L’ECO dell’ECO

L’ECO dell’ECO
Umberto Eco e “l’invasione degli imbecilli”

di Luigi Manfrecola

  Il recentissimo dibattito accesosi sulle affermazioni di Umberto Eco , nel corso della “lectio magistralis” tenuta all’Università di Torino nel mese di giugno, ha dato il via ad una ridda di commenti, il più delle volte critici, per aver egli affermato che Internet sta offrendo facoltà di parola pure alle masse di imbecilli che affollano i social (FB in primis) per narcisismo, esibizionismo ottuso, voglia di dietrologia e di complottismo senza averne alcuna capacità, né aver conseguito alcuna licenza o diritto di interloquire. In altri termini fruendo ” dello stesso diritto di parola di un Premio Nobel” e dando spazio ad una vera e propria “invasione degli imbecilli”. Si tratta, invece, di una considerazione più che legittima se se ne coglie l’autentica intenzione di denunzia che non corrisponde ad una secca ed immotivata condanna .

Una voce autorevole e colta si è, quindi, giustamente levata in difesa e ad interpretazione corretta del senso autentico da attribuirsi alle affermazioni di Eco, sviluppando un’analisi lucida e documentata che raccomando in lettura a tutti i miei amici e seguaci.

Mi riferisco al robusto contributo offerto da Vincenzo Romania , Professore associato di Sociologia che appunto insegna “Sociologia della Comunicazione” presso l’Università degli Studi di Padova. L’articolo è rintracciabile su MicroMega col titolo ” L’eco dell’imbecillità: analisi, diagnosi, terapia”. Mentre ne consiglio la diretta lettura a chi fosse interessato alla tematica, non riesco ad astenermi dall’esprimere una mia opinione al riguardo.

Comincio dunque col suggerire una possibile via d’integrazione del dibattito attingendo a due testi ulteriori, uno ampiamente datato ed un altro, viceversa, assai recente. Mi riferisco alla classica analisi di Postman dei lontani anni ’80 (“La scomparsa dell’infanzia”) alla quale affiancare la lettura del recentissimo libricino di Morin “Insegnare a vivere”.

 

Il “bambino-adulto” di POSTMAN e l “identità collettiva” focalizzata da ROMANIA

Partendo da Postman, dobbiamo dunque segnalare una certa sintonia con le osservazioni del Prof. Romania, almeno nella parte in cui quest’ultimo acutamente osserva che , pur di apparire in sintonia coi tempi, gli utenti dei social finiscono col condividere una “narrazione collettiva dell’identità” che è l’esatto rovescio dell’ingenua intenzione di volersi distinguere per una propria riconoscibile personalità . Riportiamo integralmente la denunzia di Romania che parla dell’appiattimento in una dimensione « …collettiva dell’identità, che è: imperialistica, individualista, giovanilistica, consumistica, sostanzialmente decalcata sul cosmopolitismo di mercato all’americana…».

Ed è un problema serio perché “l’autostima di ciascuno”, che pure è l’obiettivo drammaticamente conseguito da ognuno, viene ad essere falsamente costruita sul consenso sociale e sul sentimento dell’appartenenza: cioè sull’esatto contrario di ciò cui si aspirerebbe, con una specie di inconsapevole autoinganno.

Personalmente ebbi già modo di esprimermi in materia quando, in un rapido post, sostenni che FB funziona da “moltiplicatore dei consensi” poiché dà vita prevalentemente a “gruppi amicali” fondati su comuni interessi o su condivisi “credi politico- ideologici”. Si viene così a creare una “sala degli specchi” che non stimola al dialogo ma induce a rafforzare le appartenenze settarie in maniera acritica. Se un dibattito s’accende, esso interviene solo in forma oppositiva fra gruppi, ritenendo, ciascun individuo, di non poter abdicare alla propria appartenenza a pena della perdita dell’autostima.

