Sempre più giovani scelgono di studiare all’estero

da La Stampa

Sempre più giovani scelgono di studiare all’estero

Non solo una parentesi di vita per imparare altre lingue, ma una necessità che i ragazzi sentono di dover affrontare. Ecco le storie di alcuni di questi “cervelletti” in fuga
maria corbi

Chi ha figli liceali sa che da qualche anno si devono fare i conti con una nuova realtà, ragazzi che decidono di partire e terminare gli studi all’estero. Non solo una parentesi di vita, per imparare altre lingue, immergersi in altre culture. Piuttosto una «necessità» che i giovani sentono di dover affrontare. Da anni gli viene ripetuto, anche dai nostri politici, che non devono essere «choosy», schizzinosi, (Fornero). Che sono bamboccioni (Padoa Schioppa), incapaci di lasciare mammà. Troppo attratti dal posto fisso («che noia», commentava Mario Monti). Dalla Germania poi il monito della Merkel: «L’Europa necessita di un mercato del lavoro del lavoro più mobile». Adesso che hanno capito la lezione e iniziano a partire in massa e a disperdersi per le università europee ed extra Ue, c’è chi li rimprovera: «non dovete lasciare il vostro paese». E chi come Renzi li prega: «restate con noi». Flaiano direbbe: poche idee ma confuse. Ma ormai sembra difficile arrestare questa emorragia di «cervelletti» in fuga, giovani che una volta completato all’estero il corso di studio difficilmente rientreranno in Italia. Estrapolare i numeri esatti di questa emorragia di matricole «internazionali» è complicato. Ma se guardiamo alla Gran Bretagna per esempio vediamo che nel 2014 dei 147.455 studenti provenienti dai paesi Ue che hanno studiato nelle università di sua maestà, ben 4850 arrivavano dall’Italia, con un aumento di circa il 20 per cento rispetto all’anno precedente. Un trend di crescita veloce che parla di un malessere dei giovani italiani. E come ha rilevato Bruno Manfellotto per L’Espresso ormai quando si va a cena da amici non c’è nessuno che non ha almeno un figlio all’estero.

E allora parliamoci con questi giovani in fuga, o semplicemente in viaggio per una vita più gratificante e meno precaria.

 

Alessandro, 19 anni, è al secondo anno di ingegneria meccanica alla UCL di Londra, dove per entrare gli hanno chiesto un voto molto alto di maturità. «Io ho deciso di fare l’international baccalaureate invece della maturità italiana». Scelta che sempre più ragazzi fanno visto che il diploma italiano per diverse ragioni (prima tra tutte il fatto che sia su undici/dodici materie e non garantisca una sufficiente specializzazione nelle materie di indirizzo richieste dal corso di laurea) è valutato meno bene di altri diplomi internazionali ed europei e degli A levels inglesi. «Entrare in una buona università inglese è difficile, ma vale il sacrificio. Io sono felice qui a Londra. E’ molto stimolante», spiega Alessandro. «Dal primo giorno a Ucl ci hanno parlato delle nostre carriere, dei curricula , delle esperienze di lavoro, ci mettono in contatto con chi fa recruiting per le aziende. Qui ci sono le society che rendono il legame tra studenti più forte. Sono club finanziati dalle Università ma gestiti dagli studenti che possono riguardare la finanza, il business ma anche il cinema. Ci si riunisce, si fanno progetti, si discute». Alessandro ha affittato una casa con suoi coetanei universitari, due spagnoli e uno slovacco.

«Se mi sento in colpa di lasciare l’Italia?». Alessandro su questo punto ha le idee chiare. Non si sente affatto un cervello in fuga. «Io sono europeo e mi sento tale prima che italiano. E poi perché devo caricarmi sulle spalle la responsabilità di un paese che non cresce, immerso nella corruzione, che non finanzia le Università?».

Camilla, 19 anni, frequenta la Westminster University, facoltà di legge. «Voglio prendere la doppia laurea. Prima quella inglese e poi quella italiana, a Bologna. Credo che sia una opportunità in più per me. Ormai il mercato del lavoro non ha confini. E l’Italia offre poco, anche per chi come me potrebbe fare la libera professione. E’ il mio primo anno e sono molto contenta, studiamo molto e siamo molto seguiti, rispetto all’Italia qui l’approccio è più pratico, meno concettuale. E’ un’esperienza coinvolgente e anche difficile, perché vivere a Londra da soli non è facile. Ma è un modo intelligente per andarsene da casa e provare a farcela da soli. Cosa mi manca di più dell’Italia? Il cibo». Ma non è un grande problema visto che in Inghilterra va fortissimi il sito internet Nife is Life, per la consegna a domicilio di prodotti italiani, compresa mozzarella di bufala. Camilla ride e su Whatsapp ci manda scatti della sua vita londinese. La sua accomodation è una stanza minuscola ma super accessoriata. «Ho una stanza per me e condivido la cucina con altri studenti. Qui quasi tutti lavorano per mantenersi e adesso che mi sono ambientata anche io cercherò un lavoretto».

Marco è al secondo anno di Economics and Finance a Bristol. «Non ho intenzione di tornare a tutti i costi», dice. «Se mi offriranno un buon lavoro bene, ma già da adesso capisco che le opportunità migliori e soprattutto “meritocratiche” sono altrove. Da quest’anno affrontiamo selezioni durissime per fare internship l’estate nelle banche o nelle aziende. Io ho sempre saputo che il mio paese è l’Europa e non ho problemi a spostarmi, come gran parte dei miei amici. Qui vivo con un ragazzo spagnolo e tre inglesi di cui due di origini asiatiche e una ragazza. Impariamo uno la cultura dell’altro ed è molto bello.

Ero entrato anche alla Bocconi ma ho scelto Bristol, prima di tutto perché è più avanti nei ranking internazionali e poi perché volevo andare all’estero. Tra l’altro in Italia gli aiuti economici sono quasi inesistenti per gli studenti. Mentre qui ho potuto fare un loan con il governo, un prestito d’onore. In pratica non pago l’Università che sono 9mila sterline all’anno e onorerò il mio debito solo quando avrò un lavoro che mi garantisce più di 21mila sterline l’anno. E le rate saranno del 9 per cento sulla differenza tra il mio reddito e 21mila sterline. Con tassi di interesse vantaggiosi». E per ottenerlo Marco non ha dovuto fare altro che scaricare un modello da internet e compilarlo inviando all’ufficio Finance del governo la fotocopia di un suo documento firmata da «una persona conosciuta nella società». «Me l’ha certificata un avvocato, ma bastava un prete, un ufficiale di polizia, un funzionario pubblico». Tutto molto semplice. E dopo quanto ti sono arrivati i soldi per l’Università? «Ho spedito la busta il 10 settembre con un corriere e e dopo circa 10 giorni mi è arrivata a casa la lettera con l’approvazione».

Rosa ha scelto «Giornalismo» alla City University di Londra. «Per entrare ho dovuto superare varie selezioni, e un colloquio. Sono soddisfatta della mia scelta. Qui si studia ma si fa anche tanto lavoro pratico. Sei motivato dal clima internazionale. Dal vedere che chi ti precede trova facilmente lavoro. Sono consapevole che poi la mia carriera sarà in giro per il mondo. Ma non mi spaventa. Se mi guardo intorno, gran parte dei miei amici è all’estero come me. A Londra e in Inghilterra siamo tantissimi».

 

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