La ‘buona scuola’ e le radici antiche dell’Ulivo

La ‘buona scuola’ e le radici antiche dell’Ulivo

di Giovanni Fioravanti

 

La scuola è la base di ogni ricchezza era il titolo della tesi n.66 del programma con cui si presentava sulla scena politica del Paese l’Ulivo, nell’ormai lontano 1995. Un programma che rivendicava le radici antiche che ogni futuro deve avere per essere degno di questo nome.

Da allora ad oggi quelle radici si sono perse per strada.

Là si sosteneva che il differenziale fra noi e gli altri Paesi è cresciuto anche perché non abbiamo saputo pensare al nostro sistema scolastico in termini moderni, un sistema scolastico che accusa una crisi profonda nei suoi moduli organizzativi e nelle sue strutture organizzative.

Per questo, si affermava, la scuola è una grande questione nazionale che deve essere affrontata con grandissima lungimiranza e fortissimo impegno, perché un Paese, una Nazione, una comunità vivono del futuro che sanno prepararsi.

Avremmo preferito che il filo della narrazione della ‘buona scuola’ riprendesse di qui, da quel discorso interrotto da un paio di decenni di autentica restaurazione scolastica.

Non certo per spirito di parte, ma semplicemente perché ci sembrava, da uomini di scuola, che il racconto di allora avesse colto la questione centrale del nostro sistema formativo: la sua struttura e la sua organizzazione ormai segnate dal tempo e dalla inadeguatezza ad affrontare le nuove sfide.

Invece ‘la buona scuola’ promette una trama di curiosità per il mondo, di creatività, di pensiero critico, di industrioso fare con le proprie mani, ma poi lascia inalterati gli scenari in cui sviluppare questa vicenda, che restano gli stessi di sempre, come ai tempi dell’Ulivo, come prima e dopo la restaurazione.

Nei dodici capitoli del racconto ci sono cenerentole che sposano il principe, i precari che entrano di ruolo, gli oggetti magici, degno ingrediente di ogni favola, come le nuove alfabetizzazioni, c’è pure la scuola di vetro e la morale finale, la scuola per tutti e tutti per la scuola, come i tre moschettieri.

E i bambini? I bambini che si perdono nel bosco? A loro non restano che le briciole? Le briciole da seminare lungo il percorso per assicurarsi un improbabile ritorno a casa.

Pare una favola per grandi, di quelli protagonisti dei racconti di Roald Dahl, che non s’accorgono e non si curano della grandezza dei piccoli, costretti a lottare contro le pratiche e le liturgie degli adulti.

Com’è distante questa ‘buona scuola’ da quella “fiducia nei giovani come frutto di una fiducia collettiva nella formazione, che è diritto di cittadinanza e garanzia di equità e democrazia”. Così scriveva nel suo racconto, una volta, l’Ulivo.

Eppure il modello di scuola che offriamo ai nostri giovani resta il nodo centrale, il cuore del cambiamento.

Invece nella buona scuola gioca su tutto un peso sproporzionato la questione docente, per di più senza che sia riequilibrata da un’idea veramente nuova di scuola, del suo modo d’essere, della sua organizzazione, delle sue strutture, dei modi di studiare e di apprendere.

Allora questi insegnanti per quale idea di scuola sono chiamati a lavorare? La scuola di vetro?

Ma la scuola di vetro promessa resta identica a se stessa. Le stesse vecchie aule progettate per insegnanti che stanno davanti ad una classe di studenti in file ordinate, in ascolto, a prendere appunti o a svolgere i compiti loro assegnati. Sì, si possono vedere cablaggi per computer e lavagne interattive alla testa dell’aula, ma a parte questo, poco è cambiato.

Si continua a celebrare l’istruzione impartita in un edificio specifico, dove i fanciulli sono separati dagli adulti, che non siano i loro insegnanti. Si continua a perpetuare la società dei fanciulli separata, con i propri rituali e le proprie usanze.

Nelle classi agli studenti è insegnato secondo metodi standardizzati in accordo con gli obiettivi del curricolo. Il libro di testo resta la maggior fonte di istruzione, specificatamente scritto per l’uso scolastico che riflette le richieste del curricolo standard.

Separati i fanciulli dalla comunità e sistemati in un ambiente controllato che consente di plasmare intere generazioni per ciò che la società ritiene necessario per sé e per loro.

Queste comunità separate di fanciulli sono le incubatrici di un futuro che non è quello sognato da ogni singola ragazza e ogni singolo ragazzo, ma di un futuro che altri hanno pensato per loro.

È il modello di scolarizzazione occidentale, così universalmente accettato che è difficile immaginare modelli alternativi.

Ma ormai in giro per il mondo altri argomenti stanno prendendo il centro della scena.

Non è più il dibattito sugli standard e sulle strutture, ma piuttosto una discussione su come i giovani imparano meglio nel 21° secolo, su come possiamo rendere le scuole i catalizzatori del loro impegno per il sapere e la cultura, anziché i non luoghi dell’abbandono, della dispersione, del giudizio, della riuscita o del fallimento. Su come i giovani possono scegliere di imparare, su quanto la motivazione e l’amore per l’apprendimento significano nel contesto della scuola, su come dare più enfasi al coinvolgimento degli studenti nella scelta e nelle modalità dei loro percorsi formativi. Ripensare radicalmente la struttura tradizionale delle classi, dei voti, degli orari, delle interrogazioni e degli esami.

Ma il racconto della buona scuola manca di tutto questo, perché non ci sono gli studenti che avrebbero dovuto essere i veri protagonisti di questa storia e, se i protagonisti non ci sono, non potremo mai sapere se il bene finirà per trionfare.

Altre cose mancano, che prometteva l’Ulivo e per noi essenziali per aviare un percorso di radicale cambiamento, il portare a termine il passaggio di competenze dallo Stato alle Regioni, in particolare in materia di organici e di personale, con una scelta di forte decentramento e il discorso sul significato oggi dell’educazione permanente, della life wide learning, indispensabile in quanto investe il ripensamento del modo d’essere dell’intero nostro sistema formativo.

Sono due ingredienti fondamentali. Volutamente mancanti? Una distrazione? Poca dimestichezza con le questioni della scuola? Certamente sono spie del corto respiro della proposta del governo, di una vecchia idea centralistica dell’amministrazione della scuola che resiste e non promette nulla di buono, che nasconde una certa pavidità di fronte al cambiamento vero.

A noi piacciono le favole che fanno sognare, che ci fanno pensare a un mondo da desiderare, che ci sollecitano ad immedesimarci con l’eroe, che ci fanno amare l’avventura, forse perché ad essere uomini di scuola abbiamo imparato l’incanto dai bambini.

Non ci piacciono le storie riciclate. La buona scuola come minimo è in ritardo sui tempi, perché dietro le parole racconta una storia già vecchia, neppure più intrigante come poteva essere vent’anni fa quella narrata dall’Ulivo con le sue radici antiche.

 

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