La Buona Scuola

La Buona Scuola

di Tommaso Montefusco

La Buona Scuola di Matteo Renzi  indica certamente, come è ovvio, più che lo stato di salute della scuola italiana di oggi, un auspicio, una direzione di marcia, una meta, anche con una buona dose di ottimismo, immaginando  le resistenze aperte che incontrerà in molti. Ma anche con la speranza e la fiducia di tanti che, come me, sperano che si smuovano le acque stagnanti della nostra scuola, che tutto permettono e tutto celano.

Dopo tante modifiche introdotte con varie riforme agli ordinamenti scolastici, si affronta finalmente dopo circa vent’anni lo stato giuridico dei docenti: formazione iniziale ed in itinere, concorsi, abilitazione,  carriera, tempi di lavoro, figure intermedie, valutazione, etc. Oltre che alcune questioni tanto annose quanto importanti: stabilizzazione dei precari, rapporto scuola-lavoro, dispersione scolastica.
Insomma “La buona scuola” è un documento ampio, scritto da chi sa certamente di scuola, con un ponderoso indice di questioni che si trascinano da decenni. Finalmente.
E’ ovvio che tra le innumerevoli questioni sollevate e le proposte di soluzione offerte alla discussione ci siano, a mio sommesso avvivo beninteso, proposte che reputo senz’altro giuste, altre discutibili, altre ancora sbagliate.
Ma, in ogni caso, meglio dell’insulso chiacchiericcio di molti, delle continue sostanziali resistenze al cambiamento dei sindacati, della difesa ad oltranza dello status quo che si cela sotto molte proposte di cambiamento avveniristiche quanto nebulose. Molto meglio, insomma, della morta gora attuale.

La Buona Scuola mi sembra un documento globalmente buono e condivisibile per molti aspetti, direi i più, anche se scritto a più mani, come lasciano trasparire vision e logiche scolastiche non sempre collimanti.

Entrando nel merito.

  1. Positiva mi sembra la stabilizzazione dei precari di prima fascia. Qualcuno ha arricciato il naso sul fatto che vengano assunti senza concorso, il quale, dicono, è pur sempre una selezione che premia in larga misura i migliori. Potrebbe essere vero, ma si deve pensare che i docenti di prima fascia sono già abilitati e molti di loro insegnano da molti anni. Altro che tirocinio di 6 mesi guidato dal “mentor”. Più della metà di essi dovrebbe essere destinata, poi, alla scuola primaria che, in tal modo, potrebbe utilizzarli per il tempo pieno! L’assunzione di 150.000 precari, risorse finanziare permettendo ( un’incognita non da poco), significherebbe, si dice, consentire la creazione di un organico funzionale di scuola o di rete.  Il che pare senza dubbio positivo a condizione, però, che ogni scuola o rete di scuola definiscano la “funzionalità” di detto organico. Sarebbe umiliante e demansionante se fosse utilizzato per tappare i buchi che si aprono quotidianamente negli orari di servizio. L’organico funzionale, secondo me, dovrebbe essere legato e, quindi concesso, dietro elaborazione e presentazione di precisi progetti di innovazione didattico-metodologica, di ampliamento dell’offerta formativa, mettendo anche in conto, eventualmente forme di codocenza ove possibile ed auspicabile.

  2. La valutazione dei docenti ed il merito.
    Non è plausibile una carriera che si sviluppi solo per anzianità. Non c’è dinamismo, non ci sono stimoli professionali, non c’è differenziazione alcuna che tenga conto di chi lavori e di come lavori, di quanto si lavora in classe innanzi tutto,  nella  propria scuola, nel contesto del territorio.
    Nell’immaginario sociale è ferma l’immagine del docente che transita nelle aule “a sua insaputa”. Ciò provoca scarso riconoscimento del lavoro dei docenti, diffusione di favole metropolitane come i 4 mesi di vacanza (includendo le interruzioni didattiche per Natale, Pasqua e altre feste comandate). Ritengo positivo, perciò, che i docenti siano valutati per quello che fanno in classe e per come lo fanno (crediti didattici) e per la loro formazione professionale in continuum. Basti pensare che la professionalità non può essere un dato acquisito una volta per tutte; ma essa ha un’evoluzione che segue il progresso sociale, tecnologico, lo sviluppo e l’implementazione dei saperi vecchi e nuovi. Ciò che si chiedeva ad un docente 30 anni fa, oggi risulta assolutamente insufficiente. Ben venga quindi la valutazione che riconosca il merito, certificato da crediti didattici, formativi, professionali.

