Le classi di livello: forse che sì, o no?

da La Tecnica della Scuola

Le classi di livello: forse che sì, o no?

Una circolare ministeriale invitava i presidi a utilizzare schemi didattici flessibili e a considerare la possibilità di organizzare il lavoro per “gruppi di livello”. Ebbene su questa precisa questione, anche da noi riportata, è nato un dibattito al quale ha preso parte anche La Voce.info con un articolo che cerchiamo di sintetizzare.

Intanto viene spiegato l’obiettivo non era quello di rivoluzionare il sistema di formazione delle classi, la polemica che ne è nata pone l’accento su una questione importante: quella degli effetti prodotti sui risultati scolastici dalla differenziazione delle attività formative per competenze raggiunte o per curricula.

Negli Usa, ma anche in Inghilterra, a un certo punto della loro carriera, gli studenti vengono incanalati in percorsi diversi e la suddivisione avviene soprattutto rispetto all’abilità degli studenti; vi sono così classi frequentate dai più bravi e classi frequentate dai meno bravi. In altri paesi, tra cui la maggioranza di quelli europei, la suddivisone è tra scuole che adottano diversi curricula: quelli generalisti, che preparano all’università, e altri professionalizzanti. In alcuni paesi, ad esempio in Germania, gli studenti vengono selezionati in base ai loro risultati, mentre in Italia il suggerimento degli insegnanti non è vincolante e la scelta è lasciata agli studenti e alle famiglie.

La suddivisione per livelli di abilità, pe la Voce.info, presenta sia vantaggi che svantaggi. Predisporre classi più omogenee permette di utilizzare tecniche pedagogiche più appropriate, in grado di rispondere ai bisogni di gruppi omogenei di studenti e di sviluppare i contenuti più adeguati. Permette anche di utilizzare classi di dimensioni differenti in base alle esigenze degli studenti. D’altra parte, però, impedisce l’interazione sociale tra individui con caratteristiche diverse e ciò può produrre effetti negativi non solo dal punto di vista dell’integrazione sociale, ma anche in termini di apprendimento perché gli studenti ricevono importanti input dagli insegnanti, ma anche dai propri compagni, scambiando informazioni e fornendo (o ricevendo) supporto nelle attività di apprendimento. Rilevante è anche l’età in cui avviene la divisione in gruppi. Se è troppo precoce, è facile che l’assegnazione venga influenzata da variabili di contesto e non rispecchi le effettive capacità degli studenti.

Significativo è però tenere conto che i bambini con background socio-economico più povero sono sovra-rappresentati nei gruppi di bassa abilità, e siccome l’età di ingresso a scuola influenza il rendimento, è facile che nei gruppi a elevata abilità vi siano soprattutto bambini più maturi e ciò può avere effetti persistenti sui processi di apprendimento e sulle scelte formative e impedire che ciascuno sviluppi le proprie potenzialità.

Ma ci possono essere anche effetti negativi sulla mobilità sociale: nei paesi in cui gli studenti vengono precocemente suddivisi in percorsi diversi si osserva un maggior impatto del background socio-economico della famiglia di origine sui risultati degli studenti, ad esempio in termini abbandono o di conseguire meglio una laurea.

L’Italia, pur adottando un sistema in cui gli studenti non sono suddivisi per abilità e che introduce la divisione per curricula più tardi che in Germania o in Olanda, non sembra avere risultati confortanti né per efficienza né per equità.

Siamo tra i paesi con i peggiori risultati e nei test standardizzati presentiamo una percentuale di studenti eccellenti inferiore del 50 per cento alla media Ocse e la probabilità di frequentare un liceo e in seguito l’università è fortemente influenzata dal titolo di studio dei genitori.

Secondo alcuni studi poi, le nostre scuole praticano informalmente una segregazione per classi in base al background socio-economico (soprattutto nel Sud), per cui introdurre un certo grado di flessibilità nei curricula (consentendo agli studenti di aggiungere materie a scelta, ad esempio matematica avanzata), soprattutto nelle scuole medie e superiori, potrebbe essere perciò una buona scelta per valorizzare le eccellenze.

Più complesso è invece stabilire se l’organizzazione della didattica per livelli di abilità possa produrre benefici, anche perché le famiglie e gli studenti selezionano la scuola in base alle sue caratteristiche e al metodo che utilizza per assegnare gli studenti alle classi. Ciò complica l’individuazione di effetti causali. Ad esempio, se gli studenti più abili scelgono la scuola che organizza l’attività didattica per livelli e quelli meno abili la scuola che utilizza classi miste, la differenza osservata nei risultati scolastici può dipendere sia dall’efficacia dei due sistemi didattici che dalla selezione degli studenti in base alle abilità.

Un modo per affrontare il problema è di condurre un esperimento in cui l’allocazione degli studenti alle scuole che utilizzano i due sistemi è artificialmente frutto del caso, mentre in Kenia la suddivisione per livelli di abilità ha prodotto un effetto benefico sui risultati scolastici, anche degli studenti meno bravi.

Esiti opposti sono stati riscontrati in un esperimento condotto in California dove la suddivisione per abilità ha un effetto negativo sui risultati medi degli studenti, ma ha un beneficio per quelli più bravi, che però viene più che compensato dal costo subito da quelli meno bravi. I risultati divergenti possono dipendere anche da differenze nel contesto economico e sociale: un esperimento è stato realizzato in Kenia e l’altro negli Stati Uniti.

Nel nostro paese manca evidenza di questo tipo e perciò la discussione tende a diventare ideologica. Si potrebbe tentare con progetti pilota al fine di avere un quadro informativo adeguato a valutare costi e benefici della scelta.

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