H. Tuzzi, Il principe dei gigli

In Italia il primo libro…

di Antonio Stanca

tuzziIl sessantatreenne scrittore e saggista milanese Adriano Bon usa lo pseudonimo Hans Tuzzi per firmare i suoi romanzi. E’ il nome di un personaggio del noto romanzo L’uomo senza qualità dello scrittore austriaco Robert Musil (1880-1942). Tuzzi è conosciuto soprattutto per la sua produzione di romanzi gialli che ha cominciato nel 2002 con Il Maestro della Testa sfondata ed ha continuato fino ad oggi. Ha scritto pure romanzi di altro genere e molti saggi di critica letteraria, di storia del libro e del suo mercato antiquario, è master in editoria cartacea presso l’Università di Bologna.

Il “giallo” è, però, il genere letterario che più ha permesso a Tuzzi di esprimere le sue qualità, di raggiungere il successo e continuamente ristampati sono i suoi romanzi gialli. La ristampa più recente è avvenuta a Giugno di quest’anno e ha riguardato Il principe dei gigli, romanzo che risale al 2005 e che in quell’anno comparve insieme ad altri due nella raccolta Tre delitti, un’estate. Stavolta la vicenda non è ambientata a Milano, come generalmente succede nei “gialli” di Tuzzi, ma a Spelta, una cittadina dell’Italia centrale compresa tra Spoleto e Viterbo, tra i villaggi, le campagne, le colline, i boschi, le acque che distinguono questa parte della penisola e che ne fanno un posto altamente suggestivo e capace di attirare tanti turisti. Molto concede Tuzzi, durante la narrazione, alla descrizione dell’ambiente, del paesaggio e molto spesso si sofferma a scoprirvi i segni del passato, a citare autori, opere della tradizione letteraria non solo italiana che da esso hanno tratto ispirazione. Colto risulta questo romanzo e non solo per quanto l’autore mostra di sapere circa la letteratura dei tempi passati ma anche perché fa dei propri interessi specifici, quelli della bibliofilia, il motivo centrale dell’opera. Di un convegno internazionale di bibliofili scrive Tuzzi nel romanzo. Si tiene presso l’Università di Spelta e vi sono convenuti studiosi noti in ambito nazionale e straniero, docenti universitari oltre che autorità del posto e rappresentanti di rinomate istituzioni culturali o collaboratori di prestigiose riviste. Di storia del libro si dovrà parlare, di edizioni antiche, rare, della carta usata per queste, della loro rilegatura, di tutto ciò che Tuzzi conosce molto bene poiché fa parte della sua attività. Tramite i suoi personaggi vuole egli dire dei suoi studi e molto interessante riesce perché dai discorsi dei convenuti tante sono le rivelazioni, le scoperte che al lettore giungono circa un argomento che, nonostante il suo fascino, non ha mai avuto una larga divulgazione e rimasto è sempre nell’ambito degli addetti ai lavori.

Non molto, però, di un tema così particolare si giungerà a sapere perché interrotte, frammentate saranno le relazioni da due gravi avvenimenti, l’omicidio di un giovane studente, Beniamino, avvenuto in una stanza vicina a quella del convegno e mentre questo era in corso e dopo qualche giorno l’altro di Ricciarelli, un anziano signore conosciuto a Spelta perché spacciava droga presso gli studenti e presso i militari della vicina caserma. Ricciarelli viene trovato morto nei pressi dell’Università, è stato pugnalato mentre Beniamino è stato strangolato.

L’ispettore Melis, che è il commissario al quale in ogni “giallo” del Tuzzi vengono affidate le indagini, era venuto al convegno per accompagnare la moglie Fiorenza che faceva parte del gruppo editoriale interessato alle pubblicazioni di quella Università. Anche di questo caso viene, quindi, incaricato Melis che entra subito in azione, chiama i suoi aiuti ma per molto tempo la vicenda rimane inspiegabile, misteriosa. Non si capisce quale collegamento possa esserci tra la vita, la figura di uno studente così eccellente come Beniamino e quelle di uno spacciatore di droga, non si capisce se è stata la stessa persona ad uccidere entrambi o due persone diverse e per quali motivi. Le indagini procedono senza sosta ed anche i lavori del convegno procedono anche se con interruzioni e indignati si mostrano gli studiosi per il danno che avvenimenti come due omicidi possono arrecare alla loro manifestazione e all’Università di Spelta in un momento che la vedeva all’avanguardia rispetto ad altre università e preparata a migliorare sempre più la propria posizione. Vorrebbero non parlare dell’accaduto ma sono costretti a farlo visto che devono accettare di essere indagati.

