei loro studi a Zurigo presso la facoltà di Fisica ai primi tempi del matrimonio. Si tratta di sei anni e di cinquantaquattro lettere che naturalmente i due si inviarono nei periodi durante i quali erano rimasti lontani per vacanze o per altri motivi. Di quelle della donna rimangono solo undici lettere perché smarrite o distrutte. A Zurigo Albert e Mileva s’incontrarono, si conobbero e si misero a stare, a studiare insieme, lui tedesco, lei serba, lui nato nel 1879, lei nel 1875, lui di diciotto anni, lei di ventidue. Le lettere si riferiscono ad un lungo periodo durante il quale Albert rimase lontano da Mileva perché, finiti gli studi universitari, si era messo alla ricerca di un lavoro e piuttosto complicata gli stava riuscendo. Nonostante tutto non aveva mai smesso di pensare a lei, agli esami che lei stava preparando, non aveva mai cessato d’incoraggiarla, sostenerla e a coronamento di tutto, di ogni lettera c’era sempre l’amore dichiarato per la ragazza che chiamava con i nomi più diversi, più strani, più curiosi, più affettuosi. Le diceva sempre che avrebbe voluto stare soltanto con lei perché meglio si sarebbe sentito a differenza di come stava a casa, con i suoi, che appena trovato un lavoro si sarebbero sposati. Parlava pure dei suoi genitori, della sua vita in famiglia, dell’ostilità di sua madre nei riguardi del loro fidanzamento e in ogni lettera la incaricava di salutare suo padre e sua madre

E’ l’Einstein di vent’anni, innamorato, premuroso, garbato, galante ma è anche l’Einstein che mentre scrive alla sua ragazza, mentre le parla d’amore, di carezze, di baci, le propone pure l’ennesima riflessione da lui fatta su un fenomeno fisico o le chiede il parere su un esperimento o le sottopone un’equazione, l’Einstein che discute dei loro professori universitari, che ha letto o sta leggendo alcune loro opere riguardo alle più recenti acquisizioni della Fisica visto che il Centro Europa ribolliva, alla fine del diciannovesimo secolo, di simili studi, l’Einstein che con l’aiuto di Mileva, sua fidanzata e sua compagna di studio, sta maturando alcune teorie e sorprendente sarà scoprire che il frutto di questi anni trascorsi tra l’amore per la fidanzata, lo studio, la ricerca, l’assunzione di un primo impiego a Berna e i primi tempi del matrimonio verrà nel 1905, quando egli avrà ventisei anni e pubblicherà tre saggi che in tre diverse aree della Fisica cambieranno per sempre quanto fino allora era giunto dal passato e apriranno immense prospettive al futuro. Si trattava del concetto di “quanto di luce”, della teoria del “moto browniano” e della teoria della “relatività ristretta” che sarebbe poi diventata “generale”. Era una rivoluzione totale, investiva epoche intere, le cambiava e ancor più sorprendente sarebbe stato sapere che l’autore vi era giunto con naturalezza, che a quelle scoperte vi era arrivato come se facessero parte delle sue cose. Questa dimensione naturale, vera, umana nella figura di Einstein riesce a far vedere il libro del “Corriere della Sera”, questa maniera che è sempre stata sua e che non lo abbandonò neanche dopo il Nobel del 1921 e dopo altri studi, opere, ricerche, scoperte. Di nuovo queste daranno la sensazione di verità alle quali egli si stava avvicinando, che da lui stavano per essere svelate, che già esistevano ma delle quali nessuno si era accorto. In questo lui ha aiutato, ad accorgersi: è il suo tono, non vuole apparire solo, vuole fare anche per gli altri.

Conseguito il Dottorato a Zurigo insegnerà presso questa Università, poi in quella di Praga, sarà di nuovo a Zurigo ed infine a Berlino dove gli verranno conferiti importanti incarichi e compirà molti altri studi partecipando del suddetto clima favorevole. Il periodo della Prima Guerra Mondiale e i tempi subito seguenti furono quelli del maggior successo di Einstein anche se in quegli anni soffrì nella vita privata poichè giunse a separarsi da Mileva, che andò in Svizzera con i figli, ed a sposarsi con una cugina, vedova con due figli. Intanto cominciavano pure nei suoi riguardi le rivalità degli altri scienziati tedeschi e quando si aggiunse quella del regime nazista Einstein emigrò in America, docente a Princeton (New Jersey).

Sarà questo l’Einstein che a Roosevelt invierà una lettera per avvertirlo del pericolo delle armi nucleari da parte della Germania, che anni dopo con Bertrand Russell firmerà il manifesto contro tali armi, che è divenuto famoso e che morirà a Princeton nel 1955 a settantasei anni.

Come prima anche adesso, come tra le attenzioni per Mileva rientravano i suoi studi, le sue prime intuizioni, come allora da sconosciuto così ora da personaggio storico , leggendario non ha rinunciato ai richiami dall’esterno, al suo impegno sociale, alla sua volontà di pace, di libertà, di democrazia, di bene e la raccolta di lettere documenta come questa fosse l’inclinazione, la tendenza propria di Einstein, durata dall’adolescenza alla morte.

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