M. Agus  – L. Castellina, Guardati dalla mia fame

Un “caso” da ricordare 

di Antonio Stanca

 Una scrittrice di sessant’anni, Milena Agus, che a Cagliari svolge il lavoro di docente e da tempo è nota per i suoi romanzi, ed una giornalista-scrittrice di ottantasei anni, Luciana Castellina, che vive a Roma e che si è fatta conoscere sia per la sua produzione giornalistica e letteraria sia per la sua attività politica, hanno scritto per le edizioni di Nottetempo (Roma 2014, pp.204, € 15,00) il libro Guardati dalla mia fame nel quale ognuna porta il suo contributo per la ricostruzione di una grave vicenda verificatasi nella Puglia del secondo dopoguerra. Qui ad Andria, comune della provincia di Bari, la sera del 7 Marzo 1946 furono uccise le due sorelle Porro, Luisa e Carolina, da una folla che si era radunata in Piazza Municipio per ascoltare il comizio di un politico di sinistra e che in seguito a degli spari provenienti dal palazzo delle Porro, che in piazza si trova, si era allarmata fino ad inferocirsi, assalire, invadere il palazzo e commettere il grave gesto. Le altre due sorelle, Vincenza e Stefania, erano riuscite a salvarsi.

   Tranne Stefania le Porro erano rimaste nubili, erano giunte in età matura, abitavano nel grande palazzo di famiglia e vivevano delle entrate della ricca proprietà soprattutto terriera provenuta loro per eredità. Erano conosciute per la vita molto semplice, molto riservata che conducevano, per i costumi molto severi che osservavano, per la loro generosità verso i tanti poveri che allora c’erano, per i loro rapporti con la chiesa, per tutte quelle qualità che avevano sempre distinto la loro antica e nobile famiglia. Per questo risultavano inspiegabili sia l’episodio degli spari che quella sera erano partiti dal palazzo diretti verso la folla sia quello della ferocia nei riguardi di persone che nessuno avrebbe potuto mai accusare della pur minima colpa. Neanche il processo che seguirà dopo alcuni anni riuscirà a fare piena luce sull’accaduto.

   Sono stati questi misteri durati fino ad oggi a muovere le due scrittrici a trarne un’opera impegnata in modo diverso. Per la Agus la vicenda diventa motivo per una rivisitazione di tempi, luoghi, ambienti, costumi lontani. Abile, attenta si mostra, come nei suoi romanzi, a cogliere i particolari delle varie situazioni presentate, l’intimità dei personaggi che le vivono. In questo caso fa emergere come sia stato possibile che le tre sorelle nubili delle Porro abbiano accettato una vita fatta soltanto della loro casa, del loro cucito, del loro ricamo, ridotta a pochissimi contatti esterni, come si siano sentite appagate di una situazione simile e convinte che niente mancasse loro. Riesce la Agus a far trapelare tanto, a ripercorrere intere vite, a ricostruire un’intera epoca tramite le parole, i gesti, le azioni di queste donne. Neanche lei, però, sa spiegare la crudeltà usata la sera del 7 Marzo 1946 contro Luisa e Carolina Porro e pure in quella circostanza mostra le sorelle assenti, lontane dal tumulto che si è scatenato intorno a loro, incapaci di capire e come sempre indifese pur di fronte ad una così grave ingiustizia.

   Alla Castellina del libro spetta la seconda parte, quella che si sofferma ampiamente e minutamente a ricostruire la storia della Puglia del secondo dopoguerra. Una storia fatta di scontri armati tra forze dell’ordine e lavoratori della terra, di violenze perpetrate dai tanti poveri, affamati che allora c’erano contro i ricchi proprietari. Una storia da guerra civile completamente diversa da quella che si stava verificando nel Nord d’Italia. In Puglia la fine della seconda guerra mondiale, la caduta del fascismo, la diffusione di idee politiche ispirate al Partito Comunista, fecero emergere quegli antichi rancori che la infinita moltitudine di braccianti, di poveri aveva sempre nutrito verso la classe dei ricchi, dei proprietari terrieri, dei padroni e l’aveva mossa a ribellarsi, ad armarsi contro di loro ed i loro uomini. Se a questi scontri si aggiungono gli altri che si stavano verificando tra tedeschi in ritirata e alleati da poco sbarcati, tra reduci, monarchici infervorati dalla presenza del re a Brindisi, nuovi arruolati, espatriati di diverse nazioni, si capisce quanto fosse diventato difficile distinguere di che tipo fossero o tra chi avvenissero gli scontri. Poco note in gran parte sono queste vicende della Puglia del dopoguerra e merito della Castellina è aver saputo chiarirle, ordinarle nonostante l’intrico, la confusione che le caratterizzarono. Anche l’episodio delle sorelle Porro la scrittrice inserisce in un contesto così violento e confuso e ne azzarda una spiegazione collegandolo con crimini dello stesso genere che allora furono compiuti da parte dei poveri rivoltatisi contro i ricchi. Ma sospeso rimane il suo giudizio poiché deve constatare che, a differenza degli altri ricchi, le Porro non avevano mai abusato dei loro dipendenti, non avevano mai commesso soprusi nel loro riguardi, non li avevano mai fatti soffrire anzi vicine, generose si erano mostrate verso di loro ed altri poveri, pronte ad aiutarli, a sollevarli dai loro problemi e questo ad Andria era risaputo e lo sapeva anche quella folla che quella sera le aveva uccise.

   Più vicina alla verità sembra giungere la Castellina quando dice che in una Puglia devastata dalle conseguenze della seconda guerra mondiale, percorsa da tanta gente, da tante notizie, da tante idee, da tante voci era facile che presso la popolazione di un comune fossero sorti dei sospetti circa quanto avveniva in una casa grande, in un palazzo come quello delle Porro ad Andria, che si fosse cominciato a pensare che si nascondessero delle persone in fuga o fossero depositate delle armi. Alla ricerca di quello che poteva essere nascosto si erano mostrati, infatti, gli assalitori di quella sera, di quello che non si vedeva, che non c’era. L’intera casa avevano percorso mettendola a soqquadro e poi avevano ucciso. Un’esplosione feroce, malvagia di vecchi rancori e di nuovi sospetti può, quindi, essere considerato l’evento. Ma di là da quanto effettivamente può averlo causato rimane la sua gravità. E’ questa che non trova spiegazione poiché è stata usata verso persone buone, deboli, indifese, è questo che ne fa un “caso” da ricordare e questo risultato si sono proposte di ottenere le due scrittrici.

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