Alunno autistico fa cadere la maestra, genitori denunciati: “Non l’hanno educato”

da Redattore sociale

Alunno autistico fa cadere la maestra, genitori denunciati: “Non l’hanno educato”

Accade in Sardegna: il bambino aveva 8 anni ed era in fase di accertamento. La diagnosi è arrivata 5 mesi dopo l’incidente. Ma nel frattempo i genitori erano stati chiamati in tribunale. “E l’insegnante non ha fatto un passo indietro, dopo aver visto la certificazione”

ROMA – Ha spinto la maestra, lei è caduta e si è infortunata. Poi ha denunciato i genitori per “aver omesso di aver impartito al figlio la dovuta educazione”. Ma c’è una diagnosi, finalmente, che attesta che quel bambino non è maleducato: è autistico. Autistico “lieve”, ha certificato la Asl, ma comunque autistico. E se è vero che la diagnosi non c’era ancora ai tempi dell’incidente, è anche vero che tutti gli insegnanti erano informati delle difficoltà del bambino e dell’iter di accertamento in corso. Ed è vero pure che l’insegnante che ha sporto denuncia non ha fatto un passo indietro quando, pochi mesi dopo, la diagnosi è arrivata, a certificare che di quanto accaduto non si potesse incolpare proprio nessuno. Se non, forse, i ritardi burocratici e la diagnosi tardiva.

La vicenda è accaduta a Olbia: pochi giorni fa si è tenuta la seconda udienza. Sul banco degli imputati, la mamma e il papà di W., che oggi ha 10 anni e frequenta la 5a elementare. Sono passati esattamente due anni da quando, “preda di una delle sue crisi – ci racconta stamattina la mamma – tirò un calcio e diede una spinta alla maetra che cercava di fermarlo, mentre correva per la classe e cercava di uscire. Lei cadde a terra ma poi si rialzò e continuò la lezione. Poi, tornata a casa, andò al pronto soccorso ed ebbe una prognosi di 15 giorni, che poi credo le sia stata prolungata. Non era successo niente di grave, almeno apparrrentemente. E quando rientrò a scuola, sembrava che fosse tutto superato. Invece, due mesi dopo, ci denunciò”. E non ci ripensò neanche quando, cinque mesi dopo, arrivò finalmente quella diagnosi che già da tempo doveva essere certificata.

Un iter lungo e complesso, come accade troppo spesso, che oggi la mamma ricorda così. “Quando era alla scuola dell’infanzia, mio figlio era definito ‘capriccioso’, ‘viziato’, ‘esuberante’. Sono questi gli appellativi che vengono riservati a questi bambini prima della diagnosi. I problemi seri sono però iniziati in prima elementare, quando ha iniziato a essere oppositivo e provocatorio. Sollecitata dalle insegnanti, ho subito richiesto la visita alla Asl, ma nel frattempo, visti i tempi lunghi, l’ho portato da uno psicologo privatamente. Mi disse che era solo ‘stravagante’ e che, secondo lui, non occorreva portarlo dal neuropsichiatra. Ma io ho insistito: è iniziato così un percorso con neuropsichiatria, in parte condiviso anche con la scuola. In terza elementare l’ho trasferito nella scuola in cui lavoro come collaboratrice, nella speranza di avere un confronto più diretto con la dirigente. Ma le cose non sono andate meglio – racconta ancora la donna – Io ho esposto subito alla preside e alle insegnanti i problemi e le difficoltò di mio figlio: problemi che si sono manifestati fin dall’inizio. Non voleva stare in classe, spesso dovevano farlo calmare fuori dall’aula. A ottobre iniziarono le riunioni e si parlava sempre di mio figlio. Io ho spiegato che era in fase di accertamentoe e ho chiesto agli insegnanti di compilare i test che mi erano stati consegnati dal neuropsichiatra”. Insegnanti e preside conoscevano bene, insomma, i problemi del bambino. Ma senza una diagnosi in mano, non era possibile affiancargli neanche un insegnante di sostegno per qualche ora.

Finché, a febbraio, avvenne l’incidente. E a maggio la denuncia verso i genitori, accusati di “aver omesso di aver impartito al figlio la dovuta educazione al fine di contenere i comportamenti aggressivi verso se stesso, verso gli altri alunni e gli insegnanti, nonostante le plurime segnalazioni da parte del personale scolastico”. Dopo la prima udienza a dicembre e la seconda nei giorni scorsi, la prossima si terrà a giugno: “il giudice ha chiesto una perizia medica: una richiesta inutile, mi pare – commenta la mamma – visto che la diagnosi parla chiaro: disturbo dello spettro autistico”.

Nel frattempo, finalmente da quest’anno il bambino ha avuto il sostegno. “Ma solo 12 ore – spiega la mamma – perché ci è stato riconosciuto l’articolo 3 comma 1, cioè la condizione di lievità, che non prevede una copertura maggiore di questa. Con l’insegnante di sostegno, mio figlio sta decisamente meglio, ma sono sempre tante le ore che passa in classe senza il supporto che gli servirebbe. E noi, intanto, ci troviamo sul banco degli imputati. Con una richiesta di risarcimento danni da parte dell’insegnante”.

Accanto alla famiglia, oltre all’avvocato, c’è l’associazione “Sensibilmente”, rappresentata da Veronica Asara, che sottolinea innanzitutto “le difficoltà della famiglia per raggiungere la diagnosi. Il bambino ha un quoziente intellettivo molto alto e i medici, in questo caso, fanno fatica ad individuare l’autismo; oppure non si assumono la responsabilità: in sostanza, credono ancora che l’autismo ci sia solo quando c’è ritardo mentale”. Si tratta, per Asara, di “un caso emblematico di come una parte della scuola sia profondamente ignorante e sorda alle problematiche dei bambini con difficoltà e non necessariamente disabili. Questo è anche un caso singolare che si trasforma in vero accanimento nei confronti del bambino e della famiglia. Sarebbe il caso che anche il ministero intervenisse e aprisse un’ indagine interna su quest’insegnante, che nonostante la diagnosi non fa un passo indietro. E porta i genitori del bambino in tribunale”. (cl)

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