L’arte come mezzo?

L’arte come mezzo?

di Antonio Stanca

fotoE’ una tendenza che si sta diffondendo, della quale si parla sempre più nei convegni, nelle mostre, nelle rassegne cinematografiche, nelle ricorrenze e durante manifestazioni culturali, è quella di indicare nell’arte il modo, la possibilità, il mezzo per ritrovarsi vicini, per riscoprirsi uniti, per recuperare quei rapporti umani, sociali, quei principi morali, quei valori spirituali che facevano parte della vita, della storia dell’uomo e che ai nostri giorni sembrano irrimediabilmente perduti. L’arte, poiché depositaria, espressione di tali valori, viene vista come un importante strumento per recuperarli e diffonderli. Una funzione didattica dovrebbe assumere l’arte se si pensa di affidare ad essa il compito di comunicare, trasmettere quella voce dell’anima, dello spirito che serve alla sua creazione. A tutti dovrebbe giungere questa voce, di tutti dovrebbero diventare i significati delle opere artistiche, per tutti dovrebbero valere.

Non è una novità se si pensa che fino a non molti anni addietro, fin quando, cioè, erano ancora valide istituzioni come la famiglia, la religione, la scuola, l’arte improntava di sé gran parte del pensare, del sentire pubblico. Non disgiunti erano allora i valori artistici da quelli religiosi per l’altezza del loro livello, per l’idealità che li caratterizzava e la scuola, tramite i giovani ai quali li trasmetteva, li faceva giungere nelle case, nelle famiglie, li diffondeva, educava ad essi. Ci si faceva educare ad essi, lo si voleva, lo volevano i ragazzi, lo volevano i loro ambienti, lo voleva la società della quale sarebbero entrati a far parte. Quelli dell’idea erano valori fondamentali, riferimenti essenziali.

Poi i tempi nuovi, quelli contemporanei, hanno fatto assistere a grossi cambiamenti: la materia è tanto sopravanzata da annullare lo spirito, la macchina si è così perfezionata da sostituire l’uomo, la comunicazione si è tanto estesa da riguardare tutti, da diventare di tutti, di massa. Pure l’arte ha risentito di questa mercificazione della vita ma anche se ridotta ad un numero minore di autori ed opere ha continuato ad esistere, ad essere perseguita. Ha dovuto rassegnarsi, però, ad essere di pochi e a valere per pochi, a vedere il suo ambito sempre più ristretto. La scuola ha continuato a parlarne, ad insegnarla, ma diversi, più immediati, più concreti erano ormai gli interessi di chi ascoltava e molto difficile diventava far rientrare tra essi quelli artistici. Né in aiuto di questi c’erano più i valori religiosi poiché richiamavano alla trascendenza persone che avevano ormai bisogno di essere reali. Si è giunti, così, ai nostri giorni, ad un tempo, cioè, ad un mondo che per aver seguito regole diverse da quelle tradizionali ha perso ogni riferimento, ogni certezza e non sa più cosa valga, in cosa credere se non nella macchina che corre, nell’immagine che abbaglia, nel suono che stordisce. Un mondo che ha fatto dell’irregolare, dell’illecito le sue nuove regole fino a farvi rientrare il sopruso, la violenza, la guerra, la morte.

Di fronte ad un simile disastro tante volte, in tanti modi si è cercato di porre riparo ma non si è mai riusciti. Ora si sta pensando di farlo con l’arte dal momento che è l’attività, l’espressione umana che ha conservato intatti i valori dello spirito. Ma con molta probabilità anche questo programma si vedrà costretto a rimanere a livello d’intenzione. Molti, infatti, sarebbero i problemi, i contrasti che sorgerebbero nel cercare di realizzarlo. Innanzitutto non si sta tenendo conto che, come si è detto, l’arte ha avuto questa funzione e poi l’ha persa perché è diventata una manifestazione limitata, isolata, che di arte ormai si parla solo in circostanze particolari e che solo allora ci si accorge che ancora esiste. L’artista è fuggito da un mondo che gli è diventato sempre più ostile e nelle sue opere lo ha accusato e continua a farlo. Pertanto non si può pensare che in nome dell’arte cambi una situazione, una vita che non ha più il tempo, il modo per accettarla, per riconoscerla. Non si può credere di trarre un messaggio valido per tutti da ciò che non riesce più ad interessare. Non si può invitare ad ascoltare chi non vuole farlo. Non si può pensare di procedere verso un nuovo umanesimo tramite quanto dell’uomo rimane nascosto, sconosciuto.

Affascinante, suggestiva sarebbe l’impresa di un mondo risanato, salvato dall’arte ma anche se con rammarico si è costretti a constatare la sua impossibilità.

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