A proposito dei gruppi di livello

A proposito dei gruppi di livello

di Maurizio Tiriticco

 

Prendo atto del timore diffuso che questo Miur “buonista” con la legge 107 voglia fare esplodere certi punti fermi che dal 1945 ad oggi – benedetta Prima Repubblica – abbiamo costruito e consolidato in decenni di iniziative, di lotte anche, e di provvedimenti normativi. E non è un caso che una deriva verso la privatizzazione del servizio pubblico dell’istruzione sia fortemente presente nella filosofia e nella stessa articolazione della 107.

Ciò che oggi costituisce motivo di preoccupazione sono alcuni passaggi della nota del Miur dell’11 dicembre u. s. avente per oggetto “Orientamenti per l’elaborazione del Piano Triennale dell’Offerta Formativa”. E in particolare preoccupa quel passaggio in cui si afferma testualmente che in forza della “flessibilità didattica e organizzativa” è possibile “l’adozione di modalità che prevedano di poter lavorare su classi aperte e gruppi di livello”; il che “potrebbe essere un efficace strumento per l’attuazione di una didattica individualizzata e personalizzata”. Io non mi stupirei più di tanto perché una lettura attenta degli articoli 4, 5 e 6 del dpr 275, rispettivamente dedicati all’autonomia didattica, organizzativa e di ricerca e sperimentazione già prevedevano nel 1999 articolazioni diverse delle classi. Però, occorre anche dire che tali possibilità difficilmente sono state realizzate. Penso che per la stragrande maggioranza delle ISA, Istituzioni Scolastiche Autonome, i conti delle ore dei diversi insegnamenti e delle diverse classi – gira e tuira, come dicono a Torino – al termine dell’anno scolastico dovevano pur sempre tornare. E non è un caso che nei primi anni del “regime autonomistico” le ISA si sono sbizzarrite più nel varare progetti, a volte per far cassetta, che nel varare ardite innovazioni metodologico-didattiche.

Ora, con le suggestioni della 107, pare che i “conti” degli orari degli studenti e delle cattedre degli insegnanti possano essere driblati e arricchiti. Il potenziamento sempre ricorrente (di cui ai commi 2, 3, 5, 7 ed oltre), il richiamo all’introduzione di nuove discipline e di nuove attività, la possibilità di disporre di nuovo personale docente, la riscrittura dell’articolo 3 del dpr 275 – purché il tutto sia veramente sostenuto da fondi cospicui – potrebbero indubbiamente condurre anche a una rivisitazione dell’organizzazione stessa del nostro Sistema di istruzione per “classi di età”. A mio parere, se le suggestioni della nota dell’11 dicembre inducono a una riorganizzazione radicale dell’organizzazione per classi e per aule, dove ciascuna classe “giace” per un intero anno scolastico, e alla costituzione invece di gruppi dinamici e intercambiabili, non ho nulla da eccepire.

La classe di età è una condanna, come una volta era la classe per sesso: sono strutture che irrigidiscono e non favoriscono quegli scambi di esperienze e di conoscenze che invece gruppi diversamente organizzati e intercambiabili potrebbero offrire. Nelle sezioni della scuola dell’infanzia l’età è una variabile indipendente. Eppure si tratta di bambini piccoli: in effetti le età diverse arricchiscono. Lo stesso avviene tra fratelli, del resto! Si pensi poi alla “bocciatura”, che nessuno vorrebbe, ma che la “classe d’età” impone. Ovviamente, è molto più facile organizzare dei soggetti per classi di età, che crescono e apprendono linearmente anno dopo anno, secondo la cadenza delle stagioni (tre mesi di stallo, o di “ripetizioni” per “saldare i debiti”) e… delle Indicazioni nazionali, che non per gruppi che richiederebbero un’organizzazione estremamente più articolata e più ricca di occasioni di apprendimento. La classe d’età irrigidisce. In effetti le classi restano, anno dopo anno; i gruppi invece cambiano nel corso dell’anno e degli anni, indipendentemente dall’età di ciascun alunno, esperienza dopo esperienza!

Concretamente, esemplificando, un bambino di 6 anni entra in un’ISA e ne esce, comunque a 16 avendo maturato certe competenze, in parte dettate dall’istituzione, in parte sue personali; nel percorso passerà da un gruppo all’altro, indipendentemente dall’età dei suoi membri, in forza degli obiettivi che via via è tenuto ad acquisire, insieme ad altri compagni che non saranno sempre gli stessi. La variabile dell’età arricchisce, perché è’ l’esperienza concreta che unisce più che l’età anagrafica.

Un’ultima considerazione: la nota del Miur accenna “a una didattica individualizzata e personalizzata”. Non ci siamo! I due concetti non sono sinonimi e non possono essere usati indifferentemente. Con una didattica individualizzata si interviene su tutte le “capacità” di cui un alunno dispone, ma si tengono fermi gli obiettivi di apprendimento; con la didattica personalizzata sono gli stessi obiettivi che vengono curvati sulle “capacità” dell’alunno (ne è un esempio la didattica condotta con gli alunni diversamente abili). Lo so! E’ una considerazione maligna! Ma non vorrei che chi teme il ritorno alle classi differenziali avesse ragione!

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