Bene scrive ROMANIA, dunque, quando osserva: « Cosa resta sotto la maschera? Preoccupati dalla difesa di un sé più vulnerabile che virtuale, gli utenti finiscono per intraprendere scambi comunicativi orientati non a una crescita collettiva della conoscenza e della consapevolezza, quanto a un guadagno soggettivo in termini di autostima e di consenso. Non si tratta quindi di partecipazione, ma di auto-affermazione. Più che a un dialogo platonico si assiste a un confronto fra narcisi»

Tornando, a questo punto, alla lettura di POSTMAN nell’opera citata, non possiamo non registrare quanto l’Autore scriveva a proposito della identità collettiva che i media finiscono col determinare ed alimentare. Sì, perché la “Scomparsa dell’infanzia” cui Postman accennava ha un doppio profilo: in primo luogo è la scomparsa di un luogo protetto e dedicato a personalità in sviluppo, per la sopraggiunta e precoce esposizione a stimoli caotici e destinati ad un pubblico indifferenziato; in secondo luogo è occasione di infantilizzazione delle masse alle quali viene indirizzato un messaggio consumistico accessibile, elementare, faticamente rivolto alla pancia, all’emotività, alla “percezione” perché l’immagine è sempre troppo rapida per essere vagliata attentamente dal pensiero.

Con l’avvento dei mass media (particolarmente Postman si riferiva alla TV, ma anche i social fanno uso di un medesimo linguaggio che vuole essere pragmatico,veloce,immaginifico…) tende cioè ad estinguersi o ad atrofizzarsi la cultura fondata sulla scrittura, sul saper leggere e scrivere, sull’esercizio dell’autocontrollo e sulla capacità di pensare in modo concettuale e consequenziale. Le età della vita sarebbero così ridotte a tre: tra la prima infanzia e la senilità, vi sarebbe la condizione che Postman definisce di «“bambino-adulto”: un individuo ormai formato, le cui capacità intellettive ed emotive sono NON pienamente realizzate, e, in particolare, non molto differenti da quelle che comunemente si attribuiscono ai bambini. […] il bambino-adulto sta tornando a costituire una condizione normale della nostra cultura». Il che vuole dire, nella sociologia-critica di Postman, un adulto privato della capacità di pensiero e di analisi, irretito dalla cultura di massa e incapace di aspirare ai valori autentici .

In effetti, anche io personalmente non riesco più a seguire alcun programma della TV commerciale senza provare un’irritazione sorda, più che per i contenuti dei messaggi, soprattutto per la forma nella quale vengono veicolati. Alla loro base c’è il chiaro convincimento di doversi rivolgere a dei deficienti e non mancano le volte in cui mi chiedo se non abbiano ragione…

Non possiamo dunque non convenire con ROMANIA al quale ridiamo qui efficacemente la parola « Esiste in piattaforme come Facebook una tendenza implicita a ridurre il dialogo fra utenti a un confronto fra imbecilli o quanto meno fra inconsapevoli. Partirò da una considerazione più generale. La complessità del vivere sociale, già in epoca moderna, porta a un atteggiamento sempre meno riflessivo e sempre più pratico rispetto agli oggetti e ai fenomeni esterni, orientato cioè a ridurre la complessità cognitiva degli stimoli esterni in un sapere pratico, applicato per ricette di senso comune. La perdita di capacità critica del cittadino dipende quindi, in età moderna, sia dall’aumento degli stimoli esterni, sia da uno stile cognitivo influenzato dal mondo del lavoro, orientato alla produttività, che si oppone all’ozio speculativo e alla comprensione approfondita. Sempre più la nostra comprensione del mondo si limita a una connotazione di superficie orientata ai nostri fini pratici e modellata “sull’etica del fare: efficace, veloce, diretta”.»

