La lotta, le assunzioni e quell’occasione mancata…

La lotta, le assunzioni e quell’occasione mancata…

di Raffaele De Leo

 

“On the labour side, all power is collective power”. Torna sempre utile ricordare l’affermazione del grande giuslavorista tedesco Otto Kahn-Freund tutte le volte che si discute sulle modalità più efficaci per difendere i diritti dei lavoratori di fronte ai sempre più frequenti attacchi che essi subiscono in questo momento storico. Parafrasando l’enunciato in modo grossolano, si può dire che il potere dei lavoratori può farsi valere solo mediante un’azione collettiva, la cui forza si basa anzitutto sul numero.

Si capisce bene come sia estremamente difficile, oggi, applicare questa asserzione ai docenti, intesi come lavoratori della scuola, oggetto di un’inedita offensiva riguardo ai loro diritti, sia che si tratti di titolari di cattedre, sia che si tratti di precari. La categoria, infatti, è da tempo caratterizzata da una crescente frammentazione e dalla progressiva perdita di spirito di coesione. Purtuttavia, gli ultimi provvedimenti di legge sembravano aver suscitato un non trascurabile sussulto di dignità, manifestatosi anche attraverso massicce adesioni alle varie iniziative di protesta. È vero che ciò non è bastato a fermare l’approvazione del DDL Buona Scuola, ma in ogni caso l’imponenza della mobilitazione ha costretto il Governo a ricorrere al voto di fiducia in Senato, rendendo molto più evidenti le responsabilità politiche dei partiti di governo e delle loro varie componenti interne, che prima o poi pagheranno il conto negli appuntamenti elettorali.

Persa la partita dell’approvazione del DDL, però, non tutto era perduto. Condivisa, da più parti, la necessità di proseguire la lotta, dal punto di vista dei docenti (“On the labour side”, appunto) la fase nazionale del piano di assunzioni, proprio per la sua natura improponibile ed irricevibile, poteva rappresentare un fronte debole su cui ‘attaccare’ l’avversario e riaprire la partita. Far fallire l’operazione mediante un massiccio boicottaggio (fatti salvi i casi di coloro per i quali si trattava oggettivamente dell’ultima occasione per entrare in ruolo) poteva voler dire giocarsi forse l’ultima occasione per mettere in discussione tutto l’impianto della Buona scuola. Rifiutando in massa (ma veramente in massa, perché “all power is collective power”) questo modello assunzionale, si sarebbe salvaguardata la futura sopravvivenza delle GaE come canale di immissione nei ruoli provinciali (o almeno regionali) e non si sarebbe creato un pericoloso precedente nel metodo di assunzione (a questo punto, chi impedisce ai signori del Ministero di ripetere l’esperimento della fase nazionale anche nelle tornate successive?).

Non potevano, però, essere i singoli docenti precari a giocarsi questa partita: messi di fronte, individualmente, ad una drammatica scelta di vita, prima che professionale, in uno spettrale contesto di mancanza di informazioni e riferimenti, intimidazioni, indicazioni contraddittorie e incertezze su tutti i fronti, essi sono stati costretti a ragionare sul futuro proprio e delle proprie famiglie, digerendo in nome di questa preoccupazione l’ennesimo affronto alla loro dignità di professionisti. Gli unici soggetti che avevano, in qualche modo, titolo e strumenti per organizzare il fronte dei precari con un buon grado di coesione erano i sindacati, che in questi torridi mesi estivi sono stati presi d’assalto (come forse non accadeva da tempo) dai docenti precari per avere indicazioni di ogni sorta. Dovendo scegliere tra l’atteggiamento prudente, ma rassegnato, del padre di famiglia (“Figliolo, ascolta chi ne ha viste più di te, fai domanda! Non si sa mai in futuro cosa accadrà!”) e quello combattivo di chi non rinuncia ad esercitare il proprio ruolo di rappresentanza dei diritti collettivi (“Collega, se siamo veramente in tanti a non fare domanda, questo incubo non si ripeterà più!”), la maggior parte dei sindacati ha optato per il primo, facendo prevalere la condiscendenza alla rappresentanza. Il risultato è che un numero crescente di precari, a prescindere dalle scelte effettuate, ha percepito questo atteggiamento come ambiguo e tremebondo, se non talvolta astutamente fiancheggiatore, al netto di tutte le oggettive difficoltà connesse alla carenza di informazioni precise su alcuni aspetti nevralgici delle operazioni di assunzione.

I numeri delle domande presentate per la fase nazionale andranno pure rivisti in modo corretto, rapportando il totale delle domande alla consistenza effettiva degli aventi diritto (non esiste ancora, al momento, una valutazione precisa e attendibile di questo dato), tuttavia per ora permettono al Governo di cantare vittoria, ma soprattutto preoccupano perché si ha la diffusa sensazione che si sia giunti a un punto di non ritorno: in nome del “meglio che niente” si potrà accettare di tutto, in un processo di continuo abbassamento della soglia di tolleranza alla sottrazione di diritti; una spirale mortifera che travolgerà tutti, precari e non.

Nessuno può sapere se si è ancora in tempo per invertire questa tendenza, ma l’auspicio per l’immediato futuro è che i lavoratori della scuola, ma soprattutto quei soggetti che in nome di essi pretendono di continuare a svolgere un ruolo di rappresentanza, riprendano in mano la lezione di Kahn-Freund e, con essa, la capacità di incidere sul proprio destino.

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