Z. Bauman – E. Mauro, Babel

La Crisi delle “esauste democrazie” occidentali secondo Bauman

di Luigi Manfrecola

 

babelRitengo estremamente interessante il contributo di riflessione sullo stato di salute delle democrazie occidentali recato al dibattito da parte del solito Bauman, che ha peraltro trovato un puntuale interlocutore in Ezio Mauro, sviluppando una suggestiva disamina della tematica in questione nel Testo “BABEL” – Ed. Laterza.

Voglio riferirne qui in rapida sintesi per sottolineare l’acutezza dell’analisi, pur non evitando di manifestare qualche mia perplessità (segnalata dai punti di domanda) , facendo posto a qualche osservazione finale.

 

 

Interconnessione , Predomino della Finanza e Crisi di governance degli Stati Territoriali

In premessa va osservato che Bauman concorda con Hobbes nel ritenere che ogni Governo dovrebbe disporre della forza necessaria a garantire la sicurezza dei cittadini : una sicurezza che va pagata con la corrispettiva perdita di una certa percentuale di libertà. Ebbene, oggi un tale sacrificio appare mal compensato.

In effetti i Governi non solo non sanno rispondere più alla loro funzione di tutela ma si fanno essi stessi origine e causa dell’ insicurezza globale e rappresentano perfino una minaccia per le rispettive comunità. Non possono e non vogliono arginare la Crisi che sta travolgendo tutta l’impalcatura dell’Occidente : materiale, istituzionale , intellettuale. La democrazia è “esausta” e non basta più a se stessa poiché è messa sotto attacco, con la sconfitta di quel pensiero lungo ed organizzato che l’aveva sorretta e che si va sciogliendo anch’esso nell’attuale “mondo liquido” .

La mutazione è partita nel territorio dell’economia finanziaria, per estendersi poi all’ambito dell’industria e quindi del lavoro, fino a divenire una dinamica sociale e politica. “IL DISORDINE ECONOMICO- FINANZIARIO ha potuto allargarsi a dismisura poiché ha trovato aperti i cancelli della democrazia (?) e si è insinuato comodamente nella debolezza del sistema democratico come ruggine” (E.M.). L’economia finanziaria si è insomma dimostrata una variabile indipendente dal potere politico . Di conseguenza, oggi siamo nell’era della “post-democrazia” originata dall’incontrollabilità di un mondo che vive di interconnessioni globali , tali da scavalcare le possibilità di controllo dei vecchi Stati territoriali nazionali. Quegli Stati “giardinieri” che avevano segnato il felice passaggio dai vecchi Stati monarchici pre-moderni (paragonati a dei “dentisti”, solo pronti ad estorcere risorse dal popolo) agli Stati moderni , capaci invece di raccogliere e di distribuire le risorse a beneficio delle comunità. Ebbene, questi Stati moderni sono ormai impotenti e si dimostrano cattivi conduttori della volontà generale alla quale non sanno più rispondere, anche e soprattutto perché alla lunga, nei sistemi democratici, finisce col prevalere la ferrea “legge dell’oligarchia”, generata dalla mancata partecipazione e dalla distanza che viene a porsi fra eletti ed elettori. In questa “fase di INTERREGNO”(?) e di decadenza che vede la Crisi della Governance, il popolo giustamente si contorce in forme di sterile ribellismo mentre aumenta la distanza fra gli elettori e i loro rappresentanti . Dominano perciò le forme di “neo-populismo” (?), segnate dalla relazione fideistica fra leader e masse, mentre il consenso è banalizzato in “audience” ed il comizio diviene uno show… L’interconnessione globale ha frantumato l’indipendenza dello Stato-Nazione che aveva garantito la libertà dei popoli e viviamo in un mondo che vede il tramonto della cittadinanza solidale, delle Comunità di Vicinato, dell’artigianato.

Vanno dunque indagate le cause storiche d’una tale trasformazione.

