P. McGrath, Follia

Follia di Patrich McGrath, Adelphi, 1998

di Mario Coviello


“Le storie d’amore contraddistinte da ossessione sessuale sono un mio interesse professionale ormai da molti anni». Inghilterra 1959. Dall’interno di un tetro manicomio criminale vittoriano uno psichiatra Peter Greave comincia a esporre, con apparente distacco, il caso clinico più perturbante che abbia incontrato nella sua carriera : Max Raphael, psichiatra, si trasferisce con la moglie Stella ed il figlio Charlie in un manicomio vittoriano, fuori Londra, in cui è stato nominato vice-sovraintendente.

Stella, è una donna molto bella e raffinata, ma fragile e sensibile e ben presto arriva a disprezzare l’atmosfera claustrofobia del manicomio e suo marito, uomo freddo ed insensibile, votato solo al suo lavoro. La sua vita sarebbe andata avanti così in una quotidianità ossessiva, se non avesse incontrato Edgard Stark, un paziente uxoricida, in semilibertà per la cura del giardino.

Edgard è un artista, uno scultore, per il quale il confine tra arte e passione, amore e morte è diventato inesistente . Dall’incontro scaturisce un amore folle, una passione erotica incontrollabile ed irrazionale e, quando Edgard riesce a fuggire……

Leggendo la trama sembrerebbe alto il rischio di ritrovarsi tra le mani uno dei soliti polpettoni nel più classico stile Harmony. Sin dalle prime pagine, però, s’intuisce la qualità e lo spessore di questo romanzo che racconta la malattia di Stella, una malattia chiamata amore.

“Già, l’amore” dissi. “Parliamo di questo sentimento che non riuscivi a dominare. Come lo descriveresti?”. Qui Stella fece un’altra pausa. Poi, con voce stanca, riprese:

“Se non lo sai non posso spiegartelo.”

“Allora non si può definire? Non se ne può parlare? E’ una cosa che nasce, che non si può ignorare, che distrugge la vita delle persone. Ma non possiamo dire nient’altro. Esiste, e basta.”

“Queste sono parole, Peter” mormorò Stella.

Il libro è un viaggio sofferto all’interno di un’anima tormentata: il lettore viene tuffato a capofitto nei meandri più oscuri di una mente che ha il coraggio di abbandonare la bellezza agognata di una tranquillità illusoria… Se ogni nostro atteggiamento sembra essere meccanico e assolutamente normale, pensiamo per un attimo a quali meccanismi inconsci vi sono alla base, ma anche facendolo non arriveremo mai a comprendere quella sfera che ci appartiene, che è forse la nostra essenza più importante.

La forza di questo romanzo è nella narrazione . E’ come se ogni parola usata da McGrath fosse una calamita che attrae il lettore tra le pagine per impedirgli di staccarsi, anche solo per respirare. Durante tutto il romanzo sembra quasi di attraversare un girone dantesco: aria di inquietudine, di dramma, di esasperazione, di battaglie mentali destinate a infrangersi sul muro della ragione; è un viaggio senza ritorno sin dalla prima pagina.

L’autore, Patrick McGrath, ha trascorso gran parte della sua infanzia nel manicomio criminale di Broadmoor, dove il padre esercitava la professione di psichiatra ed è diventato un osservatore straordinariamente acuto di pazienti psichiatrici e di coloro che se ne occupano ed usa il suo talento letterario per raccontare storie cupe e avvincenti.

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