V. Parrella, Troppa importanza all’amore

Di Valeria Parrella o di chi soffre

di Antonio Stanca

parrella«Scrivo racconti quando sento che la realtà è troppo sfuggente e varia per essere cristallizzata in una forma lunga. E scrivo racconti perché mi interessano gli esseri umani: donne e uomini solitari che combattono le loro solitarie guerre», così dice Valeria Parrella nel risvolto di copertina della sua opera più recente, Troppa importanza all’amore (e altre storie umane), pubblicata ad Aprile del 2015 dalla casa editrice Einaudi di Torino nella serie “I Coralli” (pp.111, € 14,00). E’ una raccolta di otto racconti con la quale la scrittrice napoletana, ormai nota in ambito nazionale e straniero per la sua produzione narrativa, sembra voler tornare agli inizi della sua attività quando nel 2003 pubblicò i racconti di Mosca più balena e nel 2005 quelli di Per grazia ricevuta. Poi avrebbe scritto romanzi diventati noti quali Lo spazio bianco, dal quale Francesca Comencini avrebbe tratto il film omonimo. Sarebbe stata anche autrice di libretti d’opera ed avrebbe collaborato con i giornali “Grazia” e “la Repubblica”.

Valeria Parrella è nata a Napoli nel 1974 e a Napoli vive. Ha cominciato a scrivere quando non aveva ancora trent’anni e motivo ricorrente nella sua narrativa è stato quello della donna che ancora oggi vive una vita difficile perché ancora oggi umiliata, esclusa soprattutto nelle zone di periferia, nelle aree lontane dai centri urbani. Sono luoghi che non le permettono di emanciparsi, di accedere alla vita che avviene altrove, al suo movimento. Della sua terra, di Napoli e delle sue periferie, delle donne che qui soffrono ama scrivere la Parrella quasi volesse denunciare una condizione umana, sociale che viene dal passato remoto e che ancora dura. Di donne vinte in ogni loro aspirazione perché povere o abbandonate o isolate dice generalmente la scrittrice al fine di procurare una voce, una presenza a chi non ce l’ha.

Anche nei racconti di Troppa importanza all’amore (e altre storie umane) molte protagoniste sono donne e molti luoghi sono quelli intorno a Napoli. Non limitati, però, sono questi racconti a casi e luoghi del napoletano poiché pure di altri dicono. In essi non c’è solo la professoressa cinquantenne che vive senza marito, con una figlia e una madre da accudire, che ha fatto la supplente in tante scuole d’Italia, ha cambiato tante città, tante case, che non è stata mai sicura di sé, non si è mai sentita bella e, tuttavia, ha sempre cercato l’amore in tanti modi, in tanti uomini, né c’è soltanto la ragazza che ha subito la violenza, lo sfogo sessuale di un gruppo di giovinastri e che, incinta, si è rifugiata in un convento da dove, dopo aver partorito, è fuggita disperata abbandonando il bambino, né solo la giovane Livia, ammalata di leucemia, che consola la madre pregandola di non soffrire troppo quando sarebbe rimasta sola, ma c’è pure Bud, il marinaio inglese che presta il suo servizio nel Mediterraneo, che ha avuto dalla bellissima moglie Jude il figlio Brandon, nato con difetti agli occhi, alle gambe, ai piedi, e che a differenza di Jude, morta prematuramente, ha visto crescere Brandon, lo ha visto diventare adulto, lo ha seguito fuori di casa, nel suo posto di lavoro, nel suo bar, tra i suoi amici e ha sofferto. E c’è ancora Simone che muore d’infarto per aver “amato” troppo la giovane e bella Federica, sua nuora, e poi c’è il carcerato che, una volta libero, racconta di aver conosciuto un ergastolano che nello studio aveva trovato il modo per impegnare il suo tanto tempo e che pensa sia possibile considerare l’ergastolo un vantaggio dal momento che la lunga permanenza da esso richiesta all’interno di un carcere può consentire di rimanere uguali a se stessi, ai propri modi, ai propri costumi mentre all’esterno persone e cose cambiano in continuazione, finiscono. Può, quindi, il carcere far diventare immortali in vita, può rendere superiori a tutto ciò che finisce.

Sono diverse le persone, le “storie umane” che la scrittrice questa volta rappresenta. E’ un’umanità varia quella da lei ripresa, un’umanità che soffre ognuna a suo modo e di tante disgrazie la Parrella si fa interprete tramite la sua scrittura. Una scrittura che corre veloce, rapida, che non è tanto attenta a riuscire corretta, composta quanto ad aderire alle varie circostanze mostrate, a renderle nella loro verità. Le parole che meglio riescono a tanto vengono usate ed anche per questo sorprende stavolta la scrittrice, per un linguaggio che è molto vicino al parlato e del quale non si era mostrata finora capace.

Esempi di quelle “solitarie guerre” che la Parrella si è proposta di rappresentare, contiene il libro, di quelle pene che esistono senza che se ne sappia o se ne parli molto e mentre tanta altra vita scorre normalmente, di quel male che infierisce mentre tanto bene è diffuso.

Una funzione di testimonianza di tale grave contraddizione assume l’opera della scrittrice, un valore superiore a quanto scritto acquista.

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