L’alternanza secondo Galimberti

L’alternanza secondo Galimberti *

di Maurizio Tiriticco

 

Caro Professore! Non è più così! La divaricazione tra cultura e lavoro, o, se si vuole, più in pillole, tra lavoro intellettuale e lavoro manuale, tra l’otium e il negotium dei latini, tra la skolè e il pònos dei greci, è ormai un ferro vecchio, anche se, purtroppo, il nostro Gentile con la sua epocale riforma sembra ancora fermo – anzi, sembra essere un motore immobile – non solo nei nostri ordinamenti – i licei per i figli di papà e tutto il resto per gli sfigati – ma anche nel pensiero di tanti illustri intellettuali. Eppure Michele Serra ha individuato una categoria terza, quella degli sdraiati che, a mio vedere, passa attraverso molti dei nostri ragazzi senza distinzione di studi e di censo. E dico censo, quattrini, perché parlare di classe, oggi, mi sembrerebbe un po’ peregrino, da marxiano impenitente!

Il lavoro negli ultimi decenni si è venuto sempre più nobilitando, se si può dir così. Quello dello spaccapietre e quello della mondina sono oggi sostenuti da sofisticate tecnologie che abbattono sempre più la fatica fisica. Certamente, c’è l’extracomunitario schiavizzato che raccoglie pomodori in cambio di qualche spicciolo. Ma questo è un altro discorso! E ci chiediamo: a quando un Di Vittorio nero? Per farla breve, ormai non c’è lavoro che non richieda cultura: e tra il cervello e le mani c’è una tale contiguità che da più parti ormai si sostiene che occorre pensare con le mani e fare con il cervello. Non sono spot! Sono le nuove realtà del nostro tempo. E il pensare, anche in grande, e il fare, anche in piccolo, costituiscono un continuum sempre più stretto che si retroalimenta. Il testamento di Steve Jobs è significativo in tal senso: Siate affamati e siati folli!

Lei, comunque, ha ragione, professore, quando osserva che parlare di alternanza confonde, proprio perché divide lo studio dal lavoro. A mio avviso, occorrerebbe parlare di continuità, se non di contiguità. In effetti, non pensa quanto potrebbe apprendere di più e meglio, e produrre anche, uno studente di liceo con la “continuità/contiguità” dei suoi studi nella redazione di un quotidiano o di una rivista o di un centro di ricerca? Nel lontano 1997, con la riforma dell’esame di maturità, volemmo rinnovare la prova d’italiano, proponendo prove diverse, ad esempio il cosiddetto saggio breve, un vero e proprio “pezzo” pensato per un quotidiano o per una rivista specialistica. In effetti, già alla fine del secolo scorso avvertimmo che era necessario superare quel divario gentiliano tra mani e cervello, tra fare e pensare. E ciò non riguardava solo l’istruzione classica, ma anche quella tecnica e quelle professionale, che ultimamente, peraltro, hanno subìto innovazioni profonde. Forse Lei non sa quanta cultura occorra per un cuoco oggi che voglia proporre un particolarissimo piatto sulle navi da crociera: che va dalla scelta e dall’acquisto dei prodotti, della loro conservazione e del loro trattamento finale destinato a soddisfare palati di ogni parte del mondo! Altro che il cuoco dell’Osteria della Luna piena, o la copa virgiliana, l’ostessa più seduttrice che esperta di cucina! E non crede che la sofisticazione e l’adulterazione di tanti cibi, che pur ci appaiono freschi e invitanti in confezioni sempre più ammiccanti – e con tanto di etichetta di garanzia – non nascano, invece, da conoscenze profonde e dettagliate di come si produce, si conserva, si adultera soprattutto, e poi si vende un prodotto alimentare? I maestri della sofisticazione non sono più osti che annacquano vino ma fior di laureati rotti a tutto, che magari hanno pur frequentato il liceo classico! Con buona pace dei valori morali che i classici dovrebbero, invece, sollecitare!