Molte diventeranno le supposizioni, molti i sospetti, i dubbi nella mente di Melis, molte strade gli si presenteranno ma nessuna gli sembra possa condurre ad una spiegazione, possa far intravedere l’autore o gli autori dei delitti, far individuare i motivi. Si è venuto a sapere soltanto che Beniamino era fidanzato con Malina, una ragazza figlia di un ricco industriale del posto, che da questi il giovane non era ben tollerato date le sue umili origini e condizioni, che entrambi, Beniamino e Malina, conoscevano il Ricciarelli per il piccolo consumo di droga che praticavano. E si era pure saputo che Beniamino da qualche tempo diceva ai suoi familiari che le loro condizioni economiche sarebbero presto migliorate, che sarebbero diventati ricchi. Ma ancora non si era capito come questo sarebbe avvenuto e in questo c’era la soluzione dei tanti misteri che si erano addensati sul caso.

Beniamino si stava laureando col professore Belange e molte ricerche aveva compiuto per la sua tesi che riguardava il restauro delle carte usate nel 1465 a Subiaco, dove, primi in Italia, cominciarono a lavorare due stampatori tedeschi, Sweynheym e Pannartz. Era successo, così, che nel corso delle sue ricerche il giovane avesse casualmente scoperto le parti principali del leggendario Donato sublacense, la grammatica latina stampata a Subiaco proprio dai due stampatori tedeschi prima di ogni altro loro libro e, quindi, prima di ogni altro libro in Italia. La scoperta era clamorosa visto che si trattava del primo libro stampato in Italia, un libro del quale per cinquecento anni si era stati alla ricerca senza aver mai scoperto alcuna traccia. Beniamino lo aveva detto al professore Belange e questi, elettrizzato, aveva subito pensato alla preparazione di un convegno di studi per annunciare al mondo la scoperta di un’opera di inestimabile valore scientifico, aveva promesso allo studente che si sarebbe incaricato della pubblicazione del Donato e che di questa gli avrebbe fatto firmare la parte relativa al restauro delle pagine del libro da lui compiuto. Ma all’improvviso Beniamino aveva cambiato idea, molto probabilmente perché consigliato dal Ricciarelli, col quale era in contatto. Aveva pensato di vendere il Donato ad un grande libraio antiquario che lo avrebbe pagato moltissimo. Questa la ricchezza della quale parlava ai suoi familiari. Aveva, quindi, nascosto il libro perché Belange non vi potesse intervenire. Questi lo aveva pregato, supplicato affinché cambiasse idea ma il giovane non ne aveva voluto sapere. Di fronte a tale comportamento e allo scherno che si era permesso di usare nei suoi riguardi Belange non si era più controllato e lo aveva ucciso. Poi avrebbe ucciso anche Ricciarelli che, dopo il fatto, lo aveva minacciato.

In seguito il Donato sarà trovato nella stanza di Beniamino, tra le sue carte. Il suo valore era stato salvato anche se la sua difesa era costata il carcere al professore Belange. Contro questa grave situazione di crisi morale, spirituale che ormai dilaga ai giorni nostri si sofferma a dire il Tuzzi nelle pagine conclusive dell’opera, contro gli interessi economici, contro la venalità che riguarda ogni aspetto della vita, che ha annullato i principi primi, i valori fondamentali dell’uomo, della sua storia. La sua critica dei moderni costumi percorre segretamente tutto il romanzo, assume i toni della satira, si fa ironia ed è rintracciabile in ogni suo libro. Attraverso le indagini del suo commissario lo scrittore fa emergere quanto si è perso di quello che costituiva il patrimonio dell’umanità. E’ un umanista Tuzzi che condanna i sistemi diffusi, che lancia i suoi strali contro tutto ciò che offende le regole costituite. I delitti da lui rappresentati nei romanzi gli offrono l’occasione per denunciare il guasto che ha invaso la vita moderna.

Non solo giallista ma anche e soprattutto scrittore è Hans Tuzzi e di quelli che non si sono ancora rassegnati a considerare la vita come un’esperienza soltanto negativa.

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