M. Eliade, Sull’erotica mistica indiana e altri scritti

“Soltanto uno…”

di Antonio Stanca

eliadeDalla casa editrice Bollati Boringhieri di Torino, nella serie “Nuova Cultura-Introduzioni”, è stato ristampato, ad Aprile del 2015, un breve volume di saggi del noto studioso e scrittore rumeno Mircea Eliade, Sull’erotica mistica indiana e altri scritti. La traduzione e la postfazione erano di Guido Brivio.

Eliade è nato a Bucarest nel 1907 ed è morto a Chicago nel 1986. A Bucarest ha studiato e si è laureato. E’ stato allievo di Carl Gustav Jung e molto ha risentito dell’esempio narrativo di André Gide. Sono stati due riferimenti importanti per la sua formazione, entrambi hanno orientato la sua attenzione, quella dello studioso e quella dello scrittore, verso l’osservazione, l’esame, la rivelazione, la rappresentazione dei fenomeni interiori dell’uomo, dei problemi dell’anima.

Come scrittore e come poeta Eliade ebbe una notorietà che rimase compresa tra la Romania e la Francia ma senza limiti divenne la sua fama come storico delle religioni, mitologo, antropologo, filosofo, orientalista, saggista, accademico. Dotato di una cultura vastissima, assiduo viaggiatore, parlava e scriveva in otto lingue.

Dopo aver insegnato all’Università di Bucarest dal 1933 al 1940, svolse attività diplomatica a Londra e a Lisbona negli anni 1940-44, poi dal 1945 insegnò all’École Pratique des Hautes Études di Parigi ed infine dal 1957 alla morte, avvenuta a settantanove anni, fu professore di Storia delle religioni presso l’Università di Chicago. Molte, tante sono state le opere nelle quali ha trovato espressione la lunga, interminabile attività dello studioso, molti i saggi, gli interventi comparsi su giornali e riviste specializzate. Quasi in continuazione ha lavorato, ha viaggiato, ha scritto.

Conoscere ha sempre voluto Eliade luoghi lontani, remoti, i loro popoli, le loro lingue, le loro religioni, le loro divinità, i loro templi, le loro leggende, i loro miti, le loro favole e l’India, le zone più orientali dell’Asia, le isole più disperse, i loro boschi, fiumi, monti hanno attirato in particolar modo la sua curiosità, sono stati argomento ricorrente nei suoi studi. Questi sono diventati tanti da fare di Eliade non solo uno studioso senza precedenti ma anche un pensatore, un ideologo, un filosofo con una dottrina propria, una propria interpretazione della vita, della storia, del tempo, dell’uomo, di Dio e di ogni altro elemento e aspetto dell’esistenza, dell’universo. Fin dai primi lavori si mostrò orientato a cercare, ad individuare le sorgenti prime, i centri unici, le fonti inalterate della vita, della storia, della religione, dell’umanità. Prima che tanti aspetti, tante forme queste assumessero, prima che così diverse diventassero c’era stato, secondo Eliade, un principio unico, assoluto, immobile dal quale tutto era derivato. In esso non c’erano differenze, divisioni, non contrasti, scontri dal momento che tutto accoglieva ed esprimeva senza mai diventare parte, massimo, infinito era e mai minimo, finito. Era quella l’unità, la sacralità, la sommità dello spirito nella quale si perdeva ogni limite della materia ed alla quale Eliade pensava che si dovesse tendere per liberarsi del male che avevano procurato le differenze sopravvenute nei secoli tra paesi, culture, religioni ed ogni altra forma del vivere umano. Indietro bisognava tornare se ci si voleva salvare dalle rivalità, dalle guerre, dalle distruzioni. “Soltanto uno…” doveva essere l’uomo perché fosse libero di quanto poteva arrecargli danno, di ciò che poteva guastarlo, corromperlo, perché la sua condizione diventasse pura, eccelsa, fosse pari a quella della divinità. Nessuna differenza ci sarebbe tra Dio e l’uomo se l’uomo lo volesse, se si sollevasse a Dio tramite un percorso a ritroso compiuto nel tempo, nella storia, se tornasse alle sue origini quando intatto, inalterato era ancora tutto e niente separava l’umanità dalla divinità, la terra dallo spazio. Questa la dottrina, la filosofia di Eliade: gli era provenuta dalle sue immense conoscenze, dai suoi studi. Essa compare anche nei saggi del suddetto libro che risalgono ad un’esperienza compiuta dallo studioso negli anni 1929-30, quando, ancora dottorando, era andato in India, a Calcutta, per imparare il sanscrito e conoscere la filosofia e i testi sacri degli indiani. I saggi furono scritti dopo, quando era un personaggio noto e quell’esperienza indiana era un lontano ricordo. Il tono del ricordo ha, infatti, uno di essi, “L’India a vent’anni”, di un ricordo al quale l’autore si abbandona perché tanto fascino, tanto mistero, tanta magia gli erano provenuti dal contatto con quei luoghi. Negli altri saggi, “Sull’erotica mistica indiana” e “Borobuḍur tempio simbolico”, Eliade dice di maestri importanti, Dasgupta e Tagore, che allora aveva avuto e fa vedere come grazie a loro due religioni indiane, il tantrismo e il buddhismo, fossero entrate a far parte della sua formazione, del suo pensiero, della sua concezione filosofica, come la conoscenza di quelle religioni, dei loro testi, dei loro interpreti, dei loro templi avesse operato fino a convincerlo che unico, indistinto, indifferenziato è il centro dal quale tutto deriva, che ad esso bisogna risalire per ottenere la migliore condizione di vita, quella non lacerata da differenze ma comprensiva di ogni differenza.

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