Il mondo è profondamente cambiato e, al limite, c’è più cultura dentro una scatoletta di tonno che in un dibbbatttito – sì, con tre b e tre t – a Porta a Porta. E poi, infatti, non è detto che si tratti sempre di Buona cultura! Perché l’alterazione la ritroviamo ovunque, in un mondo sempre più omologato dalla Sofisticazione, dall’Improvvisazione e dalla Bruttezza. E’ per tutte queste ragioni che oggi la differenza non è più tra studi classici e studi professionali, tra cultura e lavoro, senza iniziali maiuscole, ma tra Competenze culturali – queste sì con tanto di maiuscola – professionalizzanti e professionali tout court da un lato e, dall’altro, Competenze di cittadinanza. Il grande discrimine oggi passa attraverso descrittori “altri”, che non sono più quelli dello scorso secolo. La differenza non è più tanto tra Colto buono e Incolto cattivo– anche se le ricerche internazionali ci penalizzano sempre per la nostra italica montante Ignoranza – ma tra Buono, non sempre colto, e Cattivo, non sempre incolto.

Il che, tuttavia, non significa che la cultura umanistica – che però è altra cosa rispetto agli studi classici tout court – non debba costituire sale e pane dei sistemi di istruzione e formazione di tutti i Paesi, in primis dei Paesi ad alto sviluppo. Ed è in questa direzione, ad esempio, che va la lezione di Martha Nussbaum, che da anni si batte perché la cultura umanistica costituisca il sale di tutti i sistemi di istruzione. E’ sufficiente il titolo di uno dei suoi libri più noti: “Non per profitto, perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica” (Il Mulino 2011) Sottolineo: è il consolidamento di una democrazia sempre a rischio che necessita della cultura umanistica. Copio testualmente dalla pagina 111: “I cittadini non possono relazionarsi bene alla complessità del mondo che li circonda soltanto grazie alla logica e al sapere fattuale. La terza competenza del cittadino, strettamente correlata alle prime due, è ciò che chiamiamo immaginazione narrativa! Vale a dire la capacità di pensarsi nei panni di un’altra persona, di essere un lettore intelligente della sua storia, di comprenderne le emozioni, le aspettative e i desideri. La ricerca di tale empatia è parte essenziale delle migliori concezioni di educazione alla democrazia, sia nei paesi occidentali sia in quelli orientali. Buona parte di essa deve avvenire all’interno della famiglia, ma anche la scuola e addirittura il college e l’università svolgono una funzione importante. Per assolvere a questo compito, le scuole devono assegnare un posto di rilievo nel programma di studio alle materie umanistiche, letterarie e artistiche, coltivando una partecipazione di tipo partecipativo che attivi e perfezioni la capacità di vedere il mondo attraverso gli occhi di un’altra persona”. Insomma, si auspica che tutti gi studi siano contaminati dalla cultura umanistica, non perché classica, ma perché democratica.

Non a caso Tullio De Mauro nella sua introduzione al volume sottolinea come “un sistema scolastico nel mondo di oggi non può badare soltanto a far crescere il prodotto interno lordo, posto che ci riesca. Non può concentrasi solo su quelle materie che paiono in più diretto rapporto con la crescita economica. Un sistema scolastico oggi più di ieri deve educare persone capaci di vivere la vita di società democratiche”. L’alternativa non è tra studi classici e studi professionalizzanti, ma tra un scuola che educa ai valori democratici e una scuola che si limita a istruire. Se si istruisce soltanto, tra rosa rosae e il quadrato di un binomio, la differenza è solo disciplinare. Se si educa, gli insegnamenti tutti costituiscono il sostrato della nostra competenza civica, la vision e la mission della scuola di un Paese democratico.

 


* Si veda Umberto Galimberti, “Che scuola è se non addestra al pensiero?” in Donna, supplemento de la Repubblica del 13 febbraio 2015.

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