Il caldo estivo, la buona scuola e la non logica del dissenso

Il caldo estivo, la buona scuola e la non logica del dissenso

di Alessandro Basso

 

I lunghi pomeriggi estivi e il caldo che si sta facendo sentire devono avere avuto giocato la loro parte nella narrazione di questo di questo periodo di intensa attività per l’apparato scolastico periferico, quando si stanno susseguendo le operazioni per la prima fase delle nomine volute da La Buona Scuola.

Se risultavano poco comprensibili alcuni passaggi nella fase di gestazione del provvedimento di legge, risulta ancora più strano comprendere quanto stia accadendo nel mondo del precariato in questo periodo per loro più che mai storico.

La stravaganza dell’opposizione riguardo questo provvedimento, da una lettura politica, aveva destato la mia curiosità, espressa in precedenti articoli, soprattutto per la nascita di un’opposizione al provvedimento interna alle fila della sinistra e del mondo sindacale.

Avevo , però, ingenuamente pensato che nel momento in cui la legge fosse entrata in vigore, perlomeno sul piano delle assunzioni, si sarebbe raggiunta una tregua dettata dall’entità numerica del numero di insegnanti assunti a tempo indeterminato.

Condivido l’assunto del collega Stefano Stefanel sul senso dello Stato. Cito anche il dovere di obbedienza che il pubblico dipendente deve esercitare nei confronti della propria amministrazione.

Come si può entrare a far parte di un’amministrazione di cui non si condivide nulla? Come si può entrare a far parte di un apparato lavorativo senza condividerne il pensiero? Dall’altro lato viene da chiedersi, come si può assumere tutto questo personale in partenza contrario alla applicazione delle leggi e di una legge così importante di cambiamento nel settore dell’istruzione?

Si tratta di personale che un tempo poi non così lontano avrebbe dovuto prestare giuramento. Potrebbero giurare questi insegnanti che stanno arricchendo la cronaca estiva della loro acrimonia contro una Legge dello Stato?

Sorge una riflessione a cascata su un principio contenuto in quello che dalla vulgata è definito il Codice della P.A., il D.lgs. 165/2001, laddove si dice che nelle amministrazioni pubbliche si applicano le leggi del mondo del lavoro privato (cd privatizzazione del lavoro pubblico).

È proprio così o questa privatizzazione è solo uno strumento gestionale?

Quale azienda privata si può permettere, oggigiorno, di assumere 100.000 persone? Se lo facesse la FIAT, il mondo intero lo segnalerebbe. Così come sarebbe da segnalare al mondo intero che la carica dei centomila (non tutti, ovviamente) non sono nemmeno contenti di entrare nella scuola a tempo indeterminato.

Non si dica che non è una contraddizione, al netto di tutta la comprensione e il rispetto per le persone che dovranno decidere le sorti della propria famiglia, in poco tempo.

Un tempo poi non così lontano, si diceva che il rapporto di lavoro era sacro, in un momento in cui la disoccupazione regna sovrana avere un rapporto di lavoro a tempo indeterminato dovrebbe essere un traguardo.

Altra considerazione, l’improvvida continuità del dibattito ideologico che serpeggia tra le fila dell’istruzione: un’ideologia pansindacale che si sofferma sempre e comunque dalla parte del lavoratore, non sempre facendo del bene ai lavoratori.

A volte si dice che la terza camera del paese è il programma televisivo Porta a Porta; sembra invece che la terza camera del nostro paese siano diventate le aule di tribunale perché quello che non si raggiunge attraverso la dialettica politica o sindacale, lo si cerca attraverso il giudice del lavoro o attraverso il Tribunale amministrativo, l’infausto destino dei concorsi pubblici ne è esempio tristemente evocativo.

Stiamo per iniziare un anno scolastico con nuove leve che anziché pensare con entusiasmo a progettazioni per l’apprendimento dei nostri alunni, si stanno scervellando su come fare ricorso conto La Buona Scuola, chi per entrare dalla finestra, chi per entrare dalla porta, chi per ottenere un posto in questa o quella provincia, chi per far prevalere una graduatoria su un’altra.

Non eravamo tutti d’accordo che qualcosa si doveva fare per eliminare lo scempio delle graduatorie?

A mio modesto avviso, qualsiasi cosa si faccia per eliminare il meccanismo della chiamata per graduatoria, che non garantisce la continuità didattica e nemmeno l’assunzione di responsabilità da parte dei dirigenti è un tentativo valido e va tentato . Tutti dovremmo averne coscienza, soprattutto la società civile, che avrà forte beneficio da questo cambiamento, se sarà applicato senza sbavature della seconda ora.

Questa levata di scudi che i precari stanno facendo sta assumendo tinte fosche, così come i tentativi di alzare il tiro continuamente: se si assume la prima fascia, vuol essere assunta la seconda fascia; se si assume la seconda fascia, vuol essere assunta la terza fascia e via dicendo…Ora sbucano dal cilindro persino i diplomati dell’istituto magistrale i quali pretendono, ovviamente su buona base giuridica conclamata da giudici, di poter essere assunti in quanto il loro è un titolo di per sé abilitante.

Con tutto il rispetto per il vecchio istituto magistrale che io stesso ho frequentato, come è possibile garantire standard di qualità in una pubblica amministrazione, nel settore dell’insegnamento, assumendo personale che non ha nemmeno la laurea? La Costituzione ha previsto che nella pubblica amministrazione si entri per concorso, perché ora un giudice deve decidere che queste persone possono entrare non solo senza laurea ma senza nemmeno aver fatto un concorso? E tutti i diplomati magistrali dei 30 anni precedenti che, pur avendo questo diploma, hanno fatto un concorso per essere assunti ,che cosa dovrebbero dire?

Chiedo scusa fin d’ora per guardare la questione solamente dal punto di vista del dirigente e dal punto di vista dell’utenza, sempre con la dovuta comprensione nei confronti di tutte queste persone che per anni hanno fatto supplenze e si sono sacrificate per il mondo della scuola.

In conclusione è sempre il buon senso che deve avere la meglio, ma anche la necessità ben visibile che siamo tutti chiamati ad uno scatto di reni verso l’innovazione e verso il cambiamento, altrimenti rischiamo che quelle piccole gocce di miglioramento che si stanno verificando nel Paese non trovino terreno fertile per crescere verdeggianti.

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