 

CHOMSKY e il controllo sociale attraverso la “strategia della distrazione”

Ma, ritornando a Postman, dobbiamo sottolineare un ulteriore aspetto della sua denunzia con riguardo al perseguito e compiuto ATTENTATO VERSO LA DEMOCRAZIA posto in essere dai mass-media, come confermato dalla successiva analisi di Chomsky in “Media e Potere”

Personalmente condivido il convincimento che le moderne tecnologie pervasive ed il circuito mediatico in genere son diventati strumenti di controllo per la diffusione di un Pensiero unico, attentando all’autodeterminazione dei popoli, eterodiretti ed istupiditi da una propaganda incessante ed assidua che tocca tutti gli aspetti del vivere sociale.

Già negli anni ’80 Postman sosteneva, in tempi certo non sospetti, che Il Novecento si profilava come un secolo contraddistinto proprio da una drastica “riduzione di democrazia” poiché :«la diffusione capillare di comunicazione favorita dai media elettronici, pur garantendo un aumento delle informazioni a disposizione di ciascun individuo e della collettività, avrebbe comportato proprio una crisi della democrazia perché l’ideologia dominante non sarebbe più stata imposta attraverso la repressione o la censura, ma, paradossalmente, attraverso l’oblio e il divertimento».

Oggi, nel 2014, CHOMNSKY stesso conferma tale idea sostenendo che:«L’elemento principale del controllo sociale è la strategia della distrazione che consiste nel distogliere l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dai cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche utilizzando la tecnica del diluvio o dell’inondazione di distrazioni continue e di informazioni insignificanti».

Noi aggiungeremmo che “nihil sub sole novi” se pensiamo ai Borboni di “Feste, Farine e Forche” o più semplicemente ai giochi gladiatori dell’antica Roma o agli stadi attuali gremiti fino all’inverosimile per i campionati calcio o per il Vasco Rossi di turno. Certo è che Internet è un’altra cosa per quella sua pervasività non immediatamente manifesta che ti fa sentire “diverso”, acculturato”,originale nella tua autenticità e nella finta libertà di espressione che ti concede.

Certo è, insomma, che le moderne tecnologie stanno cambiando gli uomini e gli strumenti stessi del potere.

Tuttavia ciò non significa che si debba contestare lo sviluppo tecnologico ,ma occorre tenere ben presente che il singolo individuo non può tenere il passo con l’accrescimento della cultura oggettiva e dell’informazione che la veicola se non è opportunamente educato e formato ad una sorta di apprendimento continuo. Egregiamente Romania osserva che « Il cittadino del ventunesimo secolo somiglia così sempre più ad una fulminea lepre della tecnologia, che si comporta e comunica come una tartaruga dell’etica»

 

MORIN per una nuova frontiera dell’educazione: la formazione digitale

Non a caso nel dibattito europeo, da Lisbona a seguire, si raccomanda come obiettivo prioritario della formazione giovanile “l’imparare ad imparare”, Il che significa imparare ad esercitare una capacità critica di selezione, vaglio e sintesi dei messaggi confusi, menzogneri ed affastellati che circolano in questa inquieta iconosfera.

Anche per poter distinguere ciò che può esser credibile dalle “bufale” tendenziose poste in essere da una cultura ciarliera e complottistica, da quello che prosaicamente definiremmo “inciucio”, gossip, pettegolezzo , mitomania o truffa vera e propria…

Anche in questo senso ECO aveva perciò ragione nel segnalare il problema di una verifica necessaria , ma assai difficile, dei contenuti circolanti nel WEB; questione non nuova, come eterna è la questione della VERITA’ vera . Allora è chiaro che occorre capacità critica, occorre consuetudine nel sapersi districare fra le mille conoscenze attingibili in Internet poiché L’INFORMAZIONE NON GARANTISCE E NON COINCIDE CON FORMAZIONE.

E a questo proposito è d’obbligo il richiamo al recente testo di Morin al quale accennavamo in premessa : “Insegnare a vivere”.

Ci si consenta, a questo punto, di riprendere per economia di discorso, quanto avemmo a scrivere in un precedente nostro articolo (Manfrecola in “EdScuola”) per focalizzarne rapidamente il pensiero.

