«La scuola deve insegnare il valore della cittadinanza»

da Il Sole 24 Ore

«La scuola deve insegnare il valore della cittadinanza»

di Claudio Tucci

Avete provato a chiedere a un ragazzo, uscito dalla scuola, o a quel 20% che l’abbandona, di parlare di “cittadinanza”, “democrazia”, “valori e principi per una convivenza pacifica”? La conversazione, ammesso che parta, rischierebbe quasi subito di esaurirsi, con qualche frase fatta buttata lì un po’ per caso, perché sentita in tv, o magari letta sui media. Le ragioni di questa “disattenzione” verso la conoscenza delle regole del “viver civile” sono da ricercare a più a livelli: oggi la società moderna ha davanti tante, e diverse, sfide che non appaiono uguali a quelle che si sono trovati di fronte governi e cittadini usciti dalla guerra. Allora, l’obiettivo politico puntava sulla scuola, avviando una vasta operazione di “scolarizzazione di massa”, perseguita da tutti i paesi avanzati (non solo l’Italia), che può dirsi adesso in gran parte completata. Quello che è mancato, però, è la sfida della qualità di massa: fino agli anni Sessanta gli istituti scolastici erano frequentati da non più di un quarto della popolazione giovanile e in particolare da giovani provenienti da ceti medio alti, mentre oggi, fortunatamente, raggiungono un diploma oltre i tre quarti dei ragazzi, provenienti anche da famiglie a basso livello di istruzione. A questi ultimi si aggiungono, con problemi specifici, i giovani figli degli immigrati di prima e seconda generazione (che sono già circa il 10% del totale della popolazione scolastica).

Il nodo dei programmi scolastici
Ma, se la nostra scuola ha cambiato scala dimensionale (oggi si registrano 9 milioni di studenti, inclusi quelli dell’infanzia, e circa 800mila insegnanti), non ha ripensato la sua natura e la sua organizzazione: non è un caso se nella maggior parte degli istituti gli alunni apprendono tuttora in ambienti e con programmi e metodi sostanzialmente simili a quelli di cinquant’anni fa. Mentre oggi internet, la globalizzazione, problematiche sempre più complesse, tra cui l’immigrazione e l’integrazione, stanno cambiando la società. E chiedono alla scuola italiana un cambio di passo, un nuovo ruolo da protagonista.

La nuova ricerca TreeLLLe
A farsi portavoce della richiesta è un’accurata ricerca dell’associazione TreeLLLe «Educare a vivere con gli altri nel XXI secolo. Cosa può fare la scuola?», sostenuta dalla fondazione Cariplo, che viene presentata oggi all’università Luiss di Roma, alla presenza tra gli altri della ministra dell’Istruzione, Stefania Giannini, della presidente della commissione Cultura del parlamento europeo, Silvia Costa e del responsabile del settore delle politiche educative dell’Ocse, Andreas Schleicher.

L’accento è posto sul ruolo centrale della formazione alla cittadinanza: una “scuola per tutti”, oggi, spiega il numero uno di TreeLLLe, Attilio Oliva, reclama una svolta radicale per disegnare un sistema formativo che non solo “istruisca”, ma anche “educhi a vivere con gli altri”. Cosa significa in concreto? Poter contare su professori dedicati che siano in grado di stimolare lo spirito critico degli alunni, insegnando loro i valori base della nostra civiltà e le buone regole di comportamento per rispettare i diritti di ciascuno e praticare una convivenza attiva e responsabile. Si tratta di una vera e propria “missione” che è dibattuta, da tempo, in linea di principio tra gli addetti ai lavori e anche all’interno del ministero dell’Istruzione (dagli anni del forse troppo moderno e “visionario” per quel periodo, Luigi Berlinguer), e, tuttavia, trascurata da molte scuole nella prassi quotidiana.

Le proposte
Serve quindi che istruzione viaggi insieme a educazione, e la scuola italiana ha bisogno di una radicale torsione dei programmi, dei metodi didattici, della formazione degli insegnanti e dell’organizzazione del tempo scuola, tutte variabili che occorre orientare per dare il peso che merita all’educazione a vivere con gli altri. Di qui 4 proposte operative che l’associazione guidata da Attilio Oliva espone. Intanto, un tempo del curricolo espressamente dedicato ad “attività” (non lezioni) interattive ed interdisciplinari (scienze umane e scienze sociali) mirate all’educazione alla cittadinanza. Questa proposta non comporta costi aggiuntivi all’attuale sistema. C’è poi bisogno di un progetto di “scuola aperta e a tempo pieno” (7 o 8 ore per 5 o 6 giorni), obbligatoria per i primi 8 anni scolastici e facoltativa per gli ultimi cinque. Una “scuola aperta e a tempo pieno” dovrebbe fornire, oltre al curriculum scolastico in senso stretto (lezioni e “attività” per istruire e educare), un palinsesto di opportunità educative extrascolastiche stimolanti e coinvolgenti, eventualmente anche a pagamento (seminari, spettacoli, musica, sport, gioco, attività di volontariato dentro e fuori la scuola), che si sviluppino lungo la giornata, utilizzando coeducatori (non necessariamente insegnanti). Sarebbe anche un modo per utilizzare un enorme patrimonio edilizio sfruttato quasi sempre solo a metà tempo. Si chiede, anche, di «formare e contrattualizzare tutto il personale scolastico» con l’obiettivo di istruire, ma anche di educare i giovani a vivere con gli altri. Il tutto, infine, praticando metodologie didattiche interattive e coinvolgenti con l’uso appropriato delle nuove tecnologie. I giovani sopportano mal volentieri le tradizionali tecniche trasmissive (lezione – studio – interrogazione). Far esercitare nelle classi una corretta capacità di discussione e di argomentazione, specie su questioni controverse, è funzionale a una sana educazione alla cittadinanza democratica.

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