E. von Arnim, Un’estate da sola

Una donna sola

di Antonio Stanca

von_arnimNella serie “Le Piccole Varianti” della casa editrice Bollati Boringhieri di Torino è comparsa a Gennaio del 2015 una ristampa del romanzo Un’estate da sola di Elizabeth von Arnim, pseudonimo di Mary Annette Beauchamp, scrittrice inglese nata in Australia nel 1866 e morta in America nel 1941. La traduzione dell’opera è di Daniela Guglielmino. La von Arnim la scrisse nel 1899, un anno dopo aver scritto Il giardino di Elizabeth che rappresenta il suo esordio letterario. Allora si trovava a Nassenheide in Pomerania (attuale Polonia), dove si era trasferita col marito, il conte tedesco August von Arnim, alcuni anni dopo il matrimonio. A Nassenheide il conte possedeva un’immensa tenuta con castello e qui Elizabeth avrebbe cominciato a scrivere, avrebbe avuto i suoi cinque figli, avrebbe assistito alla loro istruzione avvenuta in casa ad opera di precettori ma non avrebbe goduto di un buon rapporto col marito poiché di carattere collerico e col tempo esposto a problemi con la giustizia. Visse, tuttavia, diciotto anni in Pomerania e nel 1910, rimasta vedova, tornò a Londra dove divenne l’amante dello scrittore George Wells. Nel 1916 si risposerà con un conte inglese e nello stesso anno morirà la figlia Felicitas che si era recata in Germania per studiare musica. Neanche il secondo matrimonio andrà bene per la von Arnim che finirà col separarsi e legarsi ad un uomo molto più giovane di lei. Visse tra Inghilterra, Svizzera, Francia e nel 1939, allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, si trasferì definitivamente in America dove morì nel 1941 a Charleston, nella Carolina del Sud.

Bella, colta, raffinata nei gusti, nelle esigenze ma anche irrequieta, sempre insoddisfatta si mostrò, sempre alla ricerca di quanto potesse colmare i bisogni del suo spirito libero, contrario ai vincoli che provenivano dal passato, alle convenzioni diffuse, ai pregiudizi di una società ancora e soltanto maschilista. Rifiutava tutto ciò che limitava la vita della donna, i suoi pensieri, le sue azioni. Tanto dovette lottare in famiglia e fuori la von Arnim per poter scrivere, pubblicare giacché inconcepibili erano allora, in particolare nei suoi ambienti, tali attività per una donna. Nuova fu per quei tempi e per quegli ambienti, ed anche per questo soffrì i rapporti con entrambi i mariti nonostante fosse diventata nota già dopo la pubblicazione del primo romanzo. Con questo aveva avuto un enorme successo e col secondo, Un’estate da sola, sarebbero continuati il successo e il tema trattato, quello dei diritti della donna, del suo bisogno di non essere ridotta ai soli doveri della casa, della famiglia. Ricorrenti saranno nelle altre opere certi personaggi femminili ed in ognuno la scrittrice trasferirà, con ognuno rappresenterà il suo anelito ad una vita diversa da quella che le si chiedeva, ad una condizione che le permettesse di partecipare a quanto succedeva al suo esterno, di comunicare le sue volontà, di farle valere. Soffrirà la von Arnim ma non rinuncerà a dire di quanto le urgeva, dei bisogni del suo spirito e la scrittura le sembrerà il modo migliore per farlo. Una scrittura soltanto sua che non rientrava in nessuna corrente, non aveva nessun precedente poiché soltanto di lei era quel che esprimeva. Saranno tante le situazioni che la scrittrice costruirà nei suoi romanzi, tante le vicende che immaginerà, tanti i modi con i quali crederà di liberare la donna dalla millenaria sudditanza all’uomo. L’amore rientrerà tra questi, sarà tra i più importanti perché inteso in senso molto ampio, come piacere, godimento, cioè, degli aspetti migliori della vita fossero di persone o di cose, di luoghi o di tempi, di luci o di colori, d’immagini o di suoni, di piante o di acque, di terra o di cielo. Con la bellezza della natura la von Arnim vorrà entrare in contatto, comunicare, come la natura vorrà essere libera, con quella della natura identificherà la propria libertà nelle opere Il giardino di Elizabeth e Un’estate da sola. In quest’ultima dirà della sua intenzione di trascorrere “un’estate da sola”, di voler godere completamente, totalmente del suo tempo nei giardini, nei prati, nelle aiuole, nei boschi che circondavano la sua grande casa in Pomerania, tra i fiori, le acque tutt’intorno. Sarà tanto il piacere che le deriverà da quei contatti, si sentirà tanto libera da volersi annullare tra quei luoghi, da voler vivere la loro stessa vita. Ampi spazi dell’opera, molte pagine sono dedicate alle sue ripetute passeggiate, alle sue lunghe permanenze tra il verde dei campi, il canto degli uccelli, il fondo delle valli sotto l’azzurro del cielo, di fronte alla luce dell’alba, al colore del tramonto. Sola, libera si descriverà nei luoghi intorno alla casa, tra tanta natura anche lei si sentirà sua parte e ne scriverà con un linguaggio così appropriato, così modulato da ottenere effetti musicali, da mostrare i suoi come dei rapimenti. Guastata vedrà, però, una simile condizione di pace, di estasi quando si sentirà chiamata per altri compiti dall’uomo che sta con lei, quando dovrà prestare attenzione alla servitù perché la tenuta non scadesse nel disordine, quando dovrà cercare di contenere i pericoli di malattia, di morte sempre presenti nel villaggio intorno al castello a causa delle gravi condizioni di arretratezza, ignoranza, superstizione, false credenze nelle quali si trovavano i suoi abitanti. Godere una completa estate da sola non le sarà, quindi, possibile a causa di quanto le sta succedendo intorno e quell’aspirazione diventerà uno dei termini del confronto tra sé e il mondo, la vita, la storia. Sola si scoprirà di fronte ad essi ma anche se non penserà di superarli non rinuncerà a lottare e la sua lotta per la libertà delle donne dalle loro eterne regole diventerà, nelle opere seguenti, quella tra il nuovo e l’antico, il bene e il male, l’amore e l’odio, la pace e la guerra, la vita e la morte. Estenderà il suo ambito, trascenderà la situazione particolare, assumerà significati ampi, otterrà esteso riconoscimento, diventerà motivo di letteratura, di arte.

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