 

Il Vecchio Capitalismo

Tali cause, secondo Ezio Mauro, vanno ricondotte alla trasformazione subita dal primo capitalismo moderno che aveva generato benessere collettivo fino a quando era stato interpretato da una classe di artigiani trasformatisi nei primi imprenditori: un capitalismo che si alimentava della “cultura del dare” e non perdeva i legami con la comunità di appartenenza. Era l’epoca in cui le mamme ancora seguivano i figli in azienda e le famiglie si conservavano compatte nei ruoli di sostegno ed ausilio. Proprio la fabbrica e la famiglia rappresentavano, dunque, il tessuto d’una società solidale. Anche secondo Bauman la trasformazione indotta dalla “cultura aziendale del management ha ,però, presto soffocato la fiamma della cooperazione col fumo tossico della competizione”. Ha introdotto la “cultura del prendere” al posto della precedente propensione a dare ed a condividere . Oggi, nell’epoca del Capitalismo finanziario, la società è ridotta ad una “società di consumatori” individualisti. Non abbiamo nemmeno più una vita pubblica che viene sterilmente ridotta ad un gossip incentrato su frammenti di vita spiati dal buco della serratura. La Politica è anch’essa ridotta ad uno show e il cittadino è trasformato in un semplice spettatore.

Ebbene, secondo Ezio Mauro, in un tale scenario il MUTATO RAPPORTO FRA L’UOMO ED IL LAVORO costituirebbe, il tratto distintivo della crisi epocale vissuta dall’Occidente.

 

Il mutato rapporto uomo – lavoro

Riprendendo l’analisi di Rifkin, l’editorialista osserva perfino che già si potrebbero intravvedere le prime avvisaglie d’un mondo “senza lavoro” a causa della SOSTITUZIONE TECNOLOGICA nel settore manifatturiero, con la definitiva rottura del legame fra produttività e occupazione (?). Dunque, come affermato da alcuni ,”se il capitalismo globale vale a dissolvere il nucleo dei valori della società del lavoro, si rompe un’alleanza storica tra capitalismo, Stato sociale e democrazia” poiché, fino ad oggi, il “cittadino doveva guadagnare denaro principalmente per sostenere i suoi diritti politici di libertà”. Si perde, insomma, la storia novecentesca del lavoro come fabbrica di solidarietà e come luogo privilegiato della capacità di passare dagli interessi privati alle questioni pubbliche e viceversa.(?)

Dissentendo da tale impostazione, Bauman non attribuisce solo alle dinamiche della trasformazione produttiva tale situazione. Riprendendo il pensiero di Habermas osserva invece che sono state direttamente LE ISTITUZIONI DEMOCRATICHE a perdere interesse per la gestione di un lavoro che per secoli era stato concepito come un preciso diritto-dovere. In effetti, lo Stato capitalista era venuto molto presto meno a quella sua doverosa funzione di assicurare l’equilibrio e la regolarità nell’ acquisto/vendita fra capitale e lavoro; situazione che solo inizialmente aveva indotto il capitale a pagare un prezzo equo al lavoro , comprendendosi che questo valeva di per sé molto più del capitale impiegato, al punto da essere parzialmente ricompensato – ad integrazione – mediante diritti e prestazioni sociali costituenti il cosiddetto WELFARE. Il compito primario per lo Stato di garantire l’incontro regolare fra capitale e lavoro aveva insomma indotto a ridistribuire le risorse all’interno d’una società che era e restava una società di “produttori”. Mutatasi tale società in una diversa Società di “consumatori”, lo Stato ha poi acquisito l’abitudine a non interpellare più il cittadino, badando alla collettività, ma piuttosto ha fatto principale riferimento al consumatore individualista, lavandosi le mani delle sue responsabilità (?????), unicamente preoccupandosi di garantire l’incontro fra merci e clienti (pag.17).

 

Una Società di consumatori individualisti?

