J. Didion, Democracy

Tra la vita e la storia

di Antonio Stanca

didionHa ottantuno anni e vive a New York sola dopo aver perso il marito, John Gregory Dunne, nel 2003 e in seguito la figlia adottiva, Quintana. Dalle due dolorose esperienze sono derivati due suoi memoir, L’anno del pensiero magico e Blue nights, divenuti famosi in poco tempo.

Si tratta di Joan Didion che è nata in California, a Sacramento, nel 1934 ed è stata una figura di rilievo nell’ambito della contemporanea cultura americana. Giornalista, saggista, scrittrice e sceneggiatrice di successo è stata la Didion. Ha cominciato come giornalista ed è giunta a scrivere per importanti testate ed a risultare tra i maggiori esponenti del New Journalism, di quel giornalismo americano che si verificò negli anni ’70 e si distinse perché di carattere soggettivo e più vicino alla narrazione che alla cronaca. Come giornalista la Didion ha partecipato attivamente alla vita politica del suo paese prima dalla parte dei conservatori poi dalla parte dei progressisti. Come scrittrice ha esordito nel 1963, quando aveva ventinove anni, col romanzo Run, River.  Già allora scriveva per i giornali e tra giornalismo, suo interesse primario, narrativa, saggistica e sceneggiatura ha continuato a muoversi ininterrottamente insieme al marito, pure lui scrittore. Ha ottenuto numerosi riconoscimenti, tra gli ultimi la National Humanities Medal ricevuta nel 2013 da Barack Obama. E’ considerata una delle maggiori giornaliste e scrittrici americane viventi.

Nella sua scrittura narrativa va notata la tendenza a collocare in una prospettiva storica più ampia la vicenda rappresentata, a mostrare quanto di particolare, di personale, di intimo può avvenire mentre grandi, gravi avvenimenti si stanno verificando nel mondo, nella società, nella politica, a collegare, a far procedere insieme i due elementi combinandoli in modo tale da far diventare difficile, a volte, seguirli. Altra nota distintiva della Didion scrittrice è la sua presenza nel narrato, la sua partecipazione a quanto nei romanzi viene rappresentato. Lo fa, ha dichiarato, perché vuole chiarire, ordinare le vicende delle quali scrive. Scrivere per lei, ha pure detto in un’intervista, significa cercare di mettere ordine in quel confuso movimento di idee che avviene nella sua mente ogni volta che pensa ad un romanzo.

E’ questo il motivo che la muove a comparire in prima persona nelle sue narrazioni anche se il linguaggio che usa è generalmente di tipo sentenzioso, cioè conciso, lapidario, e spesso non procura la chiarezza voluta. Così avviene pure in Democracy , quarto romanzo della Didion. Lo pubblicò nel 1984 e nello stesso anno comparve in Italia per i tipi della casa editrice Frassinelli. Recentemente è stato pubblicato dalla E/O di Roma con la traduzione di Rossella Bernascone. Anche in Democracy accanto alla storia maggiore si svolge una minore che con essa si combina in un intrico che la scrittrice si propone di spiegare e per questo compie delle ricerche, rintraccia, interroga, come fa vedere nell’opera, i protagonisti o alcuni di essi. Solo alla fine, però, si saprà quanto è avvenuto nel Sud-Est asiatico durante quei famosi secondi anni ’60 e primi anni ’70 quando, mentre nel Vietnam si combatteva, mentre grossi interessi internazionali si confrontavano a spese di altre popolazioni e di altri territori, si svolgeva pure la vicenda amorosa tra l’affascinante Inez Victor, moglie del senatore americano e probabile candidato alla Casa Bianca Harry Victor, e Jack Lovett, uomo d’affari intento a trarre grossi guadagni da quanto stava allora succedendo in quella parte dell’Asia, dalla guerra che si stava combattendo, dai traffici ai quali era interessato. In questi luoghi, tra le zone direttamente coinvolte negli scontri armati e le altre circostanti comprese le infinite isole dell’Oceania con i loro cieli, i loro mari, le loro albe, i loro tramonti, le loro luci, i loro colori, nasce l’amore di Inez e di Jack. Tra i tanti familiari di lei, tra le loro tante case, i loro costumi, i loro discorsi, le loro serate, i loro lussi, i loro vizi, i loro sprechi, le loro vanità, le loro esibizioni, tra tutto quanto può rientrare nella vita di una ricca e potente famiglia americana e gli interessi, i calcoli, i guadagni di persone ad essa vicine che possono gestire i destini di intere popolazioni sottosviluppate, si svolge una vicenda intima, propria del sentimento. Nell’opera sono tante le situazioni, le presenze, tanti i luoghi, i tempi che difficile risulta il suo percorso. Tanto, tutto vuol dire la Didion di certi ambienti, di certa vita, di certi eventi, li vuole mostrare in ogni loro risvolto, vuole cogliere ogni pensiero, azione, parola di chi vi fa parte quasi stesse facendo una registrazione. Non si capisce, infatti, se la sua indagine serva a farle formulare un giudizio circa quanto mostrato, circa la clandestinità, il malcostume scoperti, oppure se voglia rimanere soltanto una registrazione. Non è mai chiaro cosa la Didion persegue tramite le ricerche che con i suoi romanzi si propone di fare nella vita, nella storia, non si capisce se vuole esprimere delle valutazioni, assegnare delle responsabilità, attribuire delle colpe, riconoscere dei meriti o soltanto soddisfare il suo bisogno di sapere, di conoscere quanti aspetti possono assumere quella vita, quella storia. Assente, distaccata rimane la scrittrice davanti a quel che scopre, l’importante sembra averlo scoperto, averne scritto. Come la sua Inez la Didion di questo romanzo assiste al crollo di ogni certezza, alla fine di ogni aspirazione, all’uccisione della sorella e del suo amico da parte del padre, alla morte improvvisa di Jack, alle drammatiche conseguenze della guerra, come lei rimane sola di fronte ad una vita simile, ad una storia simile senza far sapere cosa pensa.

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