Scuola: si fa presto a dire bravo…

Scuola: si fa presto a dire bravo…
La questione del merito e del bonus

di Domenico Sarracino

 

Mi ritengo fortunato a non dover gestire questa fase della scuola relativa alla valutazione dei docenti, alle graduatorie, al merito ed al bonus. La considero altamente scivolosa e pericolosa: per le scuole, per il loro clima interno, per i meccanismi che può e che forse già sta ingenerando. Si rischia di cadere dalla padella nella brace..

Dunque, non mi esercito a cercare una risposta diretta alla questione perché tutte le ipotesi che mi vengono in mente le trovo subito discutibili, interpretabili e non incontrovertibili.

Gli insegnanti, come i dirigenti, i sottosegretari, i ministri e finanche i papi non sono tutti uguali, tutti bravi…

Colleghi più bravi, semplicemente bravi, o per niente bravi esistono e li abbiamo conosciuti tutti.

Ma è anche vero che, nella scuola, esistono diversi modi di essere bravi e che gli insegnanti non potranno e non dovranno mai essere tutti ugualmente bravi, ma tutti possedere “diversamente” requisiti di bravura e competenza professionale. Insomma dobbiamo trovare il modo affinchè questo discrimine venga messo in atto prima dell’accesso alle scuole, e precisamente nella fase del reclutamento che deve avere grandi cure nell’accertare le conoscenze disciplinari accanto a quelle didattico-educative, ma soprattutto la capacità di “ saper stare in classe”, ossia il saper operare con sicurezza e professionalità in contesti reali ed operativi. E’ per questo che la fase dell’anno di prova – cioè la verifica sul campo – non può, non deve più essere poco più di un adempimento formale, ma un momento ulteriore di accertamento e di selezione volto a verificare la capacità non solo di sapere, ma di saper essere e saper stare in classe, nella collegialità della scuola, nei rapporti con i colleghi, gli allievi, le famiglie e nell’esercizio responsabile dei diritti e dei doveri. A chi scrive appare evidente che se si riesce a “raddrizzare” bene la fase del reclutamento, la patata “avvelenata” della selezione meritocratica può essere superata: avremmo sempre diversità nei modi di fare scuola degli insegnanti, ma queste diversità rientrerebbero bene in un “range” di accettabilità e di positività per le scuole.

Ho conosciuto tanti insegnanti bravi –per preparazione , dedizione, responsabilità, passione educativa, senso civico – chi marcando di più quell’aspetto, chi quell’altro, ma, appunto, erano diversamente bravi; e questo variegato modo di essere bravi significa capacità di dare risposte alle diverse esigenze che presentano gli alunni e pertanto costituisce un indubbio fattore di arricchimento della qualità della scuola.

Ho conosciuto anche qualche insegnante che a scuola proprio non ci dovrebbe stare (demotivato, furbetto, che si defila sempre, “che sono gli alunni che non hanno voglia”, etc.): sempre ho cercato di aiutarlo a fare meglio, qualche volta l’ho subito, qualche altra l’ho messo davanti alla sue responsabilità. Ma credo che la categoria di questi ultimi sia numericamente limitata: su cento docenti, mettiamo, questi ultimi potranno contarsi sulle dita di una mano ( e forse come argomentavo prima un buon reclutamento potrebbe ridurli ulteriormente). E nei loro confronti una normativa più chiara (ma non meno garante) dei diritti, unitamente ad un servizio ispettivo meglio organizzato e più presente, potrebbe intervenire ed indirizzarli a fare altro. E lo stesso ragionamento, naturalmente, vale anche per i Ds e le altre figure professionali della scuola, sia per quanto riguarda il reclutamento (da organizzare ed indirizzare diversamente e con urgenza), sia per quanto riguarda le capacità di svolgere il ruolo affidato.

Ma torniamo sulla categoria dei diversamente bravi. Qui è molto difficile stabilire criteri, pesi, e livelli che determinino una scala oggettiva ed inconfutabile, perché il valore del merito, dei diversi meriti, dipende anche dalle classi che hai e dai loro bisogni, dipende dai profili degli alunni, come gruppi e come singole persone. Esemplifico e magari schematizzo anche un po’;se la classe ha bisogno prima di tutto di essere motivata, affiatata e unita, funziona meglio l’insegnante che più di altri sa animare e sviluppare empatia, coinvolgimento, dialogo e collaborazione; se (la classe) ha bisogno di studiare meglio, approfondire di più, attrezzarsi strumentalmente, funziona meglio il bravo cultore delle discipline, dei loro metodi e delle loro epistemologie; se la classe è disordinata, disorganizzata, dispersiva, funziona meglio l’insegnante che in sé ha, più di altri, le caratteristiche della precisione, puntualità, continuità, regolarità, etc.

Temo insomma che fare una graduatoria tra gli insegnanti per attribuire un bonus possa portare più danni che miglioramenti, dando luogo a discussioni infinite sui criteri e su punteggi, tra chi è dentro e chi sta fuori magari per un soffio, partigianerie presunte o reali, gruppi, gruppetti, amici e nemici. Ne vale la pena?

Le caratteristiche formative ed educative fanno sì che il lavoro scolastico per certi aspetti di tecnicalità sia anche misurabile e valutabile, ma fino ad un certo punto, perché comunque le sue ricadute hanno sempre un che di imponderabile e scadenze lunghe agendo nel profondo e per vie difficilmente esplorabili.

Abbandonerei, perciò, la strada del bonus e delle graduatorie di merito; punterei, in primis, su un reclutamento più mirato e rigoroso; imboccherei con più lena, più chiarezza, più rigore la strada della riorganizzazione e del rilancio della comunità scolastica, guidata da un leader educativo ed autorevole per cultura e professionalità verificate sul campo, che sa unire le varie forze e risorse della scuola facendosi motore di idee, di iniziative, di collaborazione e cooperazione, di valorizzazione e crescita, di responsabilità diffusa e condivisa.

Trovo invece più praticabili (ed anche necessarie) forme di incentivi (monetari e/o di sviluppo di carriera) per il “middle management”, cioè per chi assume impegni di collaborazione, coordinamento, organizzazione con i relativi più consistenti ed evidenti carichi di lavoro; anzi, meglio sarebbe se i maggiori impegni lavorativi invece che essere monetizzati fossero svolti mediante la riduzione delle ore di insegnamento settimanale.

Infine: in questa riflessione, tratteggiata molto rapidamente, il ruolo del Ds non è né depotenziato né svilito, è …diversamente impegnativo ; e si svolge non nella solitudine del comando gerarchico, ma in mezzo e dentro la comunità scolastica di cui è custode , guida e animatore-promotore, adoperandosi perché ciascuno e tutti siano messi in grado di dare il meglio di se stessi, unendo le forze ( e non contrapponendosi),sentendosi corresponsabili nell’”impresa” comune di costruire insieme la vera “buona scuola”, quella che questi nuovi e difficili tempi che stiamo vivendo, ci richiedono e che è sempre sfida, ricerca, tentare e ritentare, navigando in mare aperto.

 

P.s.: So bene che la legge (la 107/2015) è ormai in vigore e che in tantissimi si stanno generosamente scervellando per cercare di applicarla al meglio. Intanto, avendo vissuto la mia vita lavorativa nella scuola, considerata pilastro fondamentale della nostra società e strumento attraverso cui contribuire alla realizzazione del Patto costituzionale, la sua “tenuta” mi sta a cuore e perciò ho sentito il dovere di esprimere il mio pensiero mettendolo nero su bianco. E poi perché spero che queste riflessioni possano essere ugualmente utili, a chi deve decidere ed operare, proponendo di vedere più da vicino e da dentro il lavoro scolastico, dinamiche e specificità del sistema. Questo contributo va in un’altra direzione, rispetto all’immediato, ma spero che in qualche modo possa essere utile alla chiarificazione delle situazioni e dei complessi problemi da affrontare. Caso mai, dovesse venire qualche dubbio…

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