Alla prova dei fatti è stata così sconfessata la tesi di Parsons secondo cui la società vive mantenendo in un suo spontaneo equilibrio interno le varie funzioni . Viceversa, s’è reso evidente che ciascuna Società è un “processo” in dinamica trasformazione e non una struttura omeostatica. La trasformazione subita è visibile nel passaggio da una economia “timotica” ad un’economia “erotica”. La prima era dominata dal timore di non essere apprezzati dagli altri ed induceva ciascuno a rendersi visibile col donarsi e col “dare” agli altri (spinta etica). La seconda ed attuale (economia erotica) è mossa dal desiderio, dalla sensazione di mancanza, dal bisogno di prendere e di possedere. L’attuale società civile propende verso questa seconda dimensione verso la quale viene anche artatamente spinta con la creazione di sempre nuovi e falsi bisogni. Secondo Bauman «Oggi, l’individuo è prima di tutto un consumatore e poi un cittadino».

Fortunatamente però, non mancano studi recenti che dimostrano crescere nel corpo sociale uno spirito comunitario forte, la voglia di dare e di darsi (come appare, ad esempio, dal diffondersi del volontariato- n.d.r.) e si può dire ,con Brower, che «sotto un sottile strato di consumismo giace un Oceano di generosità». Il problema è che un tale atteggiamento non trova un suo prolungamento nella Politica. Su queste premesse Bauman conclude queste prime sue riflessioni riportando un quesito d’un certo Coetzee che si chiede «perché mai la vita debba essere paragonata ad una corsa e perché mai le economie nazionali debbano competere una contro l’altra piuttosto che dedicarsi, insieme, ad una salutare ed amichevole corsetta…»

 

Interrogativi e perplessità

Conclusivamente riprendendo alcune delle idee espresse, non mancano tuttavia delle perplessità.

  • Che senso ha parlare di “Interregno”, quasi a voler prefigurare uno sviluppo futuro della disastrosa situazione sociale, quando è questione, viceversa, di saper recuperare l’antico primato della Politica su un’Economia snaturata, distorta e oltraggiosa.

  • Come è possibile definire “neo-populismo” il richiamo legittimo e doveroso rivolto agli attuali Governi servili affinché perseguano il reale benessere dei cittadini?

  • Chi è stato ad aprire i cancelli della democrazia allo strapotere finanziario, se non qualche idiota incapace di interpretare e di volere il bene collettivo, magari innamoratosi dei salotti buoni e del proprio personale e privatissimo benessere?

  • Il lavoro si traduce, sempre e comunque in un “servizio”, qualunque ne sia la natura, prestato per la comunità di appartenenza. Pertanto l’automazione tecnologica non può che riguardare solo alcune prestazioni, lasciando campo libero alle mille altre forme d’impegno che è possibile spendere per il benessere comune. L’idea espressa nel libro intende, viceversa, il lavoro in un’accezione produttiva limitatamente materiale e costruttiva, com’è tipico della cultura mercificata che sta imperando. Si può invece rendere un servizio alla comunità in mille modi diversi : a livello artistico, culturale, sanitario, di accudienza, di custodia, di tutela …in mille forme differenti, dirottando in quei campi d’impegno le risorse eccedenti che siano state liberate dallo sforzo meccanico o routinario.

In tal senso occupazione e produttività possono comunque e sempre coesistere.

  • Non s’intende, e spiace per Bauman, come possa uno Stato limitarsi a blandire il semplice individuo consumatore . Forse qui il sociologo ha confuso, magari per il caldo eccessivo, l’Azienda e il Mercato per quello che lo Stato è e deve essere, anche e soprattutto in democrazia. Né vale la tesi della distanza fra eletti ed elettori. Un’Oligarchia, comunque costituitasi, non può essere identificata con le Istituzioni democratiche.

  • Malgrado il riferimento a Platone, convince poco anche la distinzione artificiosa fra economia erotica e timotica, fermo restando che ci trova perfettamente d’accordo l’analisi di Bauman sull’ attuale Società di passivi consumatori, plagiati , eterodiretti , smarriti nella precarietà d’un mondo instabile, liquido ed informe.

E si tratta di un mondo liquido, dalle acque agitate solo dai capricci di pochi stolti, di imbecilli avidi che amano solcare questi mari a bordo di yacht osceni, senza mai essersi bagnati nemmeno una volta e senza nemmeno considerare che anche loro varcheranno, alla fine, le Colonne d’Ercole con l’ultimo salto nel vuoto!!!

Un commento su “Z. Bauman – E. Mauro, Babel”