La scuola di Brancaleone smarrisce territorio e innovazione

La scuola di Brancaleone smarrisce territorio e innovazione

di Giovanni Fioravanti

 

La crociata della “Buona Scuola” è partita. Un’armata Brancaleone di ben 212 commi quanti sono quelli che compongono l’unico e solo articolo, vangelo o manifesto, della legge. L’armata dovrebbe convertire alla sacra causa della ‘buona scuola’ tutti gli infedeli, quanti nella sua ‘buona novella’ non credono o addirittura la contestano e quanti agnosticamente stanno a guardare.

I chierici della buona scuola, predicatori del nuovo verbo, dal pulpito invitano ad adottare almeno un crociato, vale a dire un comma tra i duecento e passa della legge, nella speranza che l’adozione lo sostenga, gli fornisca il nutrimento per crescere, gli conferisca la robustezza necessaria per condurre a segno la sua missione. Ma già i primi passi, al momento, sembrano confermarci nella nostra convinzione di miscredenti che tra ‘la buona scuola’ e ‘una scuola ben fatta’ intercorra una notevole distanza.

Devono averlo sospettato anche gli organizzatori del Festival Internazionale che hanno ospitato a Ferrara la voce di Lizanne Foster, insegnante che dal suo blog, sull’edizione canadese dell’Huffington Post, ha pensato bene di scrivere una lettera per chiedere scusa agli studenti per il vecchiume della scuola che sono costretti a frequentare e per il disinteresse dei governi ad investire in istruzione.

Da noi di rottamare il vecchiume scolastico-educativo non se ne parla, si pensa di risolvere con la politica del restyling, con l’immissione in ruolo di precari sessantenni, con una concezione assistenziale della formazione permanente dei docenti, si veda la card da 500 euro, e con una precipitosa, quanto sospetta, oltre che inedita, apertura al mondo del lavoro, investendo, a poco più di un mese dall’entrata in vigore della legge, ben 45 milioni di euro per la realizzazione di ‘laboratori territoriali per l’occupabilità’.

Gli istituti scolastici di secondo grado dovrebbero mettersi in rete e fare sistema, aprirsi al territorio oltre i normali orari scolastici “per il coinvolgimento sia degli studenti inseriti nei percorsi formali di formazione, sia dei cosiddetti NEET (Not engaged in Education, Employment or Training), per favorire la conoscenza, l’inserimento e il reinserimento dei giovani nel mondo del lavoro mediante la valorizzazione delle specificità e delle vocazioni territoriali”, recita la circolare del ministero.

‘Laboratorio’, ‘territorio’, ‘occupazione’, tutte parole forti, tutte parole calde, che sarebbero cariche di innovazione, se volessero significare che la scuola è sempre laboratorio, territorio, dialogo e collaborazione con il mondo del lavoro, dell’impresa, della ricerca, dell’innovazione, della creatività.

Ma i laboratori saranno sì e no sessanta su tutto il territorio nazionale, considerato che ogni progetto potrà contare su un finanziamento di 750 mila euro, e molto probabilmente i laboratori da sostenere sono già operanti da qualche parte nel paese, perché un mese di tempo dall’uscita dell’avviso ministeriale per candidarsi è davvero poco per riflettere sulle vocazioni del territorio, sulle sue opportunità occupazionali e soprattutto per mettere insieme tutti i soggetti interessati, istituzioni scolastiche ed educative statali secondarie di secondo grado, istituti comprensivi, Enti Locali ed Enti pubblici territoriali, Università, Camere di Commercio, Associazioni, Imprese, CPIA (Centri provinciali per l’istruzione degli adulti), Poli di Istruzione Tecnica Superiore e garantire la compartecipazione al finanziamento, che più elevata è, più fa guadagnare i punti necessari all’accoglienza del progetto.

La prima domanda che viene da porsi è perché solo alcune scuole e non tutte? E se la finalità dichiarata dal ministero è quella “di favorire lo sviluppo della didattica laboratoriale” perché concepirne la pratica solo nell’ottica del mercato del lavoro? E perché allora non investire sulla filiera dell’Istruzione e della Formazione professionale? Tanto più che si dichiara: “I laboratori territoriali per l’occupabilità sono luoghi di incontro, di sperimentazione tra vecchie e nuove professioni e di pratica dell’innovazione in tutte le sue espressioni (tecnologica, sociale e individuale)”.

L’armata Brancaleone, in questo caso il comma 60 della legge n. 107, ha perso una buona occasione, per non essere raffazzonato, pasticciato e approssimativo. L’occasione di riflettere seriamente sulla didattica laboratoriale che non è tutto digitale e neppure tutto mercato del lavoro, sull’ apertura delle scuole al territorio e del territorio alle scuole, che anche questo, soprattutto in epoca di knowledge economy, per dirlo con gli inglesi, che fa più fino e più knowledge management, non è tutto e solo mercato del lavoro, ma soprattutto educazione permanente, quel ‘life wide learning’ a cui ci richiama l’Europa e a cui continuiamo a non prestare non solo l’orecchio ma neppure la mente.

Al di là di quanto si riuscirà a realizzare in materia di ‘laboratori territoriali per l’occupabilità’ per merito e buona volontà degli istituti di istruzione scolastica di secondo grado e dei loro dirigenti, una riflessione deve comunque essere avanzata.

Ormai non c’è progetto, non c’è idea, non c’è innovazione che non richieda agli attori sociali dalle amministrazioni locali, alle istituzioni scolastiche e formative, alle associazioni, alle imprese di lavorare insieme, di lavorare in rete, di fare sistema. A questi appuntamenti non ci si può fare trovare impreparati. È un tema questo che le nostre istituzioni scolastiche si devono porre. È necessario creare per tempo le condizioni, perché quando si presentano le opportunità la rete ci sia già o per lo meno si componga velocemente, dialoghi e si muova in sintonia. È questa la sfida di una società della conoscenza, di una società che apprende.

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