  3. Tuttavia occorre, secondo me, chiarire alcune questioni:
    Definizione, chiarificazione e quantificazione dei crediti.
    Riconoscimento che anche l’anzianità ha bisogno di un qualche riconoscimento.
    Il merito non può, secondo me, garantire meccanicamente solo a 2/3 dei docenti di ciascuna scuola la progressione degli scatti di “competenza”; ammettiamo che io mi trovi in una scuola di docenti bravi e preparati; per avere il riconoscimento degli scatti, che non mi è possibile ottenere nella mia scuola, dovrei trasferirmi in un’altra meno accreditata per “disseminare” il mio lavoro. Mi pare una vera assurdità.
    Occorre trovare un sistema diverso di distribuzione degli scatti per merito e, comunque, accompagnato al riconoscimento anche dell’anzianità. Non si può terminare la propria carriera dopo 40 anni di servizio col medesimo stipendio iniziale. Solo il tasso inflattivo basterebbe a decurtarlo di non so quanto.
    Da considerare bene, poi, il problema di chi sarà chiamato a valutare i crediti e di come essi saranno valutati; oltre al docente mentor, nulla si dice. A mio parere deve esserci anche il d.s. a condizione che anch’egli sia sottoposto a valutazione e valutato attraverso vari parametri, tra cui quello dei risultati. Infatti, a parte la buona fede, l’impegno e la serietà della maggior parte dei dd.ss., occorre che tutti i dd.ss. lavorino per migliorare e valorizzare la risorse umane  di cui dispongono a vantaggio della scuola, dei risultati e, quindi, di conseguenza anche di se stessi. Non è corretto che i dd.ss. ricevano già oggi un’indennità di risultato senza alcuna valutazione dei risultati stessi.
    Taluni sostengono che questo metterebbe i docenti in “concorrenza” tra loro, piuttosto che stimolarli al lavoro comune e organizzato nella propria comunità educante. Mi chiedo, non c’è una sorta di concorrenza anche ora per l’elezione da parte del Collegio delle Funzioni strumentali, dei Tutor vari per i PON, stages, ecc.? E mi chiedo ancora, accrescere la propria professionalità, impegnarsi nel lavoro didattico innovativo, vederselo riconoscere e al tempo stesso metterlo al servizio della propria comunità è così assurdo? E se poi si rivedono, come auspico, i meccanismi di “distribuzione” degli scatti di competenza, uscendo dalla “gabbia” di ogni singola scuola e pensando a possibilità di accesso più “aperte”, fermo restando il budget complessivo messo a disposizione per tali scatti, avrebbe senso ancora parlare di concorrenza e di inficiamento del lavoro collaborativo nella propria comunità educante?

4.    Trovo importante la creazione di figure intermedie. Da definire meglio, tuttavia, l’accesso a tali figure: tipologia di crediti, curriculum del docente candidato, trasferibilità o meno di tale incarico e  dell’esperienza acquisita nella propria scuola, tempo dell’incarico.
5.    Sulla valutazione di sistema, concordo sostanzialmente con l’impianto del d.p.r. 80/1013 e sul VALES  come paradigma. Credo, tuttavia, che occorra limare ancora di più l’eccesso di autoreferenzialità che si intuisce.

Insomma, “La Buona Scuola” è un macigno lanciato nello stagno. Spetta ora lasciar decantare gli schiamazzi,  osservare come il dibattito si sviluppi, raccogliere i contributi migliori anche se polemici purché costruttivi, correggere ciò che sarà indicato dai più e passare prima che si può a legiferare. La scuola italiana non può attendere oltre.

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