S.Y. Agnon, Nel cuore dei mari

Tra antico e nuovo Israele

di Antonio Stanca

      

agnonPiù che un racconto una novella è da ritenere Nel cuore dei mari dello scrittore ebreo Shemuel Yosef Agnon giacché tanta parte dell’ampia narrazione è concessa alla fantasia, al sogno. E’ stata scritta nel 1926, quando Agnon aveva trentotto anni, ed ora la casa editrice Adelphi di Milano l’ha ristampata nella serie “Piccola Biblioteca Adelphi” ed a cura di Ariel Rathaus.

Agnon è nato a Buczacz ( Polonia) nel 1888 ed è morto a Rehovoth ( Tel Aviv) nel 1970. Era figlio di un commerciante di pellicce, è vissuto ottantadue anni e nel 1966, a settantotto anni, ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura insieme alla scrittrice e poetessa tedesca Nelly Sachs. Come l’Agnon anche lei aveva tratto i motivi della sua produzione dalla storia, dalle vicende, dal destino del popolo ebreo. A questi temi Agnon si era interessato fin da ragazzo, aveva studiato la Bibbia, il Talmud e in seguito, durante un lungo soggiorno ad Amburgo nel periodo della prima guerra mondiale, aveva raccolto, insieme a Martin Buber, molte testimonianze riguardo al chassidismo e ad altre forme della cultura ebrea, miti, leggende, parabole diffuse nell’Europa orientale. Tutta la sua produzione letteraria avrebbe risentito di tali conoscenze, la sua arte sarebbe derivata dalla sua cultura, si sarebbe incentrata nella rappresentazione della storia, della vita degli ebrei dell’Est europeo e sarebbe stata espressa in lingua ebrea. Agnon sarebbe stato giornalista, saggista, poeta, scrittore di racconti, romanzi, novelle e sempre di ebrei avrebbe detto e in modo da combinare in molte opere di narrativa generi diversi, da riuscire, cioè, reale e immaginario, tragico e comico, profondamente religioso, mistico e umoristico. Riscattate risultano in tal modo le sue narrazioni da quanto di passato, di vecchio le compone e le potrebbe appesantire, animate sono dalla continua disposizione dell’autore a fare ironia, a cogliere quel che di tante situazioni generalmente sfugge, non viene detto. Questo suo atteggiamento non riduce il significato, il valore delle vicende rappresentate ma le fa sentire vicine a chi legge, riduce il peso di una tradizione millenaria e le inserisce in un altro contesto. L’Agnon che fa ironia non cessa di esprimere la sua religione fondamentalmente ebrea, la sua intenzione di mostrare come la storia del suo popolo s’identifichi con la sua religione, di ripercorrere entrambe in tante, in molte delle loro vicende, di rivalutarle. Ad una riscoperta d’Israele, dalle Sacre Scritture alla diaspora, a tanti altri avvenimenti, tende Agnon con le narrazioni anche se in esse sarà costretto a riconoscere che l’entusiasmo, il fervore di una spiritualità così accesa, così diffusa, così coltivata come quella degli ebrei hanno dovuto accettare di vedersi ridotti, guastati dai tempi moderni. Il confronto con questi, con gli ambienti nuovi, con i loro aspetti essenzialmente materiali provocherà a quella spiritualità un senso di perdita, di sconfitta dal quale non saprà sollevarsi. Anche questo sarà un motivo ricorrente nella narrativa dell’Agnon.

Come scrittore egli aveva esordito nel 1912, quando a ventiquattro anni si trovava in Palestina e aveva scritto il romanzo E il torto diventerà diritto. Prima era stato autore di poesie e in seguito aveva svolto, tra Buczacz e Leopoli, attività giornalistica. Trasferitosi in Germania vi sarebbe rimasto durante gli anni della prima guerra mondiale ed oltre, si sarebbe sposato ed avrebbe proceduto, col Buber, nel suddetto lavoro di ricerca. Nel 1924 sarebbe tornato definitivamente in Palestina e nel 1925 molto successo e molti riconoscimenti avrebbe ottenuto col romanzo La dote della sposa. L’aveva scritto nel corso di un’intensa attività che lo avrebbe portato alla produzione non solo di romanzi ma anche di racconti, novelle e saggi. A questo periodo, all’anno 1926, risale la novella Nel cuore dei mari. Come altre narrazioni dell’Agnon anche questa rimane sospesa tra realtà e fantasia, verità e sogno. Tratta di ebrei, di quelli vissuti durante i secoli scorsi nell’Europa orientale, contiene elementi autobiografici, fa riferimento ai testi fondamentali della religione ebraica, li cita in continuazione, in continuazione si riferisce al loro Dio, ai loro Profeti, alle loro Leggi, evidenzia il valore unico, assoluto di tale divinità, di tale fede e si rammarica che siano in crisi di fronte ai nuovi tempi e modi.

Come altre narrazioni anche questa contiene situazioni che sono soltanto sue. Esse riguardano un gruppo di ebrei della Polonia, precisamente di Buczacz, che vogliono andare in Israele perché lo ritengono il luogo proprio di quei valori spirituali dei quali le loro anime hanno bisogno. Affrontano, quindi, un lungo, interminabile viaggio per terra e per mare. Molti ostacoli, molti pericoli, molte ristrettezze devono superare e lo fanno con fermezza, con coraggio sorretti dalla preghiera e dalla convinzione che la Terra d’Israele, unica al mondo, procurerà loro una nuova e migliore vita. Durante il viaggio ascoltano dalla voce di un compagno, nel quale si può riconoscere l’autore, la narrazione di alcune leggende legate agli ebrei di tempi e luoghi diversi. Ne traggono insegnamenti di verità, di virtù, si sentono sollevati dai problemi di un viaggio così lungo e difficile. Succede pure che un altro compagno, Hanania, il più giusto, il più buono, quello che era coperto di stracci, che tanto aveva sofferto prima d’incontrarsi con loro, che li aveva pregati d’inserirlo nel gruppo, si separi da essi e non riesca più a ricongiungersi. Doloroso sarà per tutti dover constatare la sua scomparsa. Ma una volta giunti in Israele lo ritroveranno poiché un miracolo lo aveva fatto giungere prima di loro. Ritroveranno la gioia di stare di nuovo insieme ma tutti, compreso Hanania, dovranno constatare che la Terra d’Israele tanto desiderata, tanto pensata come Terra del Sommo Bene, dell’Amore Infinito, della Pace Eterna, ha ormai perso molte delle sue qualità a causa della diffusione di costumi, ambienti completamente diversi. Delusi rimarranno e incerti circa la decisione da prendere, il luogo da preferire, se quello lasciato o questo raggiunto.

Anche questa volta, anche con una novella circa la leggenda di Hanania, Agnon è riuscito nuovo, diverso. Riesce in ogni opera perché in ognuna, pur essendo i fini comuni a quelli delle altre, particolari sono le situazioni e così lo svolgimento e gli esiti linguistici. E’ il segno di una ricchezza culturale e di una capacità espressiva eccezionali, di uno spirito creativo che trasforma quanto gli giunge dall’esterno, lo rende in altro modo, con altra voce.

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