«Riteniamo qui più utile partire dalle Conclusioni (“Rigenerare l’eros”) con le quali Morin chiude il suo saggio, ritornando sull’idea già espressa in precedenza, come abbiamo accennato. Anche quel messaggio viene tuttavia qui attualizzato in sintonia con le possibilità ed i rischi dell’epoca iper-tecnologica attuale. Infatti si ribadisce che é comunque all’Insegnante che va demandato l’arduo compito di affezionare i giovani ad una cultura vigile, popperianamente antidogmatica, pluridimensionale, capace di sostenere, d’indagare e di reggere la complessità di saperi interconnessi ed “umanizzanti” che siano forza ed alimento per il “BEN-VIVERE”.Va insomma riconosciuto un nuovo ruolo del docente, non più dispensatore del “sapere”.

In tal senso il docente viene considerato soprattutto come un educatore, come un “DIRETTORE D’ORCHESTRA” capace di coordinare i troppi e nuovi strumenti di conoscenza che le moderne tecnologie offrono : dai vecchi e nuovi media, fino a Skype e ad Internet, potentissimi strumenti di “democratizzazione culturale che ci costringono a ripensare tutto il sistema d’insegnamento”. Manca tuttavia ad essi e in essi “la presenza fisica, carnale,attiva , reattiva e retroattiva dell’educatore” cui tocca , oggi, di guidare “la rivoluzione pedagogica della conoscenza e del pensiero”.A lui tocca di fissare il tema di un compito o di un’interrogazione orale e spetta poi all’allievo trarre da Internet, dai libri, dalle riviste e da tutti i documenti utili quanto può servire a presentare il “suo proprio sapere” all’insegnante che lo guiderà alla riflessione ed alla sistemazione delle conoscenze. »
Perché è proprio questo ciò che oggi manca- questa capacità di interrelazione del tessuto cognitivo- e che alimenta le false culture, le boriose ignoranze, le tuttologie dell’uomo qualunque convintosi di possedere il verbo : quello che quotidianamente gli hanno, viceversa, inculcato.
CONCLUSIONI
Sperando di aver sintetizzato le piste d’un dibattito da approfondire, mi accommiato dai miei pazienti lettori (quelli sopravvissuti fin qui) non senza aver segnalato qualche singolo punto di dissenso rispetto all’ottimo articolo dell’amico Romania che ho ritenuto utile suggerire in lettura.
Assolutamente d’accordo con la sua affermazione che vuole l’esibizionismo dei frequentatori dei “social” legato ad un bisogno di personale affermazione e rappresentazione . Scrive infatti Romania «L’auto-rappresentazione del sé è infatti un processo di continuità: si fa esperienza per potere narrare, si narra per poter far esperienza del sé. È un processo, ancora una volta, che esaspera tratti della vita moderna non del tutto nuovi, basati sulla dipendenza fra consumo – delle cose e del tempo – e felicità.» Non posso non condividere questa denunzia d’un diffuso edonismo di massa che costringe ed appiattisce le vite in un presente senza tempo.
Il mio dissenso si limita però ad alcune altre osservazioni poste a condanna di un cosiddetto facile “populismo”politico che, artatamente, intenderebbe far leva sull’emotività della “gente”. Ritengo, invece, che senza rischiare di esibire uno sprezzante intellettualismo, occorrerebbe riconoscere validità e verità a messaggi tali da sollevare l’indignazione popolare; soprattutto per quello che fin qui abbiamo detto e condiviso. Governa ormai il mondo, ridotto ad un villaggio globale, una POLITICA ECONOMICA INDEGNA contro la quale è legittimo risvegliare, sollecitare e scagliare le forze indignate della reazione popolare, un popolo fin troppo addomesticato che ha bisogno di nuovi maestri capaci di assumere nettamente posizione, rintracciandoli anche nel mondo cosiddetto accademico.

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