Claudia Fanti, Odissea nella scuola

Odissea nella scuola*
Un romanzo di formazione

di Gabriele Boselli

fanti1Conosco Claudia da una ventina d’anni; era allora una ragazza al suo primo ingresso nella scuola forlivese dopo brevi esperienze nelle scuole di Milano e dopo-scuola nei quartieri di immigrazione della periferia. I primi sintomi del riflusso non avevano ancora espletato i loro effetti e prender parte alla politica scolastica e all’impegno pedagogico era una scelta di qualche soddisfazione. I gruppi di potere che occupavano lo Stato non erano del tutto staccati dalla società e vi era in essi, ancora, qualche idealista che giustificava speranze.

Io, che sono più vecchio di lei di un’altra ventina d’anni, avevo appena terminato i miei lavori sulla postprogrammazione e sulla valutazione di tipo ermeneutico. Come ispettore scolastico mi interessai al suo lavoro in classe e raccolsi la sua pur critica attenzione. Erano tempi in cui il cambiamento non era subìto ma faceva parte dell’ evolutività delle istituzioni scolastiche da poco autonome, anche se si deve dire che la scuola è sempre stata in evoluzione e forse era più in movimento quando ufficialmente non sarebbe stata ancora autonoma: la vera “buona scuola” detiene da sempre autonomia intellettuale, politica, etica, pedagogica. Si studiava molto, molti scrivevano, si stava in movimento.

In seguito, il movimento della storia ha invertito la direzione, la sinistra pedagogica si è iperintegrata o scomparsa, le scuole hanno ricevuto in dono dai media una certa fama di resistenza aprioristica al cambiamento; solitamente stampa e TV ora hanno cura di aggiungere che, se vi è un cambiamento, questo non è certo in meglio. Queste tesi intenzionalmente distruttive del prestigio della scuola di Stato a volte sono semplici sparate, altre volte fanno uso di ricerche valutative di sistema più “scientificamente” articolate.

Invece la scuola muta continuamente forma, perché è viva, perché la scuola è cultura, è lo spirito e lo spirito è vento. Vento che attraverso la voce di docenti/Maestri come Claudia Fanti innescherà nuovi eventi di pensiero. Ed è intimamente aperta all’innovazione. Influiscono sull’innovare le persone che si incontrano (le scuole di Forlì sono ricche di maestri e maestre straordinari), i luoghi che si attraversano, gli spazi che si occupano per ridisegnarli; in questo intreccio, in questa relazione ipercomplessa -in senso buono- pluralmente si costruisce e s’inventa qualcosa. Gli aspetti che mi appaiono da temere e avversare oggi sono chiaramente indicati da Claudia: il burocratismo che esonda dall’ambito strettamente amministrativo per invadere i campi della didattica (prove INVALSI), la quotidianità senza senso, l’indifferenza etica, la passività intellettuale, l’applicazione acritica di pratiche non sentite ma subite, ove possibile evase.

 

fanti2La scuola è degli alunni. E dei Maestri

Claudia scrive di far parte “di quel sottobosco silenzioso, ma resistente, che si misura con la realtà ogni giorno”. Perché “sottobosco”? Lei è nel novero degli alberi più alti, dei tanti magnifici alberi che fanno la qualità politica, scientifica e didattica della scuola. In gran parte delle scuole elementari (a me piace chiamarle ancora così) di Romagna ci sono per fortuna pochi maestri ma tante maestre che magari mugugnano -o gufano, direbbe il figlioccio di Berlusconi- ma con il loro concreto discutere e operare cercano di istruire alla sopravvivenza nel mondo attuale e in quello imminente ma anche di aiutare ad educare soggetti che, nelle ristrette contingenze e nei sempre brevi anni della loro vita, non siano costretti a pensare solo al mercato del lavoro ma attuino il diritto alla vita (la pienezza dell’esistenza). Un docente/Maestro con la maiuscola, che porti gli interi (le persone) all’intelligenza e all’amore per l’Intero, è quel che occorre, dalla scuola dell’infanzia all’università. Un Maestro verticale, in quanto non si limita a guardarsi intorno, ma pensa anche in profondità e in altezza, consapevole di Nadir e volto allo Zenith. E’ l’autoaffermarsi di chi lavora nella scuola non solo come diligente impiegato ma anche autore dei propri giorni di magistero. Contrastando il conoscere “asettico”, emotivamente neutro, replica meccanica di conoscenze altrui, atto seriale che potrebbe essere indifferentemente recitato da una persona come da un’altra senza significative variazioni e ridefinizioni di senso, Maestre e maestri costruiscono ragioni di speranza nel pensiero e nella scuola a venire. E anche nella società ventura.

 

L’io autentico che guarda. E spesso riesce a vedere

Claudia Fanti non declina solo quanto vogliono le Indicazioni nazionali (piuttosto andrebbero definte “cinesi”, a mio avviso) ma illustra il mondo come l’ha visto lei, con la lingua che parla, dal suo angolo di storia, dalle finestre che si sono aperte durante la sua vita di cittadina e di insegnante.

Oltre al conoscere, le buone scuole (nulla a che vedere con la “buona scuola” renziana) rafforzano la coscienza. Coscienza è quell’idea e quel sentimento di sé che ci si forma attraverso l’attività del con-sapere, con-sentire e con-dividere criticamene con altri un campo di esperienze e di idee. E’ l’atto oscillante che può far guadagnare un razionale, relativamente stabile sentimento di sé e una forza di protensione che faccia conseguire un inserimento autonomo nel mondo. Le discipline insegnate nella scuola elementare (mi piace chiamarla ancora così) infatti portano a pensare le cose non solo come sono oggi ma come possono cambiare.

 

Una scuola del conoscere

Gli ultimi vent’anni di didattica ufficiale “di servizio”, a volte solo servizievole, non occorre dire a chi, hanno sopra tutto parlato di apprendimento, di come un ragazzo debba prender su da e applicare. Dobbiamo ricominciare (Claudia e i colleghi del I circolo di Forlì lo fanno da tempo) a parlare del Maestro e dell’insegnamento, del volto e del messaggio di chi in modo più maturo del bambino si è confrontato con la conoscenza. Insegnare a conoscere avendo in vista non il successo ma la verità è invitare a pensare le cose non solo come sono oggi ma come sono state e probabilmente muteranno, indipendentemente dal loro utilizzo immediato e dal sistema di controllo INVALSI (fin troppo indulgente il parere di Claudia su questo strumento del Potere che non ha nulla a che vedere con il Conoscere). I Maestri insegnano il pensare il mondo di quando chi oggi ha dieci anni ne avrà trenta e più. Le conoscenze essenziali –saperi di libertà- valorizzano le diversità e le differenze mentre i test premiano le conformità; le sole competenze –quando anche fossero apprese- darebbero a tutti qualcosa che é estraneo a ciascuno. Un fattore di alienazione.

 

Sul valutare

Pratica alienante è certo la valutazione oggettivistica, quella che sotto mentite spoglie pretende di stabilire il valore di un testo, di un alunno, di un insegnante, di una scuola, di un intero sistema scolastico. Sotto mentite spoglie perchè non lo dichiara esplicitamente e asserisce per bocca del suo attuale Presidente e nel sito ufficiale INVALSI di voler solo stabilire il grado di apprendimento in limitati settori della conoscenza. Dichiara di non essere al servizio del committente ma di voler fornire a insegnanti e dirigenti elementi di autovalutazione del proprio operato e di autocorrezione.

Forse qualche operatore Invalsi lo crede davvero; comunque i risultati sono ben altri e finisce che i giornali propinano classifiche e i veri programmi di studio rischiano di essere orientati sui test dell’anno precedente. La prossima valutazione degli insegnanti sarà ineluttabilmente basata sui risultati dei test. E chi resiste alla valutazione è solo uno che ha paura di non figurare bene.

“Può capitare che sostenendo con decisione la via di una valutazione formativa, senza verifiche standard, si ricevano insulti, risposte alquanto arroganti e impertinenti (del tipo: hai paura della valutazione esterna?!). A me è successo”.

 

Suggerimenti per insegnare con passione

Il ponderoso volume (pp.410) a dispetto della mole si legge con diletto e fa pensare e ri-pensare. A me fa pensare a questo mezzo secolo che ho trascorso lavorando nella scuola tra una sedicente riforma e l’altra. Come scrive Claudia, penso che

“bisognerebbe restituire dignità e senso alla parola “riforma”, una parola che potrebbe e dovrebbe tornare ad avere un’accezione positiva se le si restituisse il significato alto di merito e di metodo”. E aggiungo che una riforma ha –parola abusata- “coraggio” quando confligge con gli interessi forti non quando colpisce i soggetti più deboli.

Le pseudo-riforme passano, per fortuna i veri Maestri rimangono e i loro messaggi fanno sì che il mondo sia, almeno un po’, migliore. Questo libro, frutto dell’esperienza di una vera Maestra invita a

-Non lasciar perdere

-Corrispondere ai vuoti di esistenza e di pensiero con offerte coinvolgenti, sensate:

“a corsi di formazione si aggiungono corsi su come applicare qualcosa di sterile, di decontestualizzato, di insensato, soprattutto di controproducente perché dentro una situazione di scuola riformata nonostante l’opposizione diffusa del corpo docente”.

-Offrire alle persone prospettive sull’Intero del sociale e dell’immaginario, altrimenti quello scolastico può essere non tempo obbligato ma forzato, prigione da cui evadere mentalmente.

-Inventare, argomentare didatticamente la locale fisionomia dei saperi affinché non siano solo giustapposizioni insensate di discipline pensate in separatezza

-Fare un sapere in movimento e in discussione, offerto da un insegnante autore della propria giornata.

-Pensare tutti i discorsi di istruzione su una visione pedagogica e politica complessiva e generatrice di intelligenti passioni.

 

*Claudia Fanti   Odissea nella scuola Youcanprint, Lecce, 2014

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