Salvatore Marra, La prima luce

“La prima luce”, un film di Salvatore Marra

Recensione di Mario Coviello

 

marraSi chiama Mateo, con una sola t ,perché Martina, la mamma, viene dalle Ande e parla spagnolo. Ha sette anni ed è sempre in allarme perché le cose tra la mamma e papà Marco non vanno bene. Sì è vero litigano a bassa voce e gli dicono sempre che va tutto bene, lo baciano, e soprattutto papà lo fa giocare, appena il suo lavoro di avvocato glielo permette. Marco e Mateo fanno in casa le battaglie con i cuscini, sulla spiaggia di Bari si divertono a fare l’aereo e i tuffi in mare. Papà lo aiuta a non aver paura dell’acqua, a difendersi da Giovanni, il bullo che tutti i giorni gli fa le prepotenze a scuola.

Martina è sempre triste, fa male il suo lavoro di pubblicitaria, privata delle proprie radici, galleggia nelle acque agitate dalla crisi economica ( “Marco qui non c’è futuro – grida al compagno- odio questa crisi di merda e le persone disperate “ ) e da un’inquietudine profonda. Invano cerca di far capire che si sente soffocare al compagno che gli risponde “ Il futuro ce lo creiamo noi “ . Piange quando chiama la madre a telefono in Cile perché non trova i passaporti che Marco gli ha nascosto.

Un brutto giorno Martina porta via Mateo, salgono su un aereo e il ragazzo cambia scuola, lingua, abitudini. E quando la mamma, dopo circa un mese chiede al figlio, immerso per la prima volta nello schermo di un tablet, perché è triste, Mateo risponde che vuole vedere il padre.

Con “ La prima luce”, in concorso alle Giornate degli autori a settembre 2015 alla Mostra del Cinema di Venezia, il regista Vincenzo Marra ci ha regalato una storia davvero emozionante e forse il suo film più bello, perché sentito, vivo, ardente, e nello stesso tempo intimo, composto, quieto, rispettoso. Marra racconta la sua storia di padre al quale la compagna straniera ha portato via il figlio, scappando all’estero. Riccardo Scamarcio con il suo sguardo dolente è il convincente avvocato che parla in dialetto barese con i clienti che non lo pagano e non si accorge che la compagna non ce la fa più a vivere nell’appartamento con vista sul mare e continua a ripetergli che vuole andarsene, tornare a casa. Come molti uomini si illude che le cose si possano aggiustare , anche se Martina non vuole più fare l’amore . Marco è uomo segnato dalla colpa tipicamente maschile della disattenzione: verso un’idea più solida di rapporto a due e nei confronti di una ragazza straniera che, per amore, ha lasciato il proprio paese.  Il dramma viene raccontato con toni dimessi , il bambino passa dalla mamma al padre e i tre non fanno mai nulla insieme per tutto film.

Dopo una serie di inutili tentativi con avvocati,giudici e addetti al consolato, Marco svende la macchina e decide di andare a cercare il figlio. Se Martina si sente estranea sul lungomare di Bari, Marco si immerge nei tristi palazzoni di Santiago del Cile, metropoli indifferente e indecifrabile di sei milioni di persone dove la madre di suo figlio è scappata. Frequenta bar anonimi per incontrare il suo avvocato argentino e un investigatore privato e prova nell’anima cosa significa vivere in un paese straniero, non saper parlare bene una lingua e lottare con il tribunale dei minori, quando la compagna lo accusa di violenza e gli impedisce di avvicinarsi al figlio.

Marco pedina Mateo sulla strada da casa a scuola, bivacca nel giardino di fronte all’aula del figlio, rischia il carcere ma non molla. Affronta il processo per l’affidamento. Vince a metà ma deve rimanere in Argentina per poter vedere il figlio ogni quindici giorni. Decide di rapirlo e poi all’ultimo momento si tira indietro per amore del bambino. Nella scena finale padre e figlio si abbracciano perché Martina apre lo sportello della macchina e fa scendere Mateo che va incontro al padre che li ha seguiti trafelato a piedi. Come andrà a finire…?

Volutamente Marra evita il drammone strappalacrime, la sua narrazione è pulita,sobria, trattenuta. La recitazione di Riccardo Scamarcio nei panni di Marco è tutta nello sguardo, uno sguardo che trasmette arroganza e affetto, ottusità e graduale consapevolezza, sgomento e frustrazione e sa coinvolgere lo spettatore nel dramma di questo padre che impara ad amare veramente suo figlio.

Vincenzo Marra ha detto «L’idea del film nasce dalla somma di tante cose: la mia costante osservazione della realtà, la voglia di raccontare le trasformazioni in atto nella società. E poi questa storia sempre più urgente che narra la vicenda dei figli contesi, bambini figli della globalizzazione. Una storia di fatto universale, al di là dei due paesi scelti».

Il film in questi mesi di sbarchi, di morti in mare, di ragazze palpeggiate e stuprate da immigrati nella piazza di Colonia, ci invita a riflettere sull’incontro e la convivenza tra uomini e donne che provengono da culture, lingue, religioni diverse. E’ questo un film sul rapporto di coppia, sulla famiglia e, come avviene sempre più spesso nella cinematografia odierna, un film sulla maturità triste di piccoli che devono insegnare ai grandi cosa conta veramente nella vita e come si devono comportare.

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