La chiamata diretta degli insegnanti

La chiamata diretta degli insegnanti
Questione pericolosa e fuorviante

di Domenico Sarracino

 

Questa riflessione vuole focalizzare l’attenzione sulla legge 107/2015- la “buona scuola”- per discuterne la rispondenza alle necessità delle scuole italiane e ai cambiamenti che occorrono. Metterei da parte, per il momento, il fatto che essa, come un iceberg, ha una parte emersa, messa nero su bianco, e una gran parte sommersa, , al momento oscura ai più, costituita da importanti rinvii e deleghe che, riferendosi a cruciali, nuovi provvedimenti da venire, costituiscono pesanti punti interrogativi da cui dipenderà ulteriormente il senso dell’intera riforma.

Comunque nella parte di legge emersa ci sono già scelte e decisioni dirompenti e poco ponderate che, per le situazioni a cui possono condurre, non sono di poca importanza. E anche quegli elementi-intenzioni che in sé non si possono che considerare come attesi ed auspicati ( le nuove assunzioni, la riduzione del numero di alunni per classe, l’organico potenziato, etc..) vanno effettivamente valutati solo al momento in cui saranno definiti e tradotti in numeri, indicazioni operative, scelte organizzative. Chi ha operato nel concreto delle situazioni scolastiche sa bene quanto anche le migliori intenzioni debbano sempre fare i conti con la coda del diavolo. E mi pare che le richieste di chiarimenti e i rinvii, i ritardi, i tentennamenti, gli effetti imprevisti– cui già stiamo assistendo – lo dimostrino eloquentemente.

Ma detto questo, tornando all’impianto complessivo della legge, a chi scrive appare evidente quanto esso sia lontano ed “altro” rispetto alle necessità di ripartenza, rimotivazione e rilancio delle scuole italiane, e quanto stia dentro ad un sistema di pensiero che, forzando i bisogni, le realtà e le esigenze più vere delle scuole, tende a piegarle a logiche “mercatiste”, concorrenziali e, in sostanza, ad una sorta di darwinismo sociale. E questo ancoraggio porta con sé alla perdita di vista dello stato reale delle cose e di ciò che veramente occorre. Con il rischio – che io vedo concreto – che la forbice delle disuguaglianze e delle opportunità, possa allargarsi invece che restringersi, come sarebbe oltremodo necessario, anche per la tenuta dell’intero sistema-Paese.

Mi spiego. A me appare chiaro che la chiamata diretta dei docenti, attraverso gli albi territoriali, non risolva granchè rispetto alla necessità di migliorare la complessiva azione formativa ed educativa delle scuole. Con gli ambiti territoriali la platea degli insegnanti resta quella che è, e così pure la loro qualità complessiva: questi (gli insegnanti) possono, potrebbero essere distribuiti diversamente nelle scuole, ma il numero dei “bravi”, dei non bravi e di quelli mediamente bravi resta immutato. Insomma, se da qualche parte – mettiamo- si migliora, da qualche altra parte si peggiora.

Penso, poi, al momento concreto delle scelte, al “mercato” degli insegnanti che si svilupperà….

E,qui, – lasciando stare le tante preoccupazioni sui mille fenomeni esterni ed estranei che pure è fondato poter supporre conoscendo alcuni antichi mali del nostro Paese, soprattutto quando i riflettori si saranno spenti e tutto diventerà necessariamente routine – mi domando come si possa “scegliere” con una certa obiettività e fondatezza. Certo qualche insegnante si può conoscere direttamente, forse anche alcuni, ma i tanti che non si conoscono? Ci si affida ai curricola, ai portfolio, al sentito dire, a chi sa “vendersi2 meglio, alla “disinteressata” segnalazione?

C’è poi un’altra considerazione che più mi sta a cuore. Si dice: così il ds può scegliere i docenti che sono più utili al proprio progetto d’istituto, al proprio Ptof, alle proprie scelte educative…Ma. lasciatemelo dire, qui c’è un’enfasi eccessiva, che non trova riscontro nella realtà, che non rispecchia la realtà delle scuole (e che se la rispecchiasse sarebbe da contrastare decisamente).

Ora, è vero che dalla stagione dell’Autonomia scolastica e dei Pof le scuole hanno potuto sviluppare situazioni differenti per modelli organizzativi, risorse, condizioni strutturali e specificità di proposte educative, ma non esageriamo. Non esageriamo, intanto perché è necessario ribadire che tutte le scuole del medesimo ordine e grado mantengano una buona e diffusa base comune, dovendo rispondere alle Indicazioni Nazionali che fissano obiettivi e traguardi indispensabili per ogni angolo del Paese; e poi perché chi conosce un po’ le scuole sa che le differenze reali che ci sono – cosa diversa è per alcune tipologie di scuole secondarie di secondo grado – sono relative ad aspetti che riguardano modalità didattiche, diverse sensibilità educative e condizioni territoriali (alunni stranieri, campi rom, rischi di dispersione, micro-criminalità) che potrebbero rendere pienamente giustificabile il ricorso a docenti con particolari esperienze. Ma, che questo possa avvenire con il sistema liberista che si propone, nutro qualche forte dubbio: dubito cioè che queste giuste esigenze possano essere risolte con la chiamata diretta, in una situazione di concorrenza e di corsa a chi fa prima. Perché, purtroppo, le scuole più disagiate sono spesso anche quelle più precarie ( per discontinuità dei Ds, dei docenti, per il funzionamento degli uffici,per opportunità, per mezzi, per il sovente inadeguato sostegno delle famiglie, per le debolezze o distrazione degli enti locali, etc, ). E per queste scuole ciò che proprio non occorre è il laissez-faire e la “spontaneità” del mercato che tutto aggiusta e tutto corregge miracolisticamente.

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