L’amore per la burocrazia

L’amore per la burocrazia
di Stefano Stefanel

La dirigenza scolastica si trova attualmente al centro di un dibattito sulla sua funzione futura. Una parte vorrebbe mantenere la sua specificità (e quindi anche lo sbarramento in ingresso che riserva i ruoli della dirigenze scolastica solo ad ex insegnanti), un’altra vorrebbe l’equiparazione della dirigenza scolastica alle altre dirigenze. Diciamo che le due parti su una sola concordano: lo stipendio dovrebbe essere quello dei dirigenti di prima fascia. Poiché questo è l’ostacolo unico (far transitare 8.000 di noi ad uno stipendio più alto) possiamo lasciare la questione ai tavoli del dibattito.
I dirigenti scolastici nel frattempo si stanno assuefacendo a routine ritenute dalla categoria sempre e comunque virtuose, anche se sono spesso frutto più di adattamento alla situazione contingente, che di scelte. Si sentono in giro magnificare procedure orribili, frutto di scelte passate che dovrebbero venir subito cambiate e invece vengono propagandate. Il dibattito tra leadership educativa e carico burocratico stenta però ad entrare nell’alveo della realtà, anche perché la propensione attuale del Miur è quella di burocratizzare la professione e di far scambiare la gestione amministrativa della scuola per la mission della dirigenza. Questo è ingigantito dai mille “marchingegni” ministeriali e governativi pensati all’apparenza per semplificare, risparmiare, rendere tutto trasparente e che invece determinano quasi esclusivamente perdite di tempo, produzione di un numero esorbitante di documenti inutili, leggibilità molto bassa e troppo complessa di tutto il sistema scolastico italiano.
In questo mare di incombenze e adempimenti noi dirigenti scolastici ci stiamo mettendo del nostro adeguandoci spesso alla burocrazia più retriva, cartacea e inutile. Ad ogni adempimento formale previsto dal Miur o dal Mef ci vengono offerti, gratis o a pagamento, facsimili prodotti da altri che invece di semplificare complicano, che invece di rendere trasparente la procedura la confondono, che invece di far risparmiare fanno spendere di più.
Quello che ormai però ho dovuto constatare è che la categoria nel suo complesso ama la burocrazia più di quanto voglia ammettere. Il problema non sta nella lunghezza dei documenti, ma nella ridondanza delle ripetizioni, nel formalismo ad esse connesso, nella richiesta di firme su firme anche nell’epoca del web, nella blindatura delle decisioni prese dietro procedimenti lunghi, complicati e che vogliono garantire chi li emana e non l’utente che li subisce.
Tutto questo rende il concetto di leadership educativa molto leggero e l’interesse del dirigente scolastico per la didattica quasi un’ingerenza indebita. Resta da vedere però se quanto previsto dall’art. 25 del d.lgs 165/2001 si presti ad una totale burocratizzazione della professione, visto che ci sono in quell’articolo alcuni punti chiave della professione dirigenziale che sono di carattere totalmente educativo-relazione:
valorizzazione delle risorse umane;
diritto all’apprendimento degli alunni;
responsabilità dei risultati del servizio
I tre concetti sopra indicati possono essere facilmente burocratizzati, ma solo dalla parte dei lavoratori della scuola, non da quella dei suoi utenti. Se infatti ciò che prescrive il d.lgs 165/2001 lo pieghiamo a difesa delle esigenze dei lavoratori della scuola trasformiamo il tutto in prescrizioni atte a conservare le esigenze dei lavoratori e dell’amministrazione, nell’indifferenza totale per il percorso formativo degli studenti, che pretende attenzione e istruzione di qualità.
Diventa perciò fondamentale la lettura che si fa del d.lgs 165/2001 in quanto è necessario chiarire se lo si considera un adempimento cui sottoporre dipendenti e utenti o il luogo della riflessione didattica ed educativa. L’impressione è che ai documenti “ben fatti” si preferiscano i documenti “ben pieni” con complicati rimandi di legge, astrusi giri di parole, complesse procedure cui attivarsi attraverso meccanismi burocratici sempre vessatori.
Se a un ufficio di segreteria si chiarisce che il DPR 445/2000 vieta di chiedere dati di cui si è già in possesso la risposta è sempre la stessa: “E se i dati nel frattempo sono cambiati, chi ci garantisce dagli errori?”. Così si richiedono sia i dati potenzialmente mutabili (residenza, carriera, ecc.), sia i dati per loro natura immutabili (data di nascita, data della laurea, codice fiscale, ecc.) perché l’accumulo di dati diventa un meccanismo che si autoalimenta da solo e produce facsimili da compilare. Avviene a volte che il soggetto che compila un modulo o un facsimile chieda alla scuola i dati da inserire nel modulo perché lui non li ha e la scuola sì. La burocrazia però è salva, perché comunque il soggetto risponde di persona di quello che scrive. In questo i nostri uffici sono maestri e la richiesta di dati giù in possesso diventa sempre più vasta.
Più potente e vistosa è la burocrazia più forte è il potere del burocrate e più è stabile il sistema organizzativo (il celebre mantra “abbiamo sempre fatto così”). Il sistema scolastico avrebbe bisogno di un taglio secco della burocrazia (cartacea e on line) e invece aumentano le procedure che richiedono più lavoro, più inutili documenti, più duplicazioni.
Certamente se 8.000 dirigenti intervenissero su tutto questo non a parole ma nei fatti, se invece di emanare ciascuno circa 500 circolarti all’anno si limitassero a 30 documenti o testi ben scritti, se invece di usare facsimili descrivessero cosa realmente serve alla scuola che dirigono, sicuramente la burocrazia italiana sentirebbe una “scossa”. Inutile invocare semplificazioni, cancellazione di procedure inutili e di uffici inutili se i primi burocrati siamo noi.

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