Su valutazione e comitati vari

Su valutazione e comitati vari
Ricordando Giorgio Israel

di Gabriele Boselli

 

Un mese fa è morto Giorgio Israel, una delle poche menti capaci di cantare fuori dal coro, senza stonare, ovvero in sintonia con i millenni della tradizione scolastica, in particolare ebraica, ma ancor di più con le indicazioni della più avanzata epistemologia. Cantò fuori dal coro dei docimologi integralisti, la setta scelta dal Potere per ridurre in soggezione i docenti e i dirigenti scolastici e costringerli a rendergli conto del proprio operato, reso così non più magistrale (non più magis-stratus). Le sue tesi essenziali erano d’impronta fenomenologica: critica dell’oggettivismo, avversione ai test come prova del valore delle persone e delle istituzioni scolastiche, no alla burocratizzazione del valutare, fiducia nell’intersoggettività e nell’autonomia dinamica e plurale dei percorsi valutativi entro una comunità qualificata di operatori scolastici.

Ricordarlo –senza pretesa di esserne gli interpreti autentici- è trarne motivi per opporsi all’andazzo attuale e pensare a un valutare scientificamente fondato ed eticamente condivisibile.

 

Finalità esplicite e indichiarate

Sono fiducioso che la maggior parte dei membri dei vari comitati di valutazione (valutazione docenti, v. dirigenti) lavoreranno nell’interesse della scuola reale, sapranno comunque riconoscere la qualità del lavoro, incoraggiare i capaci, orientare secondo scienza e coscienza le dinamiche culturali e pedagogiche delle scuole. Questo anche se compito del dirigente scolastico, dei missi dominici (membri esterni dei comitati e ispettori, questi ultimi da tempo degradati a meri “dirigenti tecnici” anche se non dirigono alcunchè e non sono dei tecnici ma quasi sempre degli autorevoli studiosi) sarebbe quello di convincere docenti e gli ancor numerosi dirigenti/Maestri sulla giustezza delle sentenze comunque emesse. Valutazione è affare importante in alto loco perché costituisce la prefigurazione induttiva a ciò che si farà se si vuole ben figurare.

La scuola è importante per chi comanda, sia che si voglia uno sviluppo della democrazia che delle forme neo-autoritarie di governo: influisce sui flussi ideali, forma il pensiero critico. Valutare non dev’essere allora indomito processo di conoscenza secondo idee di valore, né attività costante di ricerca per comprendere le situazioni e introdurre cambiamenti; né attività volta alla valorizzazione di tutti, ad incrementare le consapevolezze. Nell’ottica del Potere valutare significa controllare e premiare/punire. Attività da sempre desiderate dai fortunatamente rari Dirigenti-supermanager in quanto aumenta il loro potere. Non si accorgono questi che la servilizzazione dei docenti asservirebbe anche loro.

 

Gli insegnanti/Maestri. Come riconoscerli

Valutare i docenti dovrebbe comportare una definizione di che significhi valutare e chi sia/debba essere chi insegna. Inizio con quest’ultimo tentativo di definizione

Chi sono i docenti o dirigenti davvero Maestri? Potenziali beneficiari (o vittime) dei Comitati di valutazione potrebbero essere le persone di cultura che amano studiare e che per vivere hanno scelto questo lavoro. I Maestri sono persone che hanno una solida cultura generale, si sono formati su una disciplina, ne sono divenuti corpus e aiutano a conoscerla; sono persone che tentano di prender responsabilmente parte alla storia e all’epoca, aperte all’altro e al non-ancora. L’ascolto del novum del mondo, dell’altro e di sé è fondazionale per capire e per trovare modalità adeguate e gradevoli di lavoro didattico; altrettanto è l’aver qualcosa da dire al mondo.

-I Maestri hanno capacità di critica e detengono autonomia intellettuale, morale ed estetica (Kant). Sono costruttivi e creativi di pensiero.

-Ogni Maestro è Soggetto culturale e pedagogico a pieno titolo, coautore e operatore della “cura” (in senso non clinico) che i vari elementi della costellazione scolastica prestano agli alunni. Il buon Maestro sa essere autore di un invito rivolto a ciascuno a trovare una via personale (non oggettivisticamente serializzabile) alla conoscenza.

-Porta in dono agli alunni una disciplina rigorosamente e filologicamente studiata e fedelmente ricostruita quanto personalmente frequentata, ripensata, interpretata, reinventata.

 

Ogni buon Maestro è essenzialmente uno studioso che ama i libri e ha cura delle persone, infatti

-Insegnare è espressione dell’ “esser-presso” (presso i libri, i laboratori, i colleghi, gli allievi) e prevede per il docente innanzitutto l’accogliersi, l’approvarsi, il riconoscersi come soggetto, come co-autore di un campo di eventi intenzionalizzato (le discipline come officine di senso), di storie essenzialmente improgrammabili

-L’insegnante sa instaurare con l’altro una relazione costitutiva dell’esistenza e della conoscenza, articolata in un tessuto intellettualmente complesso e pedagogicamente orientato. Invita i ragazzi a estendere ma anche a focalizzare disciplinarmente il loro orizzonte degli eventi di cultura, ad articolare in forma più evoluta il loro mondo vitale.

-L’insegnante è protagonista di un cammino continuo, sia sul piano umano che culturale, anche per essere meglio in grado di leggere la diversità e la sofferenza attraverso i segnali che queste mandano. Cerca dunque di capire l’altro con le sue “persecuzioni” e fragilità. Il suo percorso é in gran parte frutto di autocoscienza, ma anche di impegno, dialogo, dialettica (Gentile); cerca di portare all’intelligenza delle destinazioni. Agli alunni e alla società reale servirebbe dunque un lavoratore della conoscenza che, oltre ad aver motivazioni per il lavoro in collaborazione, abbia davvero qualcosa da dire e da dare.

Se chi insegna è o dovrebbe essere quanto sopra, il compito del valutare i docenti e i dirigenti non-manager è davvero arduo e richiede dei Maestri.

 

Il valutare desiderabile e –magari fra qualche decennio- forse possibile

Credo –e Israel credeva, oltre un certo pessimismo di superficie- in un valutare migliore, per quanto lontano, rispetto a quello che oggi si profila. Penso occorra lavorare con rinnovata lena nella costruzione secondo il metodo fenomenologico di una teoria e una prassi della valutazione generativa di pratiche rigorose; su questa poi si farà perno per sistemi di rappresentazione al pubblico che rendano giustizia al grande valore della nostra scuola e dei nostri insegnanti.

E’ allora necessario aprirsi al vedere intersoggettivamente, nell’onesto concorso delle singolarità individuali o di categoria. La tradizione del movimento fenomenologico suggerisce una scienza del valutare che cerca-insieme-a. Il valore che attribuiamo non è mai intrinseco al valutato ma è effetto dell’incontro di quest’ultimo con il suo valutatore entro l’universo valoriale di un determinato ambiente.

La tesi é che sia necessaria, nella valutazione del lavoro svolto nelle scuole, una deontologia ordinata a idee di valore, dunque moralmente ed eticamente avvertita e riferita alla qualità della relazione umana, scientifica e culturale che il personale scolastico sa intrattenere.

Alcuni elementi del valutare sono oggettivamente riscontrabili ma non sono i più importanti. Dev’esser comunque operazione altamente dinamica, nel senso che l’oggetto in sé muta di continuo, oppone alla stabilità degli strumenti ricognitivi la fluidità del suo offrirsi in forme sempre nuove; non è coglibile per ciò che è ma per il suo essere-nel-campo, in un contesto in cui il gioco dei valori è innestato nell’insieme vivente degli attori e dei valutatori.

In ogni campo, i risultati sono spesso (a volte in gran parte) il prodotto dei presupposti metodologici e dei modelli quanti/qualitativi espliciti e impliciti. Le impostazioni della ricerca determinano fortemente gli esiti.

Nella scuola questo significa anche far assumere ai valutati un ruolo attivo nel disegno dei processi e nei metodi di valutazione. Questo è intersoggettività. E l’intersoggettività –come auspicava Israel- esclude approcci oggettivistici come di soggettivismo chiuso.

 

Come non far danni e, ove possibile, essere d’aiuto

Maestri pur di differente indirizzo filosofico e politico -da Piero Bertolini a Silvio Bertoldi a Giorgio Israel a Giuseppe Bertagna- hanno fiducia nel futuro, per quanto non a breve. Piace forse loro –da questo mondo o da quell’altro- pensare che la valutazione degli insegnanti e delle scuole possa essere atto:

-non mortificante, non amministrativo del dato secondo regole consolidate e standardizzate in cui il pur omaggiato oggetto di fatto scompare; sarà una ricerca pensante il vivente, l’esistente concreto;

-non tenderà ad affermare che quel che si vede è ed è assolutamente reale e tutto finisce nel constatare;

-avrà come meta la valutazione dell’esperienza (di ciò per cui si è passati attraverso, non la massa di conferma dei giudizi/pregiudizi );

-sarà una valutazione narrativa, consapevole della propria storicità, concreta;

-si sforzerà di essere pratica, “utile” agli attori del servizio scolastico, in particolare agli alunni;

-non avrà come suo scopo principale lo stilar classifiche, l’archiviare e amministrare discriminando persone e scuole tramite corresponsione di premi e non-premi (ovvero castighi), ma conoscere una regione del mondo della vita e aiutare chi vi si avventura.

 

Bibliografia

Giorgio Israel non ha scritto volumi sul tema della valutazione, ma il suo pensiero lo ha espresso in innumerevoli sedi sulla stampa e su internet, dove è ancora ampiamente consultabile.

Sul tema possono essere utili i seguenti testi

  1. Bertolini ( a cura di) La valutazione possibile, La nuova Italia, Scandicci, 1999
  2. Bertagna, Dall’educazione alla pedagogia. Avvio al lessico pedagogico e alla teoria dell’educazione, La Scuola, Brescia 2010
  3. Boselli Per una valutazione delle scuole e di chi vi lavora, n. 30, annata 2011 di Encyclopaideia (Bononia University Press, Bologna)
  4. Pinto Valutare e punire, Cronopio, 2014

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