“Quo vado?” di Gennaro Nunziante

“Quo vado?”, un film di Gennaro Nunziante con Checco Zalone

di Mario Coviello

 

quovado“Da grande voglio fare il posto fisso”: questa battuta, che è già diventata un tormentone, è pronunciata in una delle prime scene del film dal giovane Checco. Da anni impiegato nell’Ufficio Caccia e Pesca della Provincia, quando si vede togliere il lavoro per l’attuazione della nuova riforma, non si perde d’animo e non rinuncia al suo posto fisso, che gli è valso tanto rispetto e reverenza in famiglia e fra gli amici. Inizia così una peregrinazione nei più sperduti punti dell’Italia, senza mai perdersi d’animo e adattandosi con il suo fare strafottente, a costo di non firmare le dimissioni, come più volte incalzato dal senatore Binetto (simpaticissimo cameo di Lino Banfi). Finché non viene sbattuto al Polo Nord, “romantico” luogo di incontro con la ricercatrice Valeria (Eleonora Giovanardi).

Mi sono avvicinato all’ultimo film di Checco Zalone “ Quo vado”, campione di incassi di queste periodo natalizio con oltre 38 milioni di euro e cinque milioni e mezzo di spettatori, con la puzza sotto il naso dello spettatore che ama i film impegnati. E subito sono stato catturato dallo stile elementare e dalla comicità semplice ed efficace di Checco Zalone e del suo regista Gennaro Nunziante, che mirano volutamente in basso per colpire un po’ più in alto, ma prima di tutto nel segno. Dal paesino pugliese al Polo Nord. Dal calduccio del posto fisso al gelo del pack artico. Dall’italica autoindulgenza all’ipercorrettezza scandinava. Dagli incontri ravvicinati con i prosciutti e i sottolio conservati dai colleghi nei loro confortevoli uffici (pubblici), a quelli con le foche e gli orsi della stazione di ricerca in Norvegia, dove l’inamovibile impiegato di una Provincia pugliese Luca Medici,viene catapultato dalla perfida funzionaria Sonia Bergamasco per cercare di farlo dimettere come vuole la nuova direttiva.

Checco Zalone nella sua quarta fatica ci porta in giro per l’Italia, anzi in giro per l’italietta, quella dei tanti vizi e delle poche virtù. Col solito savoir-faire il comico pugliese ci fa ridere delle nostre debolezze, dei paradossi italici, dei cinismi della politica, che taglia le vecchie province e ingrassa i nuovi municipi, delle scorciatoie della gente comune che anela al “posto fisso” come bene ultimo nella vita. Zalone padre improvvisato di tre figli non suoi, di etnie e credi religiosi differenti, è il nostrano Forrest Gump che può arrivare ovunque, anche in Norvegia. I film di Zalone mi sono convinto che hanno grande successo perchè sono di grande accessibilità, vagamente infantili ,Checco è sempre un bambinone, in fondo. Ecco cosa dice di lui Lino Banfi “Anzitutto la fisionomia: è giovane, ma rappresenta anche la mezza età. Ha una comicità modernissima, ma sa giocare sul filone classico. È normalissimo, eppure coltissimo. Incarna in un corpo solo tre epoche diverse di comicità. È antico e moderno, anzi postmoderno. E ha tempi di battuta musicali: non gli sfugge mezzo dettaglio.” Alla splendida Sonia Bergamasco che ha il compito di convincere Checco a dimettersi dal posto fisso è stato chiesto: Secondo lei cosa ha portato più di cinque milioni di spettatori al cinema?
“E’ un numero stupefacente. Zalone ha intercettato il tema giusto nel momento giusto. Ha avuto una grande sensibilità, ha colto il momento. Molte persone che lo hanno visto mi hanno raccontato di essersi rispecchiati nel personaggio di Checco, nelle sue cadute, nelle sue fragilità, nel suo essere e non essere. Attraverso una risata liberatoria, gli spettatori riescono ad affrontare i loro limiti, mi sembra il film giusto al momento giusto. Qualche critico lo ha definito un film politico tra virgolette, lo è nella misura in cui è una fotografia, storpiata e grottesca, del nostro paese oggi. E’ politico perché ci riguarda come comunità, non si schiera a destra o sinistra, ma si mette dalla parte dell’uomo comune”.

E l’altra protagonista femminile Eleonora Giovanardi di Checco Anzolone dice “”La maschera di Checco riesce a parlare a chiunque, senza puntare il dito. La sua critica sociale è innanzitutto verso se stesso. Lui ama la gente e riesce a tirare fuori il bambino che ha dentro perché ha una intelligenza emotiva”. Mi piace che nel film sia uscito il Checco che ho conosciuto io”.

L’uomo zaloniano, messo a confronto con orizzonti più ampi di quelli del suo ufficetto di provincia, è capace di allargare le proprie vedute, di accettare famiglie allargate, di abbandonare retoriche maschiliste, perfino di imparare a non saltare le code o non suonare il clacson al semaforo.

Insomma, Quo Vado? non è un film banale. Offre spunti e riflessioni, sfrutta Zalone come un canale mediatico, ficcandoci dentro tutte quelle piccole e grandi cose che tengono ancorato un paese come il nostro. E così Quo Vado? si può permettere un finale che apre una speranza per il futuro. Quella speranza figlia di un rinnovamento al quale tutti siamo chiamati a contribuire.

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