L’Indice di Povertà Educativa e il rapporto Save the Children

L’Indice di Povertà Educativa e il rapporto Save the Children: appunti sul ruolo educativo della Scuola

di Alessandro Basso

Il rapporto Save the Children “sulla povertà educativa in Italia non può non chiamare in causa una riflessione a tutto campo che vada ad investire il mondo della scuola.
Le opportunità offerte e soprattutto quelle non offerte da parte delle famiglie provocano una netta discriminazione all’interno della sfera educativa individuale intesa nel senso più globale del termine entro il campo delle scienze non esatte.
La definizione di povertà educativa tracciata come “ privazione da parte dei bambini e degli adolescenti della possibilità di apprendere, sperimentare, sviluppare e far fiorire liberamente capacità, talenti e aspirazioni” investe segnatamente una vasta gamma di operazioni che la scuola volge per preciso mandato istituzionale.
I dati sono eloquenti, un milione di bambini vive in condizioni di povertà economica estrema, favorendo un fenomeno devastante quale il dilagare dell’impossibilità ad apprendere, proprio nel pieno svilupparsi della società della conoscenza.
Il ciclo economico con la sua congiuntura è la causa principale di questi dati, per i quali è necessario avviare un dibattito secondo criteri rivisitati rispetto al passato.
Il questo senso si muove la profilatura di un Indice di Povertà Educativa (IPE) individuato secondo indicatori ben precisi e proveniente da una lettura della realtà ad ampio spettro, coinvolgendo le responsabilità di molteplici soggetti dell’education.
La storia dell’Italia repubblicana è fortemente segnata dal processo di scolarizzazione di massa, indotta dall’introduzione, a più fasi e con esiti non sempre brillanti, dell’obbligo scolastico, costituzionalmente sancito e garantito.
Nel corso degli anni, il concetto di obbligo scolastico si è allargato a “diritto-dovere di istruzione e formazione” ed è proprio entro la sfera dei diritti che è necessario riflettere sulla base del rapporto Save the Children, rivedendo gli indicatori di “povertà culturale” all’interno della nostra società.
In passato, depauperamento culturale era sinonimo di miseria, disoccupazione, specie nelle aree a baso sviluppo economico e con un profilo sociale ancora non in evoluzione.
La conseguenza diretta si manifestava nell’analfabetismo e nell’incapacità a sviluppare un bagaglio di conoscenze scolastiche necessarie alla propria realizzazione personale al di fuori del bacino rurale quale tessuto sociale dominante del nostro paese.
Oggi non è certo l’analfabetismo il dramma sociale più emergente, perlomeno non è oggetto della nostra indagine, bensì la lontananza dall’apprendimento permanente, lo scarso sviluppo delle competenze di base (cd literacy), la dispersione scolastica e i NEET.
Certamente la scuola conserva e conserverà sempre un ruolo di fondamentale erogatore di un servizio di apprendimento, è altrettanto vero, però, che la scuola non è l’unica fonte ad occuparsi del sapere, inteso nella sua accezione formale-informale-non formale.
L’apprendimento, per risultare significativo, dev’essere life long Learning”, deve durare l’intero arco della vita per far sì che le conoscenze-abilità-competenze possano essere tenute al passo di una società che impone il cambiamento costante e la flessibilità come schema base.
Il mondo della scuola ha lanciato una sfida lungimirante con la creazione dei Centri provinciali per gli adulti, ora si tratta di riempire il contenitore e garantirne la reale e fattiva concreta reificazione.
Tornando al mondo dei giovani, l’imperativo donmilaniano “non uno di meno” trova una più complessa realizzazione in quanto lo sforzo istituzionale che si deve compiere deve superare le barriere delle aule scolastiche e addirittura spaccare le pareti delle scuole stesse, in quanto è il territorio la sede privilegiata dell’educazione.
La discriminazione più raffinata non consiste nella forbice studente/non studente ma tra persona e realizzazione dei propri sogni.
Sarebbe bello pensare che tutti i nostri giovani possano sviluppare dei sogni e aver la possibilità di tenerli nel cassetto per la loro realizzazione, non costringendoli ad abbandonarli ancora prima di averli programmati.
La differenza con il secolo passato sta proprio in questo, i giovani trovano difficoltà ad avere dei sogni perché non intravvedono quello spiraglio di luce che i loro coetanei novecenteschi potevano intravvedere nel dinamismo della società d’allora.
L’esperienza dei punti luce, allora, proposta da Save the Children può essere pensata come questa occasione per offrire un luogo dove pensare al futuro grazie al supporto della comunità educante.
È necessario porre un’ulteriore questione di fondo. Tutti i ragazzi possono, da qualsiasi punti di partenza, realizzare un percorso scolastico di qualità?
Il dato della disuguaglianza nelle opportunità è eloquente.
Il percorso scolastico di un alunno è determinato dalla posizione lavorativa dei genitori che, a sua volta, dipende dal loro livello di istruzione. Questo dato deve essere tenuto in debita considerazione per individuare i destinatari delle azioni formative mirate, senza aver paura di compiere delle scelte politiche coraggiose a favore di determinati segmenti della società o di determinate aree del paese.
Sono disponibili numerosi e significativi dati relativi agli esiti scolastici degli alunni, forniti dalle indagini internazionali sulle competenze di lettura-matematica-scienze nei quindicenni, emersi dall’indagine OCSE PISA, oppure dalle rilevazioni interne elaborate dal nostro Sistema Nazionale di Valutazione (INVALSI), attraverso le prove di italiano e matematica somministrate alle classi II-V primaria, III secondaria di I grado e II secondaria di II grado.
Il quadro che ne emerge e che è statisticamente confermato dal susseguirsi delle indagini è eloquente rispetto il divario tra aree diverse del nostro Paese, dal quale non è emerso, però, un dibattito politico e de massa altrettanto dinamico, come sarebbe potuto accadere in altre realtà europee.

Le opportunità da offrire ai ragazzi vanno incentivate mediante la creazione di reti con il territorio, così come bene evidenzia la recente consultazione sulla Buona Scuola licenziata dal Governo Renzi.
Ciò è realizzabile attraverso investimenti adeguati nelle strutture oltre che nel ripensamento dei tempi” e degli “spazi” scolastici, creando zone morbide ove garantire la presenza di un ragazzo a scuola, piuttosto che per strada, per usare le parole del rapporto, creare ambienti in cui “apprendere per vivere assieme” quale arma di contrasto alla povertà educativa.
Uno dei dati eloquenti del rapporto è costituito dal dato del tempo pieno alla scuola primaria, con il primato della Lombardia con il 47% delle classi.
Il dato è inequivocabile, anche se deve essere letto contestualmente ai provvedimenti governativi degli ultimi anni rispetto alla “razionalizzazione” del tempo scuola, che hanno fatto sì che molte scuole rivedessero la propria offerta oraria affinché la stessa risulti sostenibile per effetto della riduzione degli organici dei docenti.
Questi provvedimenti, al di là di un commento squisitamente di merito, sono entrati a regime: qualora si decidesse di rimettere in discussione questa operatività, è basilare farlo attraverso un confronto serio e lungimirante con le risorse disponibili e con l’”idea di scuola” che si vuole costruire. Tradotto in termini operativi, l’indicatore individuato dal Rapporto in merito al tempo scuola merita un approfondimento in termini meno assoluti.

Non si deve fraintendere questo concetto pensando di allocare alla scuola la responsabilità educativa esclusiva delle nuove generazioni anche per quel che riguarda il tempo libero, andando oltre ai già complessi e complicati oneri nel campo istruttivo e formativo.
È necessaria altresì un’attenta riflessione circa il ruolo di delega che le famiglie compiono nei confronti della scuola e delle amministrazioni nella società contemporanea, imponendo questa riflessione una mirata azione di coinvolgimento delle famiglie e allo stesso tempo la sottoscrizione di un chiaro “contratto” tra le parti.
Si devono trovare modalità chiare e trasparenti di comunicazione con le famiglie e percorsi amministrativi semplificati, rendendo maggiormente flessibili e meno onerosi gli adempimenti per le amministrazioni coinvolte in percorsi integrati: ovvero crederci e costruire le precondizioni necessarie affinché le scuole e i comuni possano interfacciarsi apportando ciascuna il proprio contributo.
Una delle strade possibili è costituita proprio dai modelli di scuola integrata, accompagnati dai comitati dei genitori, dal supporto dell’amministrazione comunale, dalla propulsione d’iniziativa che solo la scuola come centro di interesse culturale di una comunità può dispiegare.
Il ripensamento degli spazi deve far sì che inostri giovani possano godere di ambienti “appetibili” anche dal punto di vista funzionale, oltre che estetico, ove bilanciare attività di natura culturale con attività di svago, sport.
Le esperienze positive delle regioni più attive, si pensi ai progetti di alfabetizzazione motoria nelle scuole, devono diventare un’azione strutturale della sinergia politica scuola-territorio-istituzioni, prevedendo percorsi frutto di una seria e pluriennale cadenza, altrimenti la ricaduta in termini educativi è minima e lo sforzo organizzativo supera i risultati sperati.

Un altro percorso mutuabile è ricavabile dall’esperienza dei doposcuola, opportunamente adattati alle esigenze di giovani nativi digitali, che devono trovare in questi contesti anche le tecnologie minime necessarie per affrontare un pomeriggio integrato, sul modello odi alcuni doposcuola digitali che sono nati in alcune realtà, anche italiane.
Solo così si potrà incoraggiare la loro presenza, agganciarli nella costituzione di un contratto formativo adeguato e allo stesso tempo appetibile.
Si pensi, solo a titolo esemplificativo, ai benefici che ne otterrebbero tutti gli studenti con Bisogni Educativi Speciali, un termine coniato per ricomprendere una vastità di ragazzi verso i quali riversare attenzioni individuali che per la loro molteplicità e difficile individualità, spesso, non è sempre agevole trattare durante la mattinata scolastica.

Devono, inoltre, essere messe a disposizione opportune figure di riferimento.
Gli insegnanti, come detto, sono una fonte inesauribile di idee e di progettualità significative, ma gli interventi integrati necessitano anche di esperti in campo educativo e counselors, figure orientanti per affrontare le sfide educative più emergenti, sportelli di ascolto con professionalità adeguate all’ascolto dei ragazzi e delle loro famiglie, facendo uscire questi interventi dall’anonimato, a volte perché non ci sono le risorse per sostenere iniziative lodevoli e necessarie.
L’esperienza dei punti luce chiama in causa forti considerazioni nel campo della disponibilità delle risorse che devono, condicio sine qua non, essere certe, pluriennali, programmate con tempi certi, altrimenti ci troveremmo di fronte ad una catastrofe.

Tornando ai dati concreti, questo potrebbe essere un percorso efficace verso la lotta alla dispersione scolastica che ci trova fortemente impreparati all’obiettivo di Europa 2020 , dopo aver fallito quello precedente di Lisbona 2000.