Pubblicazioni dei RAV e l’arte di dare (e giocarsi) i numeri

Pubblicazioni dei RAV e l’arte di dare (e giocarsi) i numeri

di Gabriele Boselli

 

Cronaca — Sono usciti i dati relativi ai rapporti di autovalutazione e sulla stampa locale sono apparse le inevitabili classifiche e i numeri. Le tassonomie ministeriali –combinate al vario livello di autopercezione dei dirigenti scolastici, quasi sempre svincolato dai valori effettivi- hanno determinato valutazioni differenti anche di 12 punti di scuole della stessa tipologia insistenti sullo stesso territorio. I genitori meno culturalmente evoluti, quelli che i numeri li hanno anche giocati al lotto, si sono convinti che la scuola che vale di più fosse quella che ha riportato i punteggi più alti.

 

Corrispondenza tra risultanze RAV e valore — I risultati andavano pubblicati, ufficialmente come atto di democratica rendicontazione, in realtà perchè gli strumenti dell’esaltazione o della gogna comunque aumentano il potere di chi ne dispone.

Invero, dalla lettura dei risultati di varie scuole che conosco per lunga esperienza di ispettore non ho trovato alcuna relazione tra questi e l’idea del loro valore che mi ero fatto in proposito. Certo il mio giudizio è, come quello di qualunque soggetto sia personale che istituzionale, soggettivo; ma credo che i “risultati” abbiano un effetto esaltante per scuole anche di mediocre qualità ma per caso coincidenti con il modello di riferimento INVALSI e dotati di un preside di forte anche se a volte infondata autostima; effetto che è invece depressivo e scoraggiante per le scuole culturalmente, politicamente e pedagogicamente più autonome e ove magari il dirigente è capace di pensiero critico e autocritico. Non è comunque difficile immaginare effetti sulle iscrizioni con annessi sbranamenti all’interno e con le scuole concorrenti, perdite di posti etc. per non pensare agli effetti economici a breve e lungo termine.

 

Ragioni reali del RAV —Tutto questo era prevedibile e forse in altissimo loco (centri di potere superiori ai governi) è stato proprio voluto. Valutazione è per Lorsignori affare importante perché costituisce la premessa di ciò che si farà; non è tanto trarre bilanci ma soprattutto imbrigliare la progettazione, mortificare l’autonomia intellettuale di docenti e dirigenti, questi ultimi ridotti a impiegati. Il raffronto con situazioni presentabili come analoghe (con conseguenti svalorizzazioni e valorizzazioni estrinseche) è peraltro uno degli aspetti essenziali del modello ai fini dell’intenzionalità politica del committente. Criteri per l’autovalutazione avrebbero dovuto essere: equità, partecipazione, qualità, differenziazione, presi in considerazione in modo da privilegiare l’efficientismo sull’efficienza; assente ogni riferimento alla qualità culturale e pedagogica dell’istituto. La cultura, si sa, per il Potere è pericolosa e suggerire di prenderla in considerazione sarebbe autolesa Maestà.

Valutare non dev’essere attività costante di ricerca per comprendere le situazioni e introdurre cambiamenti potenzialmente contradditori con le logiche del Potere. Né può utilmente costituire attività volta alla valorizzazione di tutti (la differenziazione -insegna Luhman- incrementa le differenze e i differenziali di potere), ad accrescere le consapevolezze, combattere quell’imbecillimento generale che invece è oro per i potenti. In tale ottica, condivisa da alcuni Dirigenti-manager, valutare significa controllare, determinare pensieri ed esistenze, sorvegliare e domani premiare/punire.

 

Cosa fare

-Sul piano teorico – Smettere di subire passivamente tutto quello che arriva da Roma. Criticare le motivazioni ufficiali politiche, etiche e pedagogiche ovvero analizzare, decostruire nei collegi dei docenti e nei gruppi di lavoro il dettato romano per coglierne gli elementi costitutivi e raffrontarli con principi autonomamente individuati. Pensare, criticare, costruire localmente un contesto autovalutativo autonomo.

-Sul piano pratico – Contestare amichevolmente i pur rari presidi rampanti mostrando loro come ogni svalorizzare o esaltare sia un mortificare e un mortificarsi. Stimolare i dirigenti veri a promuovere studi aperti a un allineamento delle attribuzioni valutative obbligatorie, in modo che le scuole non debbano apparire alla fine troppo qualitativamente differenziate tra loro. Chiedere il parere scientifico degli ispettori e dei docenti universitari, ma attenti agli psicologi (per molti di loro intelligenza è solo adattamento) e agli economisti aziendali; ottimi invece gli psichiatri per lo studio dei documenti ufficiali.

Far agire l’idea per cui differenziare è dividere e farsi dividere è perdere libertà, il presupposto di ogni autentico insegnare.

 

Nell’occasione, tanti auguri di un anno più libero da RAV et